archivio

Archivio mensile:gennaio 2013

Diciamo che dopo un po’ ti abitui.
Ci fai caso ma sorvoli.
Mica puoi sempre provare imbarazzo.
Santo cielo è pur sempre, solo, un bambino.
Solo.
Eppure urla come se avesse ingoiato una tribù di indiani sul piede di guerra, Toro seduto incluso.
E a nulla servono le frenate, le accelerate, i derapage con il carrello.
Lui urla e l’urlo è talmente alto ed insistente che supera la voce della cassiera sull’altoparlante. È in apertura la cassa cinque, ma onestamente, se riaprissero la neuro, quasi che un saltino non ci starebbe male.
È talmente disperato che gli altri iniziano a guardarvi con sguardo torvo e a googlare i contatti del telefono azzurro.
Giuro, è mio figlio. Cioè, quando fa così sarebbe più figlio del padre, ma, insomma, questo non è un rapimento, io sono la madre.
La MADRE.
Avete presente la responsabilità della parola madre?
Una madre che non dorme dall’alba dei tempi, dagli anni in cui andavano di moda le zeppe e il verde acido.
Non guardatemi così, come se i vostri figli fossero ogni giorno colazionati e sorridenti, con lo zaino in spalla e il grembiulino stirato.
Non ci credo. Non più.
Perché non sarebbe giusto che voi dormiste otto ore filate (e c’è chi lo giura sulla testa del pargolo) e noi ad intervalli di due quando va grassa; che i vostri bambini attraversassero immacolati, intonsi, puliti come un fischietto da allenatore, lo svezzamento mentre noi si sembra sempre usciti da un’esplosione della pentola a pressione; che vi si veda in giro vestiti monocromatici, sorridenti, mano nella mano mentre noi si corre battendo il record di Bolt senza neanche bere una Red Bull.

Il vostro sguardo mi scivolerà. Sono anestetizzata. Non provo più nulla. Ho superato l’imbarazzo di essere perennemente con le tette al vento, di cambiare un pannolino a due metri da una sposa, di ripetere pipipupupipi per ore, ad alta voce, in ogni contesto, andando magari ad annusare il lato B produttore nel bel mezzo di una cena.
No. Non ci cado.
Mi sono fatta le ossa io.
E sono orgogliosa del mio status materno.
Ho fatto elenchi di tutte le persone e le cose che fanno la nanna schierandomi dalla parte di un afflitto Morfeo.
Ho evacuato bidoni di pampers che solo annodando il sacchetto c’era il rischio di una fuga batteriologica.
Ho assaggiato pappe insapore, inodore, ma in grado di diventare un tutt’uno con i miei pantaloni blu preferiti.
Si, sono io la madre. E lui urla. Urla, ma voi non fateci caso.
Urla perché desidera, agogna, pretende, vuole.
E io lo capisco.
A volte ho la stessa tentazione.
Urlare a perdifiato fino a diventare blu. Emettere tutta l’aria fino ad avere la pancia (quasi) piatta. Comunicare un disagio, una frustrazione, un momento d’ansia con tutta l’intensità di cui i miei polmoni possono.

HAIVISTOQUELBAULETTOBURBERRYinSALDOOOOOOOO?
OhmioDio!setifreghiilmiopostoinfilatimettosottocolcarrellopienoooooo!
Maquantodiavolocimettiafareretromarciatu?

Mammavogliolacentotrentesimahotwheeeeeels!
Questa è sua.
O meglio, questa è la traduzione per gli amorevoli_impiccioni_fateviifiglivostriepoivedremo!_che sono accorsi al richiamo del MiniMunch in carne e ossa.

No.
Non te la compro.
No.
Non c’è niente da fare. Ce n’hai tante a casa.
No.
Non frignare.
Su.
Non ti serve,
No.
E non mordere.
Dai.
Ho detto no.

Risoluta. Tranquilla. Madre educatrice che impara ai propri figli il valore di certi no.
Tze
Tze
A noi i capricci, ci fanno una cippalippa.
O no?

“Guarda, papà…una Chevrolet del 1956. Bella è? La compriamo vero così stasera ci giochiamo”

Vrooooooooom, vrooom, vrooooooom.

ECCO
IO
QUAND’ÈCOSÌ
VORREISOLO
URLAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAARE_

E poi sarebbero i cocchi di mamma?
Leggende metropolitane.

Caro superpapà, che ne dici di trovare il tempo di leggere?

– Figli o Tiranni
– I no che aiutano a crescere
– Bambini capricciosi

20130129-230638.jpg

Annunci

Siamo mamme.
Non siamo perfette ma ci barcameniamo con eleganza fra la routine e gli imprevisti.

Si gioisce dei piccoli traguardi: camminare, allacciarsi le scarpe, arrivare al lavandino per lavarsi i denti, imparare la prima filastrocca; ci si commuove davanti ai primi turbamenti; si ripartiscono le proprie aspettative dai loro sogni; ci si abitua a certi last minute in grado di sballare il più solido dei programmi.

Certi colpi però sono così imprevedibili che sfido il più abile dei portieri d’oro a pararli.
Domande casuali, lanciate in aria con leggerezza (nobile) e curiosità (sana) e che meriterebbero la più dignitosa delle risposte.

Se si potesse rispondere.

Perché, ammettiamolo, certi argomenti sono e restano tabù. O quantomeno imbarazzanti.

Immaginatevi una sera dopocena. Si sta ancora tutti riuniti intorno al tavolo. C’è chi colora, chi sfoglia un quotidiano, chi monta e smonta e rimonta e rismonta i Lego, e chi si gusta una vecchia puntata di Desperate Housewives.
Immagine quasi sacra della famiglia. Tutti per uno, uno per tutti.

Quando, ad un tratto sul monitor Bree Van De Camp raggiunge l’apice del piacere, viene colta da spasmi e tachicardia e corre dalla ginecologa che se ne esce con la parola ORGASMO.
Un addensamento di cumulonembi avvisano dell’imminente tempesta.

“Mamma”, vocina tenerella quanto incalzante, “mamma, COS’È un orgasmo.”.
I tempi di risposta, in questo caso sono controproducenti. Più aspetti ad illustrare una spiegazione, più il dubbio, acquisisce una sua forma, si allarga, si amplifica in sotto domande? ” fa male?” ” serve il dottore?” “tu ce l’hai mai avuto uno?”.

Ora, chi di voi avrebbe risposto senza battere ciglio ha tutta la mia stima per il sangue freddo e la serenità d’animo.

Io, per un momento c’ho dovuto pensare.

Mi sentivo trapanare dagli occhi di mia figlia. Una piccola donna già dalle fasce, un ente autonomo bambino che ha sempre guardato più in là di quanto io avessi mai osato fare. O anche solo sperare.
Una abituata alla verità. A sapere come nascono i bambini o a a cosa servono i tampax, ad aver visto malattie che portano via anche i papà e le mamme migliori.

Ma l’orgasmo! Per il protettore di tutte le mamme pudiche della terra, questo come glielo spiego?

Beh, non l’ho fatto.
Mi sono tirata indietro.
O meglio, le ho detto che era una cosa legata all’amore, una cosa “grande” e “bella” e che meritava di essere lasciata nello scatolone delle cose troppo grandi per noi.

Abbiamo preso la domanda e con cura l’abbiamo messa li a far compagnia a “mamma, come si impara a baciare?” e “ma tu e papà come avete fatto a farmi un fratello se io dormivo con voi?”.

Confido che il tempo faccia il suo corso. Che l’intimità e la dolcezza con la quale abbiamo spostato quell’ingombrante domanda in un angolo privato di futuro, plachino la sua estemporanea curiosità e guidino aspettative di maturità: quando potrò comprendere e apprezzare, saprò, vivrò, scoprirò.

Non ora.
Non adesso.
Un giorno, quando entrambe saremo più pronte a capire e parlare di sesso.
Insomma, “non prima dei prossimi vent’anni”. Pater dixit.

20130123-234409.jpg

Tutto ha inizio con un urlo.
Un suono grottesco e terrificante che sale dalle viscere, si modella sul diaframma, prende la rincorsa lungo tutta la gola e si trasforma nel verso dell’abominevole mamma.

Esce fuori come lava, erutta parole di fuoco, rimbrotti, minacce, sentenze.

Di fronte a tale terrificante e colorita produzione vocale, pagine e pagine di libri su come crescere un figlio sereno e ricco di autostima tentano il suicidio di massa.

Inutile negare l’evidenza. Inutile continuare oltre.
Mancano i fondamentali.
Manca quella sana e matura capacita di autocontrollo di cui ogni madre che si rispetti deve essere dotata.

Cara la mia mamma moderna, lascia stare. Non c’hai il fisico per certi ritmi.
Ma ti sei vista?
Sei un cencio. Tuta e pinza come in quei filmetti intrisi di depressione. Manca solo l’enorme vaschetta di gelato.

Noi ti avevamo consigliato bene.
Impara a dire no.
Dai poche, essenziali regole.
Punta sull’autonomia.
Fai muro col tuo compagno.
Non ricattare.
Non sentenziare.
Sii positiva!

Piuttosto che evidenziare cosa non si può fare, suggerisci cosa lo è.
Perché ti ostini a dire: non correre! Quando puoi usare “aspettami, camminiamo per mano, insieme.”
Perché dici NO, secco, senza margini di movimento, di speranza.
Perché bari impunemente a Monopoli, senza il minimo rimorso, la minima avvisaglia di coscienza?

Mamma, non va bene.

Ricorda: tu sei il perno del focolare, colei che riempie il cestino che Cappuccetto porterà alla nonna, che rifornisce i cassetti di magliette e mutande che profumano di talco e muschio bianco, che – come Pollicino – semina carezze e gesti amorevoli per tutta la casa.
Guardati mentre nutri i tuoi commensali con quel pollo dorato. Guardati mentre stendi la biancheria al primo vento di primavera. Guardati mentre smacchi chiazze d’erba dai jeans.
Quanta nobiltà in questi piccoli gesti quotidiani.
Perché allora urlare? Alterarsi? Trasformarsi nella versione in gonnella di quel gran pezzo di Hulk?
Ah…ce l’hai con tua figlia che ha lasciato lo smalto fucsia aperto e dato una chance al fratello di provare l’emozione dell’action painting sul muro?
Ma su, mamma, sono cose da piccoli.
Ah…ce l’hai con tuo figlio perché ha trovato il borotalco e trasformato il bagno in un paesaggio polare?.
Ma su mamma, sono monellerie.
Ah…ce l’hai con la nonna che ha svelato il posto in cui avevi minuziosamente nascosto il Dido e ora te lo ritrovi attaccato sotto tutte le suole delle scarpe?
Ma su, mamma, si risolve con poco.

Ce l’hai pure con tuo marito?
E perché?
Davvero?
Beh, mamma, hai ragione. Neanche noi capiamo perché non vuol fare un terzo figlio.
Con una mamma così! Anzi, una Santa così…
🙂

20130123-181145.jpg

Un’Odissea!
Un traffico che nemmeno ai fuochi di Ferragosto.
Erano tutti li, codice fiscale in mano, pronti ad iscrivere i pargoli on line. Me compresa.
E questo perché? Non oso pensare quale ansia profonda avesse smosso i genitori/navigatori.
Io l’ho fatto per il puro piacere di vedere se:
A- il sito funzionava_ e no, non funzionava. Almeno non subito.
B- il sito fosse friendly user_e no, non lo era.
C- Ci fosse qualche premio in palio per gli impavidi primi 5.000 genitori che riuscivano a portare a termine l’iscrizione del figliolo prima che la sessione scadesse. Un bel viaggio studio magari, o un anno di Musei gratis.
Non ho vinto nulla. E per lo stress mi sono fatta fuori due thè al bergamotto e una confezione di fette biscottate (integrali) con burro (light) e marmellata (senza zuccheri aggiunti) ai frutti di bosco.
E tutto per colpa dei tempi morti fra una schermata e l’altra.
Ho provato ad iscrivermi almeno 7 volte.
In compagnia di quella meraviglia di Santa Pazienza, abbiamo atteso che il sito rispondesse.
Già, perché il sito http://www.iscrizioni.istruzione.it/ non rispondeva. Dava un errore del tipo “uè tipa, ho fatto baldoria ieri per il lancio del mio spot sulle reti nazionali e be’ si è tirato tardi. Sta schiscia lì che mi organizzo. Magari, richiamami dopo il caffè. Baci gioia!”.
Ok. Calma. Ci vuole calma e caffè. Se lo prende lui, me lo merito anch’io.
Tazza pois addicted, schizzetto di latte, e via si riprova.
“de nuevo tu? Ma sei tarda?… Ma mi fai finire di caricare i dati, connettere i codici meccanografici di tutti gli istituti di Italia? Ma che siam qui a smacchiare giaguari_ imbiancare scogli_ pettinare bambole_?”.
Ok. È un giovane suscettibile. Magari è sotto stress.
Però se promette prestazioni da 8 zeri, mica può fare la figura del nonnetto che gratta il blister del Viagra nella speranza di uscire dalla battaglia di Caporetto tutto d’un pezzo.
E quindi…registrami su…
Caricando
Caricando
Caricando (prima fetta burro e marmellata)
Caric…HTTP- status 404…the requested resouces is not available.
Aaaanvedi! Fa tutto il fico che va in tv ma, quando si tratta di lavorare, applicarsi, ancora non risponde, non interagisce.
E no, bello mio, qui oggi, o tu, o io.
Registrami, dai.
Su, fai uno sforzo.
Pensa a quei ragazzini tutti eccitati, impauriti, emozionati, in trepidante attesa della loro nuova avventura scolastica.
Pensa a quei genitori che sono mesi che tartassano di telefonate amici, vicini, conoscenti, pur di ottenere informazioni sulle maestre, sul loro stato di salute, possibili gravidanze, eventuali promozioni o richieste di trasferimento. Che non avevano il computer, ne il collegamento internet, ne la mail e si sono dovuti attivare per arrivare al 21 gennaio pronti e collegati.
E invece tu, http://www.iscrizioni.istruzione.it/, tu latiti ancora. Sei ancora una risorsa non disponibile. Sei fermo al bar a consumare cornetto e cappuccio caldo, a smaltire i postumi dei brindisi serali, a sognare di cambiare lavoro e iniziare una carriera nei viaggi esotici online.
Quinto tentativo e quarta fetta biscottata. Il bollitore fischia e metto il twinings in infusione. Uno gnomo in pigiamino attraversa la cucina e viene a vedere con che cosa sto trafficando. L’occhio è ancora sonnoso.
I tempi si stringono. Clicco in sequenza e, finalmente, MAGIA dei potenti mezzi del grande mago Miur, accedo alla registrazione.
Un grande Hip Hip hurrà per me. Merito un’altra fetta biscottata: una io, una lo gnomo.
Formulario, password, domanda di sicurezza. Invio e tac! Ho uno username. Mi posso loggare.
E mi loggo. Ah si si, lo faccio.
Mi loggo per così tanto tempo che prima che riesca ad inoltrare la domanda scade la sessione, devo chiudere, svuotare la memoria, spalmare e mangiare un’altra fetta, riaprire il browser e riloggarmi.
Eccoci fratello, ci siamo, dai. Fai il bravo, fammi inviare.
Mi immagino un povero topo in solitaria su una salita polverosa, lui che pedala, pedala, sudaticcio e semi-incosciente, mentre il sito piano pianino si carica. Oh…issa! Oh…issa!
Eccolo, all’orizzonte quel “inoltra domanda”.
Sei certa, sei proprio certa di volerlo fare?
“uè tipa, hai finito di far baldoria con quella tazza e quella sottospecie di banchetto di nozze che ti sei spolverata? guarda, io ho fatto i compitini ed è tutto pronto. L’amico topo è in pausa Camogli e dietcoke. Vado?”
Vai, ragazzo, vai.
Lancia i prossimi tre anni di mia figlia nel web.
Piazzami fra quei 7.500 impavidi che prima delle 13 avevano cavalcato l’onda giusta.
E lasciami godere quest’estasi glicemica. Me la sono proprio guadagnata.

20130122-233852.jpg

Padre Dukan, perdono. Non sapevo ciò che facevo.
Cioè, non è che non lo sapevo, ma, diciamo, insomma, ecco, presumo che, i fumi (già da soli nocivi, si, si, nocivi!) del fritto, abbiano in qualche modo influito sulla mia capacita di raziocinio.
Non ero lucida.
Non rispondevo più di me.

Anni, Padre, anni interi che non ci mettevo piede. Giuro. La prego, controlli, chieda in giro, si faccia fare rapporto dai suoi tutor. Nessuno mi aveva mai visto da quelle parti.
Padre. Io lo guardavo venir su dal nulla di quel campo e pensavo che niente mi avrebbe spinto a parcheggiare li, un giorno, o meglio, un sera, scendere e ritrovarmi d’improvviso a contare i passi che mi separavano dalla porta.
Lo stomaco era sazio. Lo yogurt e la crusca lo domavano. Ma era il naso che guidava. Impaziente, nervoso. Fiutava quell’inconfondibile odore, lo stesso di Roma, Londra, Parigi o Tokyo.
E mentre la scia invadeva abiti e ricordi, il pensiero richiamava viaggi in Costa Azzurra, tanto amore e pochi soldi; serate in campeggio, un hamburger e via in tenda, per bearsi di quella provvisoria e provvidenziale intimità; sabati dopo-cinema, un frappè e tante chiacchiere con gli amici.
Penso sia stata la nostalgia a darmi il colpo di grazia. Non la fame, non l’ingordigia. Non merito Padre di essere punita per questo.
Sapevo cosa facevo, mentre lasciavo mia figlia al tavolo della festeggiata e mi dirigevo con passo sempre più risoluto verso la cassa.
Prima ho pensato ad un caffè. La vetrina dei dolci era decisamente allettante. Una cheesecake bigusto mi occhieggiava sensuale e, per un momento capitolavo.
Poi Rue Le Littrè, noi stanchi del volo, usciamo e ci sentiamo fortunati davanti a quell’insegna. E ancora noi un’estate di tanti anni fa, con Vivì principiante al vasino, che molla il mollabile sullo scivolone gigante e fa scappare tutti i bambini e tante risate. E sempre noi, noi con gli amici, con i figli degli amici, amici presenti, amici presto andati.
Padre, li sono crollata.
E a quel ragazzetto contento del suo distintivo del mese l’ho detto, forte e chiaro:
Un Crispy Mac Bacon Menu, grazie. Con coca senza ghiaccio e patatine grandi.

20130119-171404.jpg

E come sarebbe l’amica della tua ragazza?
Beh…è una persona veramente originale.
Ah, quindi è una cozza.

Il potere immaginifico di certe parole mi diverte.
Dici “originale” e precludi “bella”; dici “gradevole” e sottintendi “noiosa”, dici “solitario” e dipingi uno “sfigato/esiliato/emarginato”.

È un tipo solingo. E via, tutti a visualizzare il ramingo, scuro in viso, sguardo perso fra sassi e foglie, un libro di poesie di poeti francesi sull’orlo di una crisi depressiva in tasca e un cagnetto triste e smunto alle calcagna.

È un ragazzotto. Alto, grosso, ma anche semplice (o meglio, sempliciotto) immaturo, più bravo con i fatti che con le parole. Sta bene dietro il banco di una macelleria, grembiule bianco che abbraccia tutta la sua circonferenza, penna dietro l’orecchio o a scelta stuzzicadenti che pende dalle labbra. Un tipo simpatico, piedi grossi, poco vocabolario. Sostanza.

È un alternativo. E quindi mette il tabacco nella cartina e si fuma sigarette malconce, frequenta mostre di artisti i quali nomi, Giulio Carlo Argan avrebbe scambiato per un nuovo brand di cereali integrali, e quando tutti ordinano un aperitivo che fa ballare ragazze rosse sui banconi di trend_bar milanesi, lui sceglie una birra doppio malto prodotta in quello stabilimento di Amsterdam secondo un’antica ricetta di monaci frappisti.

Fra lo stereotipo e la grande verità, questi vestiti comuni che indossano le parole per noi, vivono l’apoteosi nello scambio costante di commenti su piattaforme sociali di grande, immediata condivisione.

Banalissimo esempio.
Oggi ci vuole.

Foto di un semidivo di fiction di massa, tartaruga al vento, jeans stretti al punto che indovini il contenuto del pacco lasciato da Babbo Natale sotto l’albero ben prima della mezzanotte.
La tua amica fb (che magari ti ha chiesto l’amicizia perché quando ancora andavano di moda le spalline, tu e la sorella giocavate a muffarialzo insieme) scrive:

“Che gran pezzo di figo. Lo dedico a tutte le ‘michette mie, e…buongiorno!”

Parte la raffica di commenti e la profusione di punti esclamativi.

Uh, che tocco di manzo!
Bello 'de mamma!
!!! E ancora !!!
Ah…l'ho visto su Uomini e Donne. Non sarà un intellettuale ma guarda che Belvedere! @-@
Wow, triplo wow, wow con il fiocco.
ah no, non è il mio tipo. Troppo macho, troppo rude.
Ma su, dai, una bellezza alternativa
Io lo laverei con spazzolone e soda.
Ma cioè, ma ci si crede? Ma hai visto che abbondanza?
Oh “befane” sempre a guardà maschi senza camicia state! Ma pensate a quei poveri mariti vostri…
E sarete meglio voi! Sempre a pubblicare foto di tettone scosciate.
Tu sei solo geloso (e qui, la parola geloso, sottintende che il tipo è sfigato/non bello quindi)
Chi, io? Di quello li? Ma se è gay!
Ma che gay e gay! Gli funziona tutto li. Tu piuttosto, chiama l’idraulico che a tubature lasci a desiderare!
Ah, e come lo sai che non è gay? Ti è apparso un angelo e ti ha portato la buona novella?
No, ma la sorella della Giusy…te la ricordi no? Veniva agli scout con noi…
Chi, quella che lavora alle poste?
Beh, l’ha conosciuto.
Gli avrà portato un telegramma!
Si, e poi gliel’ha pure “letto” (!!!)

Ma se era una Cozza?
No, direi più….una persona davvero originale.

20130118-151624.jpg