a volte accadono cose di una bellezza disarmante.
a volte ti ritrovi in un microcosmo di felicità e per 10 minuti tutto sembra perfetto.

a volte il peso del mondo sparisce e resta il sogno, la poesia, l’amore.

ma sono bolle.

leggere e fragili.

il tempo di abitare la realtà la frazione di un secondo.

pouf.

l’incanto è finito.resta la delusione. l’abbagliamento negli occhi. la sensazione di fasullo.

che poi io le bolle di sapone le odio. scoppiano.bagnano il pavimento. scivoli.

buum.

ieri ho chiesto alla mia amica quando sono diventata così. quando la realtà, seppure triste o solo quasi felice, mi ha convinta più del sogno. quando ho smesso di dare fiducia alle cose belle. a nutrire i sentimenti.

c’è stato un momento.

un momento che non finisce più.

così a volte accadono cose di una bellezza disarmante ma ci posizione gli occhi una volta e non le riconosci più.

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c’è sempre un inizio. una prima volta di ogni cosa.prendiamo ad esempio il primo bacio. ho già scritto del mio primo bacio. totalmente imperfetto e perfettibile. goffo ed intenso come non pochi. archiviato nella cartella ricordi indelebili. ci sono stati altri primi baci e altre prime volte. cose talmente belle da restarti addosso come tatuaggi e cose talmente brutte da spezzarti in così tanti pezzi che anche rimessi insieme non sei più la stessa.

e io non sono più la stessa.

non so se la vita ti cambia un po’ per volta. forse qualcosa giorno per giorno la perdi, la conquisti, la guardi con occhi nuovi. 

so che alcuni eventi invece lo fanno in un momento solo. prima eri così poi non più.

è successo alla mia amica che un pomeriggio, davanti al medico che le diceva che a suo marito restavano due mesi e due figlie di 18 mesi e 5 anni, ha visto sparire un progetto di felicità condivisa. è bastata un’ecografia.

è successo a me. che ho perso tutto e tutti. il lavoro, le persone che reputavo amici, mia madre, mio padre, me stessa. non so dove.

ma tu sei forte.

e si appoggiano su di me cosi tante cose e persone che io non posso non restare su. diffondere amore. crescere figli. ricompormi.

esattamente come quando esci dalla doccia dopo un bel pianto. col profumo di sapone addosso. le debolezze piegate con cura e riposte tra le pieghe del cuore. il viso pronto ad indossare un sorriso.

l’anno scorso moriva mio padre. davanti ai miei occhi. fra le mie braccia.

la prima volta che lasci andare un amore cosi non torni più come prima.

la prima volta che resti senza un amore incondizionato, senza la rete di sicurezza sotto.e quando ti lanci nel vuoto è solo la fitta trama dei ricordi che ti trattiene. 

e se cede anche quella nulla più.

per fortuna c’è sempre un inizio. una prima  volta di ogni cosa. prendiamo ad esempio il primo bacio.

quando il cuore fa male, serve il minestrone. serve la pazienza del tagliare le verdure e poi farle scivolare nell’acqua. serve il borbottio della pentola che bolle e dell’odore che via via invade casa.

quando il cuore fa male, serve una tazza di thè, la pioggia fuori, il gatto addosso.

le persone attraversano la vita con superficialità. entrano. si prendono pezzi di te ma non hanno il tempo o il modo di ascoltare tutto il racconto.

le persone promettono. cose alte come montagne, bianche come la neve, potenti come il primo bacio.

promettono più che per te, per loro. ed è questo il vero problema.

quando il minestrone bolliva ed io facevo i compiti, mia madre mi insegnava che non si fanno promesse che non si possono mantenere; che se si prende qualcosa in prestito, lo si deve rendere; che la vita è fatta di scelte e niente è immune al dolore; che l’orgoglio è il primo nemico dell’amore.

ho imparato tutto. ogni lezione spiegata sbucciando piselli e pelando patate, l’ho vissuta sulla mia pelle.

ho accolto l’arte del perdere. tutto. tranne forse la dignità. anche se, in fin dei conti, a calci me ce l’hanno presa.

non prometto nulla ma faccio sempre il possibile per dare tutto. 

ho raggiunto un’età in cui conosco l’amore cosi bene che so già il punto preciso in cui il cuore curverà lanciando il mio buonsenso in un precipizio.

quando il cuore fa male mi manca mia madre da morire. mi manca essere amata senza condizioni. essere baciata sulla testa. accarezzata nel sonno.

mi manca lei che mi dice che tutto passa. spalle forti. via camminare.

fuori piove e il coperchio continua a tenere il tempo.

il profumo del minestrone ha coperto qualche nota nostalgica.

quando il cuore fa male bisogna lasciarlo pigro sotto il suo piumone di ricordi. cullarlo con i piccoli sogni. ricamarci le iniziali dei grandi amori.

una spolverata di neve.

e via.

ero nascosta da un albero e facevo fare pipì al più piccolo dei testisteronici in nuce quando mi si è palesata davanti una realtà.

sono qui, con 2 gradi, nascosta da una pianta a far fare pipì a mio figlio; sono qui e a 10 metri un milione di altre mamme e papà che aspettano ciarlieri il suono della campanella, e io, io mi devo giustificare?

nella baraonda della mia vita c’è ancora qualcuno che sì, dice di conoscermi e sì, dice di non volermi perdere e NO, non c’ha capito niente.

perché mi sembra sempre tutto così chiaro? quando sono diventata così sicura di ciò che voglio e non voglio?

qualcuno ancora mi chiede come sto.

soprattutto chi era con me mentre un asteroide mi attraversava e mi spostava l’orbita.

come stai?

senza radici. amara. svuotata. delusa.

tra le altre cose.

poi sono sempre io. che me la cavo in ogni modo e in ogni dove. perché questo è il mio talento. adattarmi al contenitore. assimilare il contenuto. e ridere. quando possibile ridere fino alle lacrime.

tutte quelle che ho potuto versare.

oggi ho capito che non mi innamorerò piu. che tutto l’amore che posso l’ho già distribuito fra i vari componenti del mio mondo e che non c’è spazio per altro. che la felicità è una corsa in spiaggia a guardare i cavalloni. o mio figlio che finalmente dice “sì”. o una tavoletta di cioccolato e sale mangiata guardando un film d’amore.

ero dietro una pianta a guardare mio figlio che guardava il suo balocchino fare pipì e ho capito che una parentesi si era finalmente chiusa.

eccolo. il cerotto che cade e che mostra sotto la nuova pelle. eccola la ferita che non c’è più. eccola la nuova me dopo il peso di tutto quel dolore che mi sono portata addosso.

l’ultima volta che ho scritto che ero uscita dall’apnea e iniziavo a respirare è morto mio padre. 

non ho respirato più.

ho continuato ad incamerare aria e parole e persone (tutte sbagliate) solo per sopravvivere.

e sono sopravvissuta.

_Sai cosa succederà a noi due?Ci cercheremo, ancora. Ci cercheremo nelle canzoni,nelle citazioni,nei libri. Ci cercheremo tra gli sguardi della gente. Magari la sera, che ci frega sempre. Avremo voglia di scriverci, ancora. Magari nei sogni, di entrambi. Nonostante tutte le litigate, nonostante le brutte parole urlate contro, nonostante i ”con te ho chiuso, sei fuori dalla mia vita” Ci penseremo, di nascosto, e fingeremo. Fingeremo il mattino seguente di aver pensato ad altro. Ci mancheremo, eccome. E questa sarà la nostra punizione. La punizione di non aver provato a tenerci quando tutto tra noi stava per crollare_

​mi sveglio e trovo questa. Un Bukowski tenero e analcolico. Eppure inebriante.

mi sveglio e niente va come vorrebbe. e la giornata è lunga, ipercalorica, piena di fritti e parole sbagliate.

ma va bene. ormai va sempre bene. 

_Non ho smesso di pensarti,

vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco_

note meritevoli del giorno


J’ai décidé d’accorder à Jacqueline Sauvage une remise gracieuse du reliquat de sa peine. Cette grâce met fin immédiatement à sa détention


François Hollande (@fhollande)

​mi piace pensare che, quando ho scattato questa foto ero in compagnia di un’Amica e che non sai mai come la vita trovi un modo per donarti qualcosa.

mi piace pensare che nei problemi non sono quasi mai stata sola e quando è successo me la sono cavata comunque. 

mi piace pensare che certi dolori siedono accanto al cuore per ricordargli il valore immenso di certi legami.

mi piace pensare che sono stata amata. tanto. ho ricevuto. tanto. e anche se molto di quello che ho dato io è finito nelle tasche sbagliate, non ho ancora smesso di credere.

mi piace pensare che quando il brodo bolle mia madre parlotta con mio padre sul prezzo degli scampi all’asta e che quest’inverno non è stato freddo da ‘mburinare.

mi piace pensare alle persone entrate. un giorno per caso. e a quelle uscite. dopo anni. chissà perché. 

mi piace pensare ai miei figli. appesi alle mie paturnie e alle mie braccia. mi piace pensarli felici nonostante tutto. nonostante me.

mi piace il Natale. con sempre meno luci sui balconi e sempre più cafoni in giro. sempre meno Gesù Bambino e sempre più Babbo Natale. sempre più apparenza e sempre meno semplicita.

e allora auguri. agli amici di sempre e a quelli nuovi. a quelli che che fanno finta di non vedermi e a quelli che devono cambiare strada. a quelli che capisco tutto io e a quelli del pensaci tu. ai leoni da tastiera e ai bianconigli. a quelli di destra, di sinistra, stellati e giralaruota. a quelli del ti chiamo io e a quelli del buongiorno quotidiano. alle amiche mamme. gli amici photographer. gli ig friends e i bedbreakfisti.

auguri amore!

auguri a voi.

Era una ragazza semplice, di quelle che sognano dietro ai libri e alle poesie, e se la vita è carogna non importa, una ragione buona per sorridere la trovi comunque. Era un tipo così. Ed era carina, questo bisogna dirlo. Non del genere vistoso, quelle che ti giri a guardarle. Più semplice. Ma aveva qualcosa che ti accalappiava, niente da dire, ce l’aveva. Come una specie di limpidezza, di trasparenza. Era quel tipo di donna che quando ce l’hai tra le braccia, sai che lei è lì, proprio tra le tue braccia e da nessuna altra parte. Non so se avete presente. Ma è una cosa rara. E bellissima, nel suo genere.

(Alessandro Baricco)

I bimbi piangono. È  venerdì. Settimana di terremoti e smottamenti emotivi.

Mia figlia è appena tornata dal pronto soccorso.
Lo spartano ha preso una medaglia d’argento.
Thelastone ha fatto il capofila nelle prove di evacuazione.

Io ho preso un abbaglio e ho dato un senso a una cosa che proprio non ce l’ha. Ho perso tempo insomma. Ancora.

L’amore ai tempi di instagram è qualcosa che non avrei mai immaginato.

È l’apoteosi dell’apparenza e del sospetto.
È privo di calore. Di contatto.
Di carne.
È la sagra dell’incomprensione e il delirio degli insicuri.

Lo scrivi per me?
Lo pensi di me?
Lo fai con tutti?

L’amore ai tempi di instagram è sfacciato e fasullo.
Un buttar su di emoticons a ripetizione.

E io ci dovrei credere.
Io che sono imbevuta di Jane Austen e Pablo Neruda. Io che piango ascoltando Janis Joplin ed Amy Winehouse.

Io ci dovrei credere.
Ma anche no.

Aspetto la neve da un anno e più. Ho smesso di rincorrere farfalle. Non regalo baci. Non mi fido.

Dicevo oggi che mi disturba il fatto di sapere che non sarò più amata. Amata d’amore e non d’affetto. Amata da batticuore e smania e frenesia.
Mi disturba sapere che non avrò più vent’anni.
Non sarò più madre.
Invecchierò e e berrò sorsate di ricordi e lancerò sguardi furtivi e teneri alle giovani coppie pieni di dubbi e promesse.

Come quella che ho fotografato a Firenze. Loro due occhi negli occhi. Ponte Vecchio brulicante di anime. E loro persi in un microcosmo di felicità.

Beato chi ha tempo per amare.
Chi ci crede ancora.
Chi si accontenta di accendere il fuoco fra una chat e l’altra.
Chi sa evadere senza farsi tanti scrupoli.
Chi se la sa raccontare.

L’amore ai tempi di instagram is not my cup of tea.
Io voglio essere stritolata in un abbraccio. Voglio fondermi e sparire.
Lo voglio ancora così tanto e così intensamente che penso sia l’unico desiderio di cui ho piena consapevolezza.

Sciogliermi.
Vedere il dolore accumulato in questi due anni uscire.
Appoggiarmi.
Non cadere.
I bimbi piangono. È ora di cena. Infilo i pensieri fra un sogno e l’altro nel cassetto e vado a cucinare.

Ho bisogno di calore.