​Sarà l’estate.

O forse la voglia di neve che mi porto dietro da questo inverno.

Sarà che mi manca la montagna e che oggi è di nuovo l’otto_otto.

Sarà la voglia di leggerezza e la schiera di persone e pensieri pesanti che hanno intralciato questi mesi passati.

Sarà che chi non c’è mai stato non può mancare e che chi c’era, fortemente c’era, inesorabilmente c’è.

Sarà così e forse di più.

Amo le donne e loro mi amano
non posso farne a meno neanche un po’
sono bellissime ma parlano sempre
e si intromettono anche quando non serve
divento matto se mi sfiorano
con quelle labbra che ti stendono
sono viziate vogliono sempre tutto
se dicono di no mi arrabbio di brutto.
Partite no, gli amici no
casino no, le scarpe sul divano no
voglio una lady che sia fuori di testa
cerco una donna che non urla e non stressa
di notte no, le birre no, la bici no
freaky freaky no
fuck you and you fuck you now
lo so che è dura starmi accanto però
io non ti voglio io ti merito.
Come neve, sulla neve

dammi le tue mani e insegnami a volare eventualmente come neve
sei bianca come la neve
Come neve, sulla neve
voglio averti più vicina non mi stanchi mai, mai
come neve, sei bianca come la neve.

 

Ci sono quelle che mi chiamano
se vogliono qualcosa gliela do
ci sono quelle con cui vado a una festa
o altre invece la domenica e basta
e voglio una che non dica no
tanti difetti e un grande pregio per
che sappia sempre farmi divertire
io certe cose non le voglio sentire tipo:

Partite no, gli amici no
casino no, le scarpe sul divano no
voglio una lady che sia fuori di testa
cerco una donna che non urla e non stressa
di notte no, le birre no, la bici no
freaky freaky no
fuck you and you fuck you now
lo so che è dura starmi accanto però
io non ti voglio io ti merito.

 

Come neve, sulla neve
dammi le tue mani e insegnami a volare eventualmente come neve
sei bianca come la neve
Come neve, sulla neve
voglio averti più vicina non mi stanchi mai, mai
come neve… sei bianca come la neve baby.

 

Looking around, you looking around
Looking around, you looking around
lady

 

Looking around, you looking around
Looking around, you looking around
lady

 

Ohhhhhhhh
 

Come neve, sulla neve
dammi le tue mani e insegnami a volare eventualmente come neve

sei bianca come la neve
Come neve, sulla neve
voglio averti più vicina non mi stanchi mai, mai
come neve… sei bianca come la neve baby.

​Le donne forti le riconosci, non passano inosservate.

Quando camminano senti la loro presenza, quando arrivano senti che qualcosa cambia.

Non sono donne facili, perché non si accontentano, perché vogliono e cercano qualcosa di più. Non hanno paura delle sfide per trovare ciò che hanno nel cuore, non hanno paura nemmeno di soffrire per inseguire i loro ideali.

Non vogliono piacere a tutti le donne forti, vogliono piacere soprattutto a se stesse. Quando le donne forti ti guardano non vedi solo i loro occhi. C’è qualcosa di più. È la loro anima che scorgi, ha il colore del sole e la luce della luna.

Quando le donne forti si muovono non c’è solo il loro corpo ma ci sono anche i loro sogni, le loro speranze, la fiducia che hanno in se stesse e negli altri.

Le donne forti non sono come tutti gli altri, ascoltano anche il loro lato più istintivo, ridono e piangono senza vergognarsi e se ne hanno voglia si siedono per terra o camminano scalze come se fosse la cosa più normale del mondo.

Le donne forti non sono donne che non sbagliano mai ma sono donne che affrontano i loro sbagli con la forza dell’anima. I fallimenti e le sconfitte diventano terreno fertile per imparare, per migliorare. Diventano il luogo dove l’anima trova gli spazi per crescere.

Le donne forti sono in grado di vestirsi di niente ma di sembrare tutto. È la loro anima che le veste, è la forza di se stesse che le circonda. Ed è proprio questa loro presenza, a volte difficile, che merita di averle conosciute…

S. Oberhammer

Mi piace questa cosa. Mi piace. E mi piace non essere sola. Avere altre come me. Parlare cuore e pancia. Ridere al punto da incrociare le gambe per non farla lì. Essere me stessa. Chiassosa. Ingombrante. Due metri sopra qualche cumulo nembo. Essere sboccata tanto quanto fragile e timida. Senza mai passare per pazza.

Mi piace questa cosa. E me la voglio ricordare.

Torno a casa. Non perché si stia meglio. C’è sempre una gran confusione. E poi che palle ‘sti fratelli. Uffa. Non li sopporto più. E basta. 
Torno a casa.

A casa c’è il ventilatore e posso tenere la musica a palla. Da zia Roberta invece no e domenica notte faceva così caldo che mi sono messa a dormire sul pavimento. 

E poi non capisco. Perché in macchina da te dobbiamo sentire sempre le canzoni che decidi tu. Io voglio sentire le mie. Sempre Vasco. Sempre Einaudi. Sempre gente triste che canta di amori tristi.

Lo sai che ci stavamo per baciare?

Poi è arrivato il bagnino e non se n’è fatto nulla. 

Torno a casa ma andiamo a mangiare fuori? Dai.

Sempre le stesse cose a casa. Insalata. Pollo. Pomodori. Uffa. Io voglio mangiare le cose che piacciono a me.

Perché non inizia la scuola? Non vedo l’ora. Certo. E se poi non ce la faccio? E se poi non capisco niente? Per me comunque potrebbe iniziare domani. Io sono pronta.

Oh! Guarda. Hai visto il video? Guarda! Guarda! Mamma!

Mamma

Mamma

Mamma

14 luglio. Ha piovuto. Ha rinfrescato. È tornata mia figlia. È tornato il sole. Hanno rubato la macchina dei miei vicini di casa. Le zanzare hanno organizzato un banchetto di nozze con parenti arrivati appositamente dalla Malesia sulle mie gambe. Mi gratto. Imbarazzante. 

Mi spiace per il post di pancia di ieri. Qualcuno mi ha detto che era meglio un cazzotto. Ma anche il dolore deve trovare le sue parole e il suo posto. Anche il dolore c’è.

Odio l’estate e sono ancora bianca tendente al rigor mortis.

Ho una copiosa serie di impegni sociali ma credo mi smarcherò e resterò sotto al mio portico a fare effluvi consolatori con la menta del mohjito.

Fra un paio di settimane arriverà la mia amica Gianna e vorrei che trovasse la casa un minimo decorosa. Vorrei che non pensasse che mi sono proprio lasciata andare. Che ho reagito. Sono andata avanti.

Forse è tutta una finzione. La vita dico. Finte le relazioni. Le situazioni. Le persone  in quelle relazioni e in quelle situazioni.

Mamma.

Mamma.

Mamma.

Il rumore del ventilatore è quasi confortante. Non fai in tempo a lasciarti cullare dal suo ronzio che parte la musica a palla.

È tornata mia figlia. È tornato il sole.

giravo intorno a questo post da giorni. l’ho già scritto e riscritto centinaia di volte. luglio lo sapevo che sarebbe arrivato. e sapevo che avrei dovuto combattere con i fantasmi dello scorso anno. chi dice che l’assenza pian piano si attenua sbaglia. l’assenza resta e pesa sul cuore come non mai. dell’anno scorso ho ricordi indelebili. chiudo gli occhi e sono ferma su un vicolo con alcuni amici. sono stata a zumba in spiaggia.  mio marito mi ha fatto uscire un’ora. la mia ora. e posso correre e ballare e far finta che il dolore al ginocchio che mi porto dietro da mesi, non esista. far finta che mia madre non stia morendo su quel letto d’ospedale che due uomini hanno portato e montato a casa nostra una calda mattina di primavera. chiudo gli occhi e vedo l’ambulanza ferma a casa. è caldo. caldo da morire e sono sudata e affannata. ho i bimbi in macchina. la spesa. e mia madre ha chiamato l’ambulanza. sta male. vuole ricoverarsi. non sa che i medici mi hanno detto che non la possono trattenere più. che le sue campane per me hanno già suonato. così urlo e sbraito e vorrei piangere e spaccare qualcosa come nelle mie migliori performance da bisbetica indomata e invece niente. chiamo i suoceri che mettono il muso perché facevano la siesta pomeridiana. chiamo mio marito. invoco il padre eterno e seguo l’ambulanza fino all’ospedale. stiamo lì. io sono sudata e affannata e anche affamata. mangio la prima cosa piena di grassi saturi e olio di palma del distributore e aspetto. sento già che sto ingrassando ma faccio finta di niente. non mi importa di me. non mi importa più niente. potrei sparire, morire, esplodere. non se ne accorgerebbe nessuno. un qualche mio ologramma sul quale dare pacche sulle spalle e dire “ma sei forte tu” sono certa che si paleserebbe. ci rimandano a casa dopo ore e ore di sala d’attesa. mia madre non respira più. io non faccio che trattenere il fiato e i liquidi. chiudo gli occhi. entro a casa. è sempre un caldo infernale e mio padre ha attappato un water non so cosa. c’è acqua di fogna dappertutto. l’idraulico smonta il bagno. è dramma. chiamo l’italspurgo. mi armo di crocs secchi, palette e stracci. infilo dei guanti. metto i bimbi in una safe zone a guardare il camion dalla finestra. l’odore è nauseabondo. passo due ore in ginocchio a raccogliere liquame. il tizio dell’italspurgo mi guarda impietosito. ecco, è luglio e ho i capelli bianchi e incollati ovunque. sono a bagno nella nostra pipùpupù e chissà cos’altro. sono sola. in un mare di merda. la mia amica barbara mi ha detto che le faccio paura. che non mi riconosce più. così dopo un suo film mentale esposto via whatsapp ha alzato bandiera bianca verso la mia situazione poco trendy, divertente, o meglio, troppo impegnativa. e c’eravamo tanto amati. sono sola. chiamo l’ambulanza. non vuol venire. mia madre piange. mio padre bestemmia. è caldo. un caldo da morire e io denuncio tutti. vi denuncio tutti. animali senza cuore. arrivano due ambulanze e un’auto medica. me la portano via. e dire che dieci minuti fa ero al mac con mio figlio. arrivo in ospedale. un ospedale nuovo. mia madre indossa la sua camicia rosa di sempre. quella che profuma non so perché di fiori. le hanno messo la maschera per la ventilazione artificiale. non parla. è in piena crisi. mi fanno firmare per la morfina. autorizzo. e so. so cosa vuol dire per lei. la spengono. come si fa con la tv. una macchina vecchia. stiamo ore a parlare fra un respiro e l’altro. ci teniamo per mano. io piango. lei no. ci diciamo ciao. mi mandano via. ho caldo e sono sudata. nell’obitorio invece fa un freddo boia e mi hanno lasciato tutti sola. mio padre ha scelto mio marito come oggetto transizionale. devono chiudere la bara. devono chiudere uno dei capitoli più belli della mia vita. che sia un volto amico a farlo mi conforta ma non mi asciuga le lacrime. sono sola. ho caldo. salgo in auto. mi piovono addosso tanti di quei ricordi che potrei rimanerci sotto. mia madre al mio fondamentale di inglese il primo anno di università. mia madre con le guance in fiamme che non riesce ad annodare la cravatta di papà al mio matrimonio. mia madre che scopre la maternità attraverso me. mia madre alle tre di mattina, due caffè e qualche fetta biscottata.

ho girato intorno a questo post per giorni. non volevo pensarci. pensare allo scorso anno. al dolore della perdita. all’assenza. alla mancanza di amore che ho accumulato in tutti questi mesi. alla ciccia che ho messo su. guardatemi. esisto. ci sono. perchè non mi vedete?

ieri la mia ex-amica mi ha fermata e da un metro di distanza come se ci separasse un vetro mi ha attaccato un bottone. uno qualsiasi. un discorso da ascensore. un sorriso a mio figlio.

forse pensava che dopo un anno avessi in qualche modo elaborato la rabbia, avessi imparato a convivere con il dolore. sì. certo. sono sopravvissuta. ho seppellito mia madre. e poi ho seppellito mio padre e adesso so tutto di funerali, successioni, lapidi, diritti di tumulazione etc etc. so tutto di come far correre due ambulanze e un’auto medica. so leggere la risposta di una tac. so dare il giusto peso alle presenze e alle assenze delle persone intorno a me. io non conto poi molto. loro neanche. questo ho imparato. che sono sola. rotta. a pezzi. irreparabile. e comunque sono io.

ho perso di vista l’amore pur conoscendolo, pur sentendolo. ho perso e  me ne sono fatta una ragione e come mi ha detto un amico l’altra sera questo è il mio punto di forza. essermi spezzata e poi ricomposta. aver sparpagliato le mie viscere ovunque. avere spalmato i miei sentimenti come burro tutto intorno alla mia rete salvifica. amatemi. fatevi amare. aiutatemi. fatevi aiutare.

senza veli. senza finzioni. senza tempo da perdere. con violenza a volte.

luglio per me sarà sempre caldo. troppo caldo. caldo da morire. caldo che sudi e la maglia ti si appiccica al cuore e le lacrime si asciugano sul viso. e mi manca mia madre. e mi manca mio padre e mi manco anch’io. persa troppo dolore fa. e mi sento sola. e vorrei sparire. sciogliermi come un cubetto di ghiaccio nella coca cola fresca. lentamente. salire su fra le bollicine.

invece resto. sono qui. l’insieme che non è più la somma delle parti. e ho caldo. e io detesto il caldo. detesto le assenze. chiudo gli occhi. sono tutti morti. eppure è ancora tutto così vivo. così vero.

sabato sarà un anno che è morta mia madre. e poi mio padre. 6 mesi. il tempo passa. le ferite restano. gli amici se ne vanno. i temporali arrivano.

dio benedica la pioggia. e certi abbracci speciali. che durano tantissimo e tu puoi perdertici dentro e quasi quasi non tornare più.

 

La donna forte ha bisogno di affetto e protezione come chiunque altra. Perché quasi sempre quel “lei è forte” significa solo “lotta da sola

Paulo Coelho

 

Dove non puoi amare, non soffermarti

Frida Kalho

Iri ho rincorso un tramonto. Riso fino alle lacrime. Seguito con gli occhi un gabbiano. Scattato con priorità diaframma. Baciato e abbracciato persone nuove. Incontrato vecchi ricordi. Fatto programmi. Respirato il mare.

È stata una buona serata. Leggera. Inaspettata. Come una bolla di felicità.

Luglio pesa.

Le assenze pesano.

Le delusioni pesano.

Ma ieri, nel vento fragile di quella lanterna rossa, per un momento sono stata felice.

​”Ma di cosa sei fatta tu?”

“Di quello che ami.” disse lei “Più l’acciaio”.

Ernest Hemingway

Nella mia vita c’è poco di casuale. È semplicemente il governo del destino. 

È stata una buona settimana. Sole. Buoni amici. Buon cibo. Qualche tafferuglio. Qualche delusione. Tutto nella norma.

Torno più ermetica che mai. Raccontatemele voi due cose. Mi piace ascoltare ciò che smette di galleggiare in superficie per nascondersi sotto qualche strato di sentimenti avversi.

Pezzi di me. Intera non torno piu.

24 giugno. Esame di terza media. 34 gradi. Pochissime ore di sonno.
È andata pure questa.


Il libro di matematica di mia figlia ha fatto un volo scenografico dal secondo piano. L’ho trovato squadernato e agonizzante sul nostro giardino.
Un paio di metri da quello di tecnica.
È tutto un dire.


Questa mattina il professore di tecnica mangiava un panino incartato nella stagnola.
Anni che non vedevo una cosa simile.
Gli mancava solo la borraccia.


24 giugno. Ultimo giorno di materna e di  primavera per i testosteronici in miniatura. Ci siamo lasciati dietro tre anni difficili per un verso, estremamente positivi per un altro.
Saluta la tua classe amore. Non ci torni più.
Ciao asciutto fatto con la manina.
Voglia di mare in testa.

Non credevo sarei sopravvissuta a questo mese. Gli impegni accatastati come i bastoni shanghai uno sopra l’altro. Le chat bollenti a tutte le ore. Il gruppo genitori medie. Materna. Nido. Rappresentanti. Catechismo. Zumba. E i video per la maestra. Per lo spettacolo di danza. E i regali. Le gite di fine anno.
Le lavatrici. Le valige. La vita.


Stamattina mi sono svegliata con mia figlia galvanizzata dall’orale che ripeteva Mendel e parlava di piselli. Non c’era nessuno con il caffè caldo. Peccato.
Stamattina ho spedito nell’aula professori una tredicenne imbottita di fiori di Bach e mi hanno indietro un’adolescente lucida e sicura di se.
Non sono male come mamma.


E così arriverà settembre.
Apriremo nuove porte. Incontreremo nuove facce.
È la vita che va avanti.
Tenera e spietata.
Ma intanto, 24 giugno, 34 gradi, e quel ramo del lago di Como che a mezzogiorno ci ha portate in spiaggia a festeggiare con una carbonara di pesce e un cesto di nuovi sogni.

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