A noi i capricci, ci fanno una cippalippa.

Diciamo che dopo un po’ ti abitui.
Ci fai caso ma sorvoli.
Mica puoi sempre provare imbarazzo.
Santo cielo è pur sempre, solo, un bambino.
Solo.
Eppure urla come se avesse ingoiato una tribù di indiani sul piede di guerra, Toro seduto incluso.
E a nulla servono le frenate, le accelerate, i derapage con il carrello.
Lui urla e l’urlo è talmente alto ed insistente che supera la voce della cassiera sull’altoparlante. È in apertura la cassa cinque, ma onestamente, se riaprissero la neuro, quasi che un saltino non ci starebbe male.
È talmente disperato che gli altri iniziano a guardarvi con sguardo torvo e a googlare i contatti del telefono azzurro.
Giuro, è mio figlio. Cioè, quando fa così sarebbe più figlio del padre, ma, insomma, questo non è un rapimento, io sono la madre.
La MADRE.
Avete presente la responsabilità della parola madre?
Una madre che non dorme dall’alba dei tempi, dagli anni in cui andavano di moda le zeppe e il verde acido.
Non guardatemi così, come se i vostri figli fossero ogni giorno colazionati e sorridenti, con lo zaino in spalla e il grembiulino stirato.
Non ci credo. Non più.
Perché non sarebbe giusto che voi dormiste otto ore filate (e c’è chi lo giura sulla testa del pargolo) e noi ad intervalli di due quando va grassa; che i vostri bambini attraversassero immacolati, intonsi, puliti come un fischietto da allenatore, lo svezzamento mentre noi si sembra sempre usciti da un’esplosione della pentola a pressione; che vi si veda in giro vestiti monocromatici, sorridenti, mano nella mano mentre noi si corre battendo il record di Bolt senza neanche bere una Red Bull.

Il vostro sguardo mi scivolerà. Sono anestetizzata. Non provo più nulla. Ho superato l’imbarazzo di essere perennemente con le tette al vento, di cambiare un pannolino a due metri da una sposa, di ripetere pipipupupipi per ore, ad alta voce, in ogni contesto, andando magari ad annusare il lato B produttore nel bel mezzo di una cena.
No. Non ci cado.
Mi sono fatta le ossa io.
E sono orgogliosa del mio status materno.
Ho fatto elenchi di tutte le persone e le cose che fanno la nanna schierandomi dalla parte di un afflitto Morfeo.
Ho evacuato bidoni di pampers che solo annodando il sacchetto c’era il rischio di una fuga batteriologica.
Ho assaggiato pappe insapore, inodore, ma in grado di diventare un tutt’uno con i miei pantaloni blu preferiti.
Si, sono io la madre. E lui urla. Urla, ma voi non fateci caso.
Urla perché desidera, agogna, pretende, vuole.
E io lo capisco.
A volte ho la stessa tentazione.
Urlare a perdifiato fino a diventare blu. Emettere tutta l’aria fino ad avere la pancia (quasi) piatta. Comunicare un disagio, una frustrazione, un momento d’ansia con tutta l’intensità di cui i miei polmoni possono.

HAIVISTOQUELBAULETTOBURBERRYinSALDOOOOOOOO?
OhmioDio!setifreghiilmiopostoinfilatimettosottocolcarrellopienoooooo!
Maquantodiavolocimettiafareretromarciatu?

Mammavogliolacentotrentesimahotwheeeeeels!
Questa è sua.
O meglio, questa è la traduzione per gli amorevoli_impiccioni_fateviifiglivostriepoivedremo!_che sono accorsi al richiamo del MiniMunch in carne e ossa.

No.
Non te la compro.
No.
Non c’è niente da fare. Ce n’hai tante a casa.
No.
Non frignare.
Su.
Non ti serve,
No.
E non mordere.
Dai.
Ho detto no.

Risoluta. Tranquilla. Madre educatrice che impara ai propri figli il valore di certi no.
Tze
Tze
A noi i capricci, ci fanno una cippalippa.
O no?

“Guarda, papà…una Chevrolet del 1956. Bella è? La compriamo vero così stasera ci giochiamo”

Vrooooooooom, vrooom, vrooooooom.

ECCO
IO
QUAND’ÈCOSÌ
VORREISOLO
URLAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAARE_

E poi sarebbero i cocchi di mamma?
Leggende metropolitane.

Caro superpapà, che ne dici di trovare il tempo di leggere?

– Figli o Tiranni
– I no che aiutano a crescere
– Bambini capricciosi

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