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Archivio mensile:febbraio 2012

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alzi la mano chi non ha mai detto una di queste terribili dieci frasi almeno una volta nella sua carriera di mamma?

La prima, la tremendissima “perchè lo dico io” lascia tutto il potere nelle nostre mani. O forse ci lascia l’illusione che sia nelle nostre mani. Si fa così. L’ho deciso io. Lo dico io. Chiaro per tutti?

La seconda ingloba quell’incapacità comunicativa che hanno ad un certo punto della loro vita i bambiniquasiragazzi e che, nel caso dei maschi attraversa la pubertà e si appiccica a ventosa nella stragrande maggioranza di quegli esseri provenienti da Marte. Caro…era bello il vestito della sposa? ma, non so. Andiamo in vacanza in montagna quest’anno? mhhhh, ma, non so, decidi tu.

Finisci le tue verdure. L’ho sentito ripetere da tanti amici con figli piccoli. In alcuni casi l’ho trovato anche triste, perchè per me, forzare un figlio a mangiare qualcosa di molliccio, moscio, insapore, come certe verdure è crudele. Però, c’è anche da dire che mia figlia, quella cosa molliccia, moscia, insapore la mangia con serenità.

Sono totalmente incorruttibile sul discorso del “saltare” sui letti o sui divani. A casa nostra non si fa. A casa degli altri nemmeno. E questo è tutto quello che ho da dire sull’argomento.

Allineatissima anche sulla quinta. Per pareri contrari, sono raggiungibile ore pasti, prima del sonnellino del piccolo e dopo l’uscita del cane per i bisognini.

La sesta abbraccia tutta la difficoltà che abbiamo noi mamme nel farci aiutare. O meglio, correre come forsennate per casa raccattando scarpe a destra e sinistra, riempendo cesti di panni da lavare, con mani cariche di vestiti puliti, il cordless per prenotare la visita dal dentista e un campanello che suona senza che nessuno si alzi per chiedere chi è.

Chi è? boh…sto guardando la televisione, sto finendo il disegno, sto attaccando le figurine, sto parlando con gli angeli, stavo da nonna, pensavo lo facessi tu.

Ma se io riesco a fare duemilatrecentocose tutte insieme, tu, due, e dico DUE non puoi farle?

E quell’espressione da ebete cos’è?

Quando ero piccola ricordo che andava di moda fare le facce buffe e incrociare gli occhi. Mia madre mi diceva con tono minaccioso “ah, non fare così, passa l’angelo e ti lascia con gli occhi storti”.

Si può terrorizzare così una bambina? mamma, la tua coscienza dovrà portare il peso di alcune mie idiosincrasie per anni!

La mia preferita è senz’ombra di dubbio: “adesso senti quando arriva papà”! mi piace da matti. Mi figuro mio marito che si sforza di fare la faccia da duro, che improvvisamente diventa tutto verde e si lacera il maglioncino misto cashmere di Ralph Lauren e parte con una serie di filippiche sul modo migliore di comportarsi.

Naaaaaa…quasi impossibile. Però, a volte funziona. Sarà perchè io mi arrabbio come una scimmia mentre lui è quello imperturbabile. Minacciare una sua esplosione di rabbia è qualcosa di raro e quando c’è di mezzo papà…ahi ahi ahi….

Le litigate fra bambini sono cose imbarazzanti per gli aduli. Specie se gli adulti si frequentano e sono amici. Loro possono anche fare a cazzotti, rompersi i rispettivi giochi, darsele di santa ragione, ma tempo un quarto d’ora, PUF, è tutto svanito.

Noi genitori che assistiamo allo scontro fra le due forze siamo come i giudici davanti al ring. Assegniamo punti e decidiamo con chi andremo a cena la prossima volta, chi inviteremo o meno alla festa di compleanno, con chi dei nostri amici non andremo più in vacanza neanche ci regalassero il soggiorno di dieci giorni tutto compreso.

E concludiamo con il famoso “NO”.

Se tenessi conto delle volte in cui dico “perché ho detto no”, non basterebbero i numeri del cartellone della tombola! lo dico, lo ripeto, lo ribadisco fino alla noia. E peggiore del mio ripetere “perchè ho detto no” è la risposta (o meglio, la domanda) “ma perchè NO”? e la tiritera a seguire: sempre no, mi dici sempre di no, ieri però mi avevi detto che forse, e invece è no…no, no e sempre no.

Quale parte di NO non ti è propriamente chiara? ho detto no. Chiaro? si fa come dico io. Vedrai quando viene a casa papà. Ci pensa lui. A non sai niente tu? non hai fatto niente tu? forza, finisci le verdure, alza il sedere dalla seggiola, sparecchia, guarda tuo fratelle e non dirmi che ti ha lanciato le penne. Non lo so chi ha iniziato. Non mi importa nemmeno. La vità non è una passeggiata.

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Lo guardate, e sembra un putto serafico. Un angelo caduto dal cielo e planato direttamente fra le vostre braccia per rendervi la mamma più orgogliosa della terra.
Questo vorreste mentre osservate una della quarantadue foto scattate da vostro marito prima di immortalarvi entrambi ad occhi aperti, abbastanza fermi da non sembrare nel ricordino della vostra ultima visita al circuito di Maranello, e con un incarnato flashato al punto da entrare di diritto fra i componenti della famiglia Cullen.

Rinchiuso fra i 4 lati dell’immagine, incastrato fra i pixel e colorato in RGB, il vostro meraviglioso pargolo vi rende una mamma fortunata: sano, bello, con gli occhioni dolci e furbetti.

Ah…quanti morsetti dietro quel collo! Ah…quanti buffetti su quelle morbide gote!

Fuori però da quella rappresentazione idilliaca, fuori da quel recinto fotografico in cui abbiamo coltivato un’immagine edulcorata del nostro gnomo, la vita è molto diversa.

Il putto tanto serafico non è, e la demolizione di tutto quello che lo circonda è il suo pane quotidiano.
È la curiosità, dice la nonna Uno, quella che viene una volta la settimana, controlla che indossi le pantofoline calde, che abbia le manine pulite, i capelli in ordine e il pannolino fresco di cambio.
È l’istinto, dice la nonna Due, quella che un paio d’ore al giorno lascia la mamma libera di farsi una doccia, uscire per commissioni veloci, aggiornare la rete di contatti linkedin.

Fatto sta che il Piccolo tiranno smonta la casa a piè sospinto. Lascia tracce di se ovunque e in ogni dove, marca il territorio peggio del gatto da 9 chili del vicino.

Apri la lavastoviglie e ci trovi lo scopetto per il bagno. Il telefono squilla ma dal bidone della raccolta differenziata. L’olio che ti ha portato tua cognata dalla vacanza nelle Puglie ha fatto un’improvvisa fuitina con l’Amuchina e ha iniziato una nuova vita sotto il lavello. E passare lo straccio è diventato un’impresa per Mission Impossible: l’unico modo è farlo tenendo il secchio su qualche mobile alto almeno quanto lo gnomo, il braccio dello gnomo e quel palmo di mano con il quale potrebbe, se non prenderlo rovesciarselo comunque addosso.

Il gioco che va per la maggiore è il “dov’è amore mio”, ovvero: “amore, di mamma, dove hai messo le fruste del frullatore?”, “tesoro mio piccoletto, dove hai messo l’altra ciabatta di mamma?”, “Chicco adorato, dove sono finite le forbici di nonna?” … E via dicendo fino allo strazio e allo sfinimento.

È così che quell’angelo caduto dal cielo direttamente fra le vostre braccia si diletta ogni santo dì. E voi con lui.
Il top del top è l’invito a cena a casa di amici, meglio se amici pupù-free, quelli che, per capirci, non hanno ancora maturato il concetto di evoluzione della specie, che vivono fra divani candidi e cristallini Swarovski distribuiti con gusto per le varie stanze.
Al primo segnale di pannolino riempito ad arte ti chiedono:
“Vuoi usare il bagno?”
“Oh, si, grazie!”
“Ti accompagno”
“ehm…ehm…ha, ehm…sempre questo odore? ehm…eh eh… Piccolo è, ma che ehm…da grandi!”, “vuoi un sacchetto così la porti a casa?”, “no, pensavo di lasciarvela come ricordo di questa bella serata”
(!!!)
E poi, ammettiamolo, parte la recita del solito rosario di: “Posa, metti giù, non toccare, si rompe, lascia stare la lampada, non pulirti le mani sulle tende di lino ricamate a mano, no con le scarpe sul divano no!, no che se lo rompi quel cavalluccio di cristallo è da collezione e non lo possiamo ricomprare se non rinunciando alle vacanze in montagna dei prossimi due anni, su, non lanciare gli spaghetti, non sputare la minestra, non correre che inciampi, lascia stare le chiavi della macchina che poi non possiamo andare a casa, non mordere il cane, non rotolarti, tirati su, siediti, stai fermo, …” etc, etc.

Ecco, una cena a casa di amici è più o meno su questo tono.
E non che lo gnomo sia particolarmente maleducato.
Anzi.
Ma tre ore in una casa nuova sono un dono per un bambino curioso che ha l’istinto di scoprire e capire come funzionano il mondo, gli oggetti, le persone.
Così come tre ore sono un’infinita di tempo per due genitori che cercano di mangiare, bere, e fare amabile conversazione, mentre placcano il bambino che tenta la fuga con l’ultimo pezzo da collezione Thun in mano, tengono i cassetti chiusi usando il proprio corpo come fermo, pregano fitto fitto che non osi ripetere quel numero di arrampicata acrobatica che prevede l’uso dello sportello della lavastoviglie come gradino intermedio per salire sul lavandino e poi sul piano della cucina da trionfatore.

No. Il putto è angelico solo in foto. Quando al ventesimo tentativo hai catturato quell’espressione dolcissima che ha da appena sveglio o due minuti prima di addormentarsi. Quando ti corre incontro e ti spalma quelle sue manine perennemente unticce sui pantaloni reclamando il suo abbraccio e le sue coccole. Quando dorme e sogna di aver conquistato il piano della cucina e il sorriso della vetta raggiunta gli illumina il viso.

Giuro che avevo organizzato tutto.
Giorno prima pedicure, depilazione, piega e scelta del menu. Il giorno stesso apparecchiatura romantica, piatti tagliati sui suoi gusti, torta al triplo cioccolato fondente e candele, tante candele. E cuori, tanti cuori.
La casa era totalmente immersa nello spirito della festa.
I bimbi docciati e già in pigiama. Le luci accese lo stretto necessario. Le lenzuola lavate e ammorbidite con Muschio bianco una goduria olfattiva che già preludeva roventi arrotolamenti.

Dovendo cenare in casa e servire, la mia mise si componeva di leggins nere, ciabattine nere con paillettes, canotta grigia e maximaglia tono su tono. Chic ma informale.

Ecco, siamo al primo: uno gnocchetto al mascarpone che si scioglie in bocca. E il pollo? Soia e pinoli e mandorle tostate. Esotico, non trovi?
La tua torta salata AMORE è sempre un crescendo di sapori.
E il dolce è un mmmmmmhhhh infinito.

Sparecchio, carico la lavastoviglie, tu mi accarezzi mentre mi muovo intorno al tavolo. Vedo la tenerezza nel tuo sguardo mentre i nostri figli mi abbracciano, si avvinghiano, mi coccolano.
Le candele sono consumate. Tu esci a fumarti un sigaro.
Io piego la tovaglia. Porto via la spazzatura, preparo il tavolo per la colazione.
I primi sbadigli mi convincono a portare la prole a letto. Parte la prima e poi il secondo. Tu fai la doccia. Sento il rumore dell’acqua. Io apro un libro buffo. Mi tuffo nella storia che mi sta facendo ridere.
Esci. Ci guardi. Loro dormono. Io sono nascosta dietro la copertina.
Te ne vai. Accendi la tv. C’è Sanremo e Celentano fa volare parole come stormi impauriti da un colpo di fucile.
Con furtivi passetti vengo da te. La casa è buia se non per la luce dello schermo. Busso sulla porta. Una, due, tre…dieci volte. Ehi… Yuhuuuuu! Graffio i vetri, un po’ gioco, un po’ no.
Non mi vedi. Non mi senti.
Con il mio pigiamino profumato, torno sotto alle nostre lenzuola profumate e riprendo a leggere da dove mi ero fermata.
Anche quest’anno, buon San Valentino amore.

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Avevo sempre pensato che sarebbe stato un bellissimo titolo per un romanzo di letteratura femminile contemporaneo. Un libro fresco ma profondo, che rendesse onore alle tante donne che, un giorno dopo l’altro, prestano cerotti per il cuore.
Li posano con dolcezza in quelli infranti delle figlie, deluse dalla fine di un primo, di un secondo, di un qualunque grande amore. Li premono con fermezza in quelli dei mariti, leggere ma veloci, così che il loro intervento passi quasi inosservato e la dignità dei loro uomini resti intatta. Li scelgono allegri per quelli delle amiche, quando al capolinea di un’altra storia, è meglio bersi una cioccolata e programmarsi una giornata di shopping, lasciando al tempo il ruolo di lenire i dolori più profondi.
Con mani attente li staccano dalle ferite che l’esistere ha inflitto ai propri genitori. Maestri loro per primi dell’arte del supportare, proteggere, curare, ma non per questo esenti da certe fratture.
I cerotti per il cuore si accompagnano al tè caldo e ai biscotti che profumano di cannella. A tazze di camomilla e kleenex stropicciati e imbrattati di mascara. Resistono alle lacrime e ai tuffi nei vasetti della nutella. A volte sono così grandi che ne senti l’ingombro, non ne apprezzi l’azione. Ma poi, ripensandoci, ne benedici l’efficacia.
Tamponano dispiaceri che tolgono il sonno. Arginano rabbie che accecano lo sguardo. Trattengono sentimenti che meritano ancora di maturare.
Ognuna di noi è in grado di prestare un cerotto per il cuore e ognuna di noi, all’occorrenza, lo potrà riavere indietro.
La modalità di soccorso sarà forse diversa ma non l’obiettivo, la ragione, la volontà per cui, quella piccola toppa adesiva viene amorevolmente posizionata nell’organo che per noi accoglie tutti i sentimenti.
Chi presta un cerotto per il cuore è consapevole del valore del suo contenuto. Ha camminato con noi quel tempo necessario per sapere cosa ci lenirà il dolore, quali parole ci conforteranno, dentro quali abbracci ritorneremo a respirare.
Ho avuto anch’io la mia dose di garze e cerotti. Ho sentito mani gentili posarsi e riconosciuto gli effetti terapeutici.
Ode quindi ai cerotti per il cuore.
Quelli prestati, quelli ricevuti, quelli ripiegati nel portafogli e pronti per ogni emergenza.
Quelli che chiudono strappi, storie e bocche.
Che proteggono e lasciano rimarginare.

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