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Archivio mensile:settembre 2011

Che sia work in progress qui, é evidente. Una casa del pensiero che sono venuta ad occupare ancor prima che luce ed acqua fossero allacciate. Ho aperto questo spazio per conciliare le mie due passioni: i miei figli e il mio scrivere, che sarebbe poi il mio lavoro.

Qualcuno saggio mi disse una volta che per entrambi vale una regola: Amarli troppo é dannoso. Perché si da e si da continuamente, creandosi aspettative magari troppo alte, difficili per l’altra parte da ricambiare.

Nel caso dei figli, il troppo amore é quello che castra, che soffoca, che ignora quello che c’è da guardare e vede quello che non c’è. Il lavoro invece é un altro paio di maniche. Quanto dai e come lo dai dipende dalla scala di priorità che segui. O meglio, da quel famoso ultimo gradino che Muslow ha riservato alla realizzazione personale.

 Ci sono mamme nate per fare le mamme, esclusivamente le mamme, felicemente le mamme. E a me, come a loro va bene così.

Poi ci sono le acrobate, per rubare la definizione prima ad un libro e poi ad un portale ( http://www.mammeacrobate.com/) di care “amiche” aperto a quelle donne che quotidianamente si barcamenano (e con stile) fra figli e lavoro.

cover libro Elena Rosci

Ci sono anche le non mamme, donne che hanno fatto o hanno dovuto \voluto fare altre scelte.

L’approccio e il ruolo delle tre tipologie al mondo del lavoro é completamente diverso l’uno dall’altro. Le prime si dedicano ai figli e alla casa. Per me hanno l’aureola nascosta nel cassetto dei mestoli vista la dose costante di pazienza rischiesta nonché la fatica del gestire la prima vera impresa di famiglia.

Le terze sono quelle che senza figli, libere di gestire la propria relazione con il compagno e il lavoro in totale autonomia. Possono spostarsi, trasferirsi, portare il gatto dalla vicina, chiudere il gas e garantire una presenza in fiera senza rimorsi.

Le acrobate invece sono un pianeta a parte. In primis perché sono moderne, tecnologicamente avanzate, fan di tutti quegli aggeggi che in qualche modo possono semplificare la gestione di qualcosa o snellire i tempi: Lavatrici, asciugatrici, lavastoviglie, microonde, blackberry, ipad etc etc Poi perché nonostante casa-marito-prole e animale domestico preferiscono lavorare.

Hanno scelto di coltivare una carriera e vogliono lavorare. E infine perché credono fermamente di potercela fare. Barcollano a volte, sbilanciate fra il peso delle buste con i viveri per una settimana, l’iPhone in mano, un figlio al fianco_in braccio_sulla fascia_ pronto ad accampare diritti sul cuore di mamma, e gli impegni professionali che intervengono a gamba tesa. Spiegati i macromodelli torniamo alla questione del cosa e quanto diamo alla nostra professione. Mi sono sempre sentita una mamma acrobata e questo ruolo mi è sempre calzato a pennello. Mi piace la nostra casa, sfornare dolci, ricamare gli asciugamani per l’asilo dei bimbi, ricevere gli amici e provare nuove ricette con loro. Mi piace fare la mamma, collezionare i disegni dei miei figli, dormire con loro per annusarli mentre sognano. Ma il mio lavoro é qualcosa che mi placa dentro, mi consuma e mi appaga allo stesso modo.

Quando accolgo un’idea mi emoziono, mi commuovo, e mando a briglia sciolta le sinapsi. Le cellule si rianimano e riprendono colore: basta pannolini! Basta discorsi sulle diverse tonalità di marron delle emissioni corporali del pargolo di turno, basta cerata da mare anti schizzate di pappa! È tempo di mangiare cultura, fagocitare nuovi concetti, produrre, proporre. Ecco in questa dimensione acrobatica io ci sono stata sempre meravigliosamente bene. Io. Ma… Anzi, mettiamolo tutto maiuscolo questo MA… MA Quanto ho dato? O meglio, quanto ho creduto di dare? Secondo i miei parametri direi “tantissimo”: in ufficio fino a tardi, sul letto a smaltire le email, in fiera a sentire nostalgia, in bagno a piangere di frustrazione. Disponibilità ampia fuori e dentro l’azienda.

Dopo tutto questo dare una mamma acrobata cosa si aspetta? Comprensione? Solidarietà? Apprezzamento? Forse.

Quando le mamme fanno acrobazie non deludono. Alla professionalità aggiungono quel pizzico di cuore che rende ogni progetto – anche quello assemblato in fretta e furia – unico.

Perché qualcosa le ha modellate dentro e le ha convinte che è più giusto così. Perché non temono il giudizio dei colleghi o dei capi ma del modo in cui i propri figli guarderanno a quella cosa. E se quella cosa sarà buona, il merito é della mamma. Mia figlia adorava sentirmi parlare di lavoro.

 Fin da piccola le leggevo le cose che scrivevo, le portavo i giornali dove uscivano e il papà le diceva ” guarda, l’ha scritto mamma!”.

Lavorare mamma, rende felici? ” mi chiedeva, ed io le spiegavo che il lavoro non é un hobby come pattinare o dipingere ma può regalarti grandi soddisfazioni. Da tre giorni mia figlia si avvicina, mi abbraccia e mi chiede “cos’hai, mamma, sei triste?”. Lei mi ha sentito piangere col suo papà, e sa che non é colpa sua, né di suo fratello. Sa che ci vogliamo bene e la mamma ama ciò che fa. Perché piange? É difficile spiegare ad un figlio cos’è l’umiliazione. Cos’è la mortificazione. Sono sentimenti troppo intensi e duri da trasferire. Come dirle che la mamma perderà il lavoro perché ha avuto un bambino e qualcuno é convinto che insieme alla placenta abbia espulso anche le competenze? Come spiegarle che esiste un soffitto di cristallo tempestato di pannolini e più su di lì non si va? Come insegnarle il valore e il rispetto per ogni individuo quando il proprio valore è stato preso, fatto a pezzi e trasformato in uno zerbino d’arredo dal proprio capo? A volte le mamme acrobate camminano sul filo di lana e quando guardano giù vedono un nero senza fine. Dove sono, si chiedono? Posso farcela? Poi una vocina spezza il buio e quella parola “mamma” alleggerisce il passo.

Certo che posso farcela. Una piroetta e quattro saltelli, e sono da te. Avremo tempo insieme per imparare nuove acrobazie e chissà che il cacciatore non arrivi presto a far fuori il lupo per la gioia di Cappuccetto Rosso, della sua mamma funambola e della nonna più donna che c’è.

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Sto professionalmente attraversando una fase ermetica che mi
porterebbe a rispondere, nel mio caso, ” ovunque”. Ma lascerebbe troppo spazio all’immaginazione e con chissà quali risultati ;-).

Il più classico dei posti è stato sicuramente il letto. E la preferenza (non mia ma dello gnomo) é sul fianco sinistro.
Seguono parimerito poltrona e divano. Di casa nostra, certo, ma soprattutto degli amici.
Sicuramente in Chiesa. E che nessuno si formalizzi. Tutto fu autorizzato dal parroco!
Poi…davanti ai genitori, ai suoceri, alle colleghe, al capoufficio.
A scuola.
Al ristorante
In campeggio.
Al mare.
In montagna.
In pizzeria, su una scomodissima sedia.
In banca nella saletta del consulente finanziario.
Nell’autosalone mentre sceglievo l’auto nuova.
Nella mia auto e nell’auto di mio marito.
Al parco acquatico
Alla stazione.
In autogrill.
In ospedale.
Al centro commerciale.
Subito dopo i vaccini.
Prima di andare a lavoro.
In Triennale, a Milano.
In metropolitana.
Per le scale.
Davanti a un piatto di carbonara fumante.
Sulla panchina dei giardinetti
A ben due matrimoni (con parenti diversi)
Ad un battesimo
In piedi
Dalla parrucchiera

Quando leggiamo o parliamo di allattamento, le immagini che vediamo o che la mente evoca, sono quelle di una mamma seduta su una sedia a dondolo che accarezza il poppante con lo sguardo.

Che incredibile tenerezza! Che poesia!

Ma la realtà è più bella, più dinamica, più arrangiata (forse, sicuramente) ma nettamente più divertente.

Dite: é faticoso frequentare i bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete: perchè bisogna mettersi al loro livello, inchinarsi, curvarsi, farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non é questo che più stanca.
É piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi
fino all’altezza dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.
Per non ferirli.

J. Korczac

Fin quando i nostri figli sono isole del nostro arcipelago noi ne misuriamo i quotidiani progressi. Li accompagniamo alla conquista di quei primi prodigiosi traguardi con quel pizzico di orgoglio genitoriale che ci gonfia il petto (ma non ci risolleva le tette, purtroppo:-() e ci illude di avere di fronte un Mozart in miniatura << beh, é evidente, non noti la postura delle dita sul bordo del seggiolone? Non vedi come impugna il mestolo e lo sbatte ritmicamente sul tavolo?>> o una futura Federica Pellegrini <<l’acqua é indubbiamente il suo elemento! Guarda com’è fluido nella bracciata. Certo senza la ciambella e i braccioli se ne potrebbe cogliere lo stile… Ma già così…>>.

mamma anche tu di un piccolo Mozart?

L’espressione più comune é “ma é proprio avanti! Un piccolo, grande genio”.

 Ah!

Con questa salda convinzione noi neo-genitori approcciamo l’ingresso in comunità del pargolo\bambolina ed iniziamo il processo di “beatificazione” di un perfetto bambino imperfetto.

Scrivo questo perché sono certa che anche a voi come a me sarà capitato di sentire un genitore difendere a spada tratta il figlio anche di fronte alla più evidente evidenza e rinnegare quei piccoli nèi caratteriali che contraddistinguono ognuno di noi dall’alba di tutti i tempi.

 I nostri figli sono perfetti.

Sono i figli degli altri quelli educati male, viziati troppo, iper-protetti, bugiardi o fannulloni.

I figli degli altri combinano guai. I nostri semplicemente assistono.

I figli degli altri raccontano frottole e i nostri, poveri! ci soffrono.

 I nostri non oserebbero, non lancerebbero, non userebbero MAI quella parola (<<a casa noi, mica usiamo quei termini lí è>>), non tratterebbero mai così il proprio compagno.

 Eppure.

Qualcuno é stato. E se il mio é perfetto e i vostri anche, allora CHI?

Fra gli episodi realmente accaduti che annovero al riguardo, cito con piacere il colloquio avuto un inverno fa con un “altra” mamma.

La chioccia in questione insisteva sull’uso della parola “handicappata” di mia figlia nei confronti della sua.

Fosse stato un epiteto diverso avrei anche intaccato serenamente la dose di fiducia che day by day rinnoviamo alla nostra primogenita. Diciamo se le avesse dato della figlia di madre di antico mestiere, e l’avesse impastato con tanti azz, di rimando.

 Ma la parola in questione era proprio fuori dal vocabolario domestico –sia quello da letterato che quello da scaricatore di porto – e questo dettaglio valeva la pena condividerlo con la furibonda “altra” mamma.

 Mai furono più da mercante altre orecchie.

Scherziamo?

La MIA bambina?

 La MIA bambina è sincera. A me, racconta tutto. Lei è una bambina buona. Così buona.

La tua invece?

 La mia invece, è l’opposto di tutto.

Questo in conclusione quello che mi sono dovuta prendere e infilare in borsa.

 Amareggiata dalla scontro verbale entro a colloquio dalle insegnati dei due soggetti in questione. Abbacchiata. Delusa. Pronta a lanciare strali al rientro a casa.

E…

Meraviglia delle meraviglie scopro che la bambina con l’aureola, quella le cui lodi hanno lanciato la madre in una filippica contro l’educazione della “mia”, è un satana in gonnella. Una stronzetta in miniatura. Una futura, grande stronza.

 Qui, ci sta bene un altro Ah!

 Sono convinta che anch’io sarò più volte caduta nella rete del perfetto figlio imperfetto difeso ad oltranza dalla mamma o dal papà.

Condividevo però la pericolosità del guardare sempre al nostro figlio come all’agnello immolato alla società malata.

I nostri figli sono davvero una delle cose migliori che abbiamo realizzato, ma lo sono anche nei loro difetti, nel loro momenti di rabbia, nelle porte sbattute con irruenza, nelle giornate di muto rancore.

Dobbiamo averne coscienza. E lavorare con loro e su di loro.

Quando il nostro piccolo Mozart o la futura Federica Pellegrini lasciano il nido e fanno il loro ingresso in società, sia per entrare nella scuola materna, sia per salire sui giochi del parchetto o per ritrovarsi a cena con i figli dei nostri più cari amici, deve necessariamente dimettersi dal ruolo di “PERFETTO”.

Deve permettersi di essere un bambino, paciocco o tornado, timido o solare, bugiardo o spione.

Deve vivere il confronto sulla sua pelle e capire le leggi che regolano la convivenza fra essere umani.

E noi, mamme pacioccone o tornado, timide o solari, bugiarde, e magari spione, dobbiamo essere lì per applicare cerotti dove servono, sulle ginocchia come nel cuore.

Dorme con voi?
Davvero?

Era sano supporre quello che ho letto sulla faccia della mamma seduta di fronte a me.

Certo che dorme con noi, anzi, appiccicato a noi. Una cozza al suo scoglio. Un francobollo alla sua lettera. Una gomma al tuo mocassino preferito.

Dove dovrebbe dormire un neonato? Disperso nel lettino? Lontano dalla sua fonte di coccole e nutrimento?
Ma perché mai?
E lasciamo stare tutti quei libri sul fare la nanna.
Ricordo con orrore l’insistenza con la quale volevamo far addormentare Chicca nella sua cameretta.
Quanti pianti!
Quante notti bianche (di quelle senza shopping peró!).
E le litigate?
Dai, lasciamola stare. Ho letto che pian piano si abituerà!
Dai, magari con una ninna nanna passa.
Dai… Forse se la tiriamo su, e la consoliamo.
No! Io chiusa in cucina a piangere non ce la lascio.
Ecco, bravo, chiama tua madre!
Oh, finalmente dorm…Azz…non dorme più.
Camomilla?
Finocchio?
Un Sssshhhhhhhh dalla porta?

Mi giro nel sonno e lo trovo li. Quello gnomo biondo che per il momento detta legge.
É un putto e io mi sento la Santa Madonna. Mi manca la cornice e il manto per avere un’aria da trittico.
É sudato come un giocatore di rugby post-match e so già che nel preciso momento in cui mi adagerò sul cuscino confortata da Morfeo innalzerà un grido Pavarotti style e sarò costretta a riproporre la tetta.
Lei, una delle due anatomiche gemelle che tanto lo mandano in solluchero
Occhio rovesciato, fronte imperlata, mmmmmh di godimento. Sembra in trance!
E io non sono da meno.
Ecco. Il silenzio scende. Qualche grillo frinisce, il cerotto per il russatore da esiti impensati e lo gnomo, placido dorme.
Tutto il bello del co-bedding é li. Noi tre sul lettone: lui in versione 4 di spade (dimensione carte del mulino bianco), il papà fianco destro e ronzio attutito dal cerotto, ed io che mentre spero di prendere al volo il treno del sonno, sforno checklist degli impegni.
Poi…TAC… E…
Ma che é?
Le tre di notte e mi ritrovo nel buio illuminato dal becco ocra di Paperina gli occhi sbarrati di mia figlia, che in piedi di fianco al letto mi fissano.
Ma cos’é una coalizione di insonni?
Cos’é nessuno dei miei cromosomi si é fatto carico di trasferire il mio concetto del dormire a oltranza?!?!

Delusione cocente.

E va bene. Tuo padre viene di la con te.
E restiamo il nanetto ed io, persi nella nostra viscerale relazione mamma-figlio, dimentichi del sonno (ma mai della fame) e del resto dell’universo.
Completi in quel momento, in quel preciso attimo di vita.

E ssshhhhhhhh

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