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Archivio mensile:febbraio 2013

Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa.
Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino.
Nuvole… Corrono dall’imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all’avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l’ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.
Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso.
Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio!
Nuvole… Continuano a passare,alcune così enormi ( poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione ) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde.
Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né faro niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l’ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l’universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto.
Nuvole… Esse sono tutto, crolli dell’altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti.
Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.
Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.

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Cosa vorrebbe una mamma?

Cose di grande semplicità direi.

Le scarpe riposte con cura nel proprio angoletto.
Svegliarsi e trovare la tavola apparecchiata con l’acqua pronta per il tè e le brioche ancora calde.
I figli che si svegliano quando è ora di prepararsi per la scuola.
Senza supplicare.
I pigiami appesi li, in quella cosa da anni nota con il nome di attaccapanni e non nascosti sotto piumini, cuscini, appallottolati, rovesciati, quasi animati dallo spirito del sonno abbandonato.
Gli armadi chiusi, il dentifricio pure, la carta igienica disponibile al momento del bisogno, mollette ed elastici nelle loro scatoline.
E poi va bene stirare, ma un santo che faccia la via crucis di tutti i cassetti, dividendo le mutande di papà da quelle di mamma, quelle di mamma da quelle dei nanerottoli. Non serve mica una laurea in antropologia per distinguere usi e costumi dei diversi componenti.
I colori sempre temperati.
La borsa della piscina svuotata, con gli umidi stesi ad asciugare, l’appello del trio occhialini-cuffia-ciabatte- fatto, il controllo dei residui disponibili di shampoo e bagnoschiuma verificato.
Secchio, straccio e spazzolone sciacquati e ricollocati con cura nel proprio loculo.
La montagna dei panni sporchi scalata. Separati i bianchi dai colorati, i colorati dagli scuri.
La spesa, e in particolare i pacchi d’acqua, già sul piano di lavoro, pronta per essere smaltita fra differenziata, stipetti e frigo.
L’euro del carrello lì, sul ripiano dell’auto dov’è stato lasciato così da evitare la questua di una moneta unica con figlio abbarbicato da una parte e la montagna di centesimi dall’altra.
Lo smalto inossidabile, insensibile alle faccende domestiche, ben steso, ben asciugato, lucido.
I figli che dormono quando li porti a fare la nanna.
Senza supplicare.
E i lego, impilati li, uno sopra l’altro, a formare una montagnola colorata e compatta e non a spasso per i corridoi, insidiose trappole per le alzate notturne.
Compiti controllati, avvisi firmati, grembiuli puliti e con tutti i bottoni attaccati.
Andare in bagno, sola.
Un’ora di puro, normalissimo, noioso silenzio.

E nel caso in cui, la Fata Smemorina oggi proprio non potesse esaudire i desideri, ci potremmo accontentare di una cosa di grande semplicità: un grazie mamma.

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Fu la schiuma da barba. Si, il primo segnale fu quello. Giravo per casa come un cane da tartufo accusando mio marito di usare un repellente piuttosto che una schiuma dal profumo maschio.
Poi fu la volta delle zucchine. Le mie amatissime zucchine. Le saltavo in padella con le olive, i pachini e la maggiorana, ma erano amare, amarissime. Le tagliavo sottili per passarle sulla piastra e sapevano sempre di bruciato. Al forno poi, che orrore! neanche il pangrattato e il parmigiano miglioravano la prestazione.
Le trovavo incredibilmente odiose.
Sotto braccio alle zucchine, andava il petto di pollo. Un pollo nauseabondo. Portatelo via! Non lo posso proprio soffrire.
Lasciate che si reincarni, magari come tocco di manzo ha più fortuna.
E poi c’era questa costante, indomita, irrefrenabile necessita di mangiare tramezzini.
Colpa forse della forma triangolare, dell’uno e trino, del terreno e del divino. Della voglia di essere in tre.
E in tre lo saremmo stati.
Bastava fare un test per capire che ero abitata, non più sola e che un giorno, le zucchine, il petto di pollo ed io avremmo fatto la pace.
Le mie gravidanze si annunciano sempre attraverso l’olfatto.
Improvvisamente sento odori e puzze ovunque. Mi arrivano i toni pungenti della cucina, mi si esaltano aromi noti, mi devastano i passaggi davanti alle profumerie.
Mio marito mi bacia prima di uscire e il suo profumo, mio regalo, mia scelta, mi si appiccica addosso peggio di una bigbubble alla suola delle Converse. Vedo anche i disegni geometrici stampati.
Mi segue per ore e ore.
Mi sballa lo stomaco.
Opto per una doccia e il sapone mi sembra detersivo concentrato per piatti. Lo shampoo poi, ho da farlo in apnea.
Chi mi salverà dalle nausee?
Che per le altre sono mattutine, ma le mie invece amiche fedeli che mi seguono passo passo nell’arco della giornata, con costanza. Arrivano, portano quella sensazione di assoluto rifiuto per qualsiasi cosa non abbia la consistenza di un pezzo di sughero e se ne vanno solo per far posto all’acidità di stomaco.
Altra valida alternativa non è mai stata presa in considerazione.
Fra la prima e la seconda gravidanza, di diverso ci fu fondamentalmente il sonno.
Se di Vittoria non si dormiva, di Leo ogni posto e ogni momento era buono per chiudere gli occhi.
Ecco, guarda, scusa, mi metto un momento sul let…ronf ronf…ero già in fase rem. Saltati tutti i passaggi.
Full immersion fra le braccia di Morfeo.
Mano sulla pancia in via di lievitazione, testa su tre cuscini per prevenire il reflusso, pasticca di malox fra i denti.
Al risveglio dai pisolini cercavo curiosa quella luminosità negli occhi o dei capelli di cui tanto avevo letto. Le altre mamme mi sembrano sempre così belle!
La mia matrona radiosità però ha sempre latitato, nascosta fra le voluminose forme, fra le curve che nonostante il bombardamento olfattivo, si espandevano verso nuovi orizzonti.
Dopo i 9 mesi, ero pronta al varo.
Mancavano solo lo champagne sul deretano e gli applausi dalla banchina.
L’ultima pesata, dell’ultima settimana, dell’ultimo figlio, ho temuto che mio marito uscisse e tornasse non tanto con un qualche bel gioiellino per la sua amata consorte quanto con un tapis, una cyclette e un personal trainer.
Ma si è contenuto. Trattenuto forse dall’euforica sensazione di diventare padre.
Di essersi, in un certo qual modo, replicato.
Di ritrovarsi fra le braccia un minuscolo esserino profumato di nuovo, rosso e grinzoso, intonso.
E le puzze, le nausee, i pipì_stop in ogni dove, spariti, scomparsi, dimenticati.

E comunque, voi oggi, strano odore di mele cotte e cane bagnato, lo sentite?

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Cosa rispondereste ad una domanda simile?
Sapreste quantificare il vostro valore?
A quanto corrisponde, in volgare pecunia, la fine di un vostro progetto di vita?

Non fa male sentirsi chiedere quanti soldi vuoi per licenziarti. Quale forma di indennizzo potrebbe agevolarti in questa scelta.
Fa male pensare a quelle due persone di fronte a te, persone con le quali lavoravi, ambasciatori di persone che stimavi.

Lo raccontavo venerdì ad una mamma di “piscina”. Guardavamo sguazzare le pescioline e ci aggiornavamo sulla reciproca settimana.
È incredibile come l’indignazione altrui possa amplificare la tua.
Ero li che riferivo il colloquio, la richiesta, la finta cortesia della proposta, e vedevo il volto di questa ragazza, mia coetanea, mamma come me, diventare sempre più paonazzo.

Ma come?
Come possono farti questo?
Ma come puoi permetterlo?
Ma non è legale! non è corretto! non è umano!

Di umano, in un’azienda, non c’è niente. E lei non lo sa. Lei che ha la fortuna di insegnare musica.
Non è umano l’orario di lavoro, con quelle due o tre ore in più di straordinario che vengono pretese per mostrare attaccamento al posto di lavoro. Esci e non fai in tempo neanche a comprare il pane.
Non è umano il salario, che non dipende dalla tua professione, ma dal tuo sesso, dalla tua simpatia, da quale cordata aziendale fai parte.
Non è umano il tuo ruolo, scelto non in base alle tue attitudini, o alla tua preparazione, ma in base a ciò che pensano puoi fare. E non importa se sei incompetente, arrangiati e porta risultati, altrimenti sei fuori.
Non è umano metterti contro i tuoi colleghi, incentivare la competizione, chiederti di scavalcare il tuo capo, e poi lasciarti sola davanti al suo rancore.

Le aziende non hanno sentimenti. I colleghi di lavoro non sono tuoi amici. E le risorse umane sono solo la traduzione moderna di forza lavoro. Tutti a testa bassa, cavarsi il cappello, entra in fabbrica il signor padrone.

Quando leggete di grandi sogni di impresa, non vi fermate alla bella storia. Pensate al team di comunicazione che ha delineato i trend da seguire e a quell’ufficio di p.r. che prima ha organizzato l’intervista e poi ha passato la cartella o il comunicato stampa. Pensate ad una mamma seduta alla sua scrivania, con le foto dei figli attaccati sulla paretina con gli spilli da cucito, isolata dal brusio costante di un open space, che cerca ispirazione in citazioni di poeti, che lascia scivolare le dita sulla tastiera narrando una storia imprenditoriale e personale che ha sentito raccontare per anni e anni al punto da farla sua, da sentirla intima, parte di se’.
Se leggendo coglierete sentimenti, entusiasmo, speranza, non pensate all’imprenditore. Lui non ha più tempo per questo. Lui ha delegato quella mamma seduta alla sua scrivania di raccogliere il ricordo dei suoi sentimenti e dargli corpo: una lettera aperta, un editoriale, un biglietto di condoglianze, una richiesta di colloquio, una tesi di laurea honoris causa.

Giorno dopo giorno, anno dopo anno, quella mamma cambia le foto dei suoi figli e scrive della vita degli altri: i grandi progetti, le collaborazioni di prestigio, i manager di fiducia, i nuovi mercati e le nuove filiali. E poi la crisi, la necessità di abbracciare il cambiamento, la volontà di sopravvivere, di affrontare i tempi bui come un’opportunità.

Quando leggete di grandi sogni di impresa, pensate a quella mamma, a tutte quelle mamme come lei. Convocate una mattina da un solerte responsabile del personale, in maniche di camicia e sorriso prestampato, per staccare gli spilli dai volti sorridenti dalla paretina e stabilire “quanti soldi vuoi per licenziarti”.

Quanti?

L’unica immagine che mi viene in mente è quella di Zio Paperone che fa surf fra le monetine d’oro.
Surf non lo so fare. Ma ho tempo per imparare.

Salvatemi da PeppaPig ( e anche dai Barbapapà!)

I figli ti cambiano. Non ci piove.
Quando il test diventa bi_ rosa inizi con piccole cose: lo zucchero di canna al posto di quello bianco, il tè al posto del caffè, la cedrata invece che la coca cola, le mutande extra large invece che le coulottes di pizzo.
Inizia una lenta ed inesorabile mutazione che non coinvolge solo la mamma ma contagia con un certo guizzo gioioso, marito, nonni, animali domestici e casa.
Ritengo di non essere una di quelle donne che si sono annientate nella maternità ma ammetto di essere evoluta dal ruolo di figlia-moglie a quello di moglie e madre.
Ho anche sviluppato una certa insofferenza verso quelle talebane del bebè, amiche o anche solo conoscenti che, come ti incontrano ad una cena o al parco, o sul lungomare con un passeggino tra le mani ti raccontano il parto minuto per minuto o ti intrattengono sulla gamma pantone della pupù del putto. Come se quella prodotta dal lato B della tua progenie non ti bastasse.
Scompaiono i discorsi sui libri letti (perché trovi anche il tempo di leggere?), sui film usciti in sala (ah bè…l’ultima volta che ho visto Russell Crowe era muscoloso e abbronzato) sulle ultime tendenze moda ( ah…la tuta che invenzione!) e giù, tutte a parlare di pannolini, pappe, rigurgiti, sonni e poi via a seguire di svezzamenti, inserimenti, maestre, amichetti, tabelline e quadernoni.
La cosa che più detesto però, lo ammetto e vi chiedo già perdono se siete fra i fedelissimi di Cocco e Drilli, sono le canzoncine per i bambini.
Un errore comune a molti genitori, fatale dal punto di vista neurologico, e che ho giurato con mio marito di non commettere mai più.
Quale orrore salire in auto e fare tutta l’autostrada del Brennero canticchiando le best of Zecchino D’Oro, o le golden hits della prova del cuoco, con le tagliatelle di nonna Pina che suonano nell’abitacolo a palla lanciata.
Non merito ciò.
Io, ho assistito con muta reverenza al concerto di Joan Baez, sono stata vittima di fumo passivo a quello di Vasco senza attaccare predicozzi sulla volgarità del fumo, ho consumato accendini per le donne cannone di De Gregori, e, sopra ogni cosa, mi sono buttata su John Taylor a Modena sulle note di Wild Boys. E l’ho toccato!

Quindi, niente da fare. In macchina mai più canzoncine su elefanti con le ghette, su cammelli catalitici, su coscine di pollo che fanno la nanna.
E no, no assoluto ai 44 gatti.
Che non so perché ma ti entrano nel cervello, ti si insinuano fra le varie sinapsi e viaggiano con loro. Fra un pensiero e l’altro senti sempre quel fila per sei col resto di due, non c’è scampo.

La nostra grande li ha smaltiti in fretta. Arrivati alla soglia di assuefazione siamo passati a Vecchioni, Guccini, i Queen e già in prima elementare Vittoria cantava Bocca di Rosa con serenità.

Ma l’infausto destino delle canzoncine è tornato insieme ai due programmi in assoluto preferiti del piccolo: lei, la maialina più ruttosa del mondo insieme ai suoi miracolati genitori e al suo fratellino George, dicesi PeppaPig e l’allegra famiglia di origine zuccherosa, i Barbapapà.
Gli episodi qui vanno a gruppi di otto se non dieci. In mondovisione fra la tele dei nonni, la nostra e il pc portatile. A ripetizione.
Ti muovi e di stanza in stanza senti “tantantatanta…tatantatanta…ciao! Sono PeppaPig (rutto), e lui e il mio fratellino George (rutto)’ lei è mamma pig (rutto mega) lui è papà pig (rutto da primo premio)” e poi “barba barba barba bella…tu sei sempre la più bella, barba barba barba bella” (…).
É straziante.
E il top è quando prende l’ipad e vede gli episodi su you tube. Non importa in quale lingua.

Dopo mamma, papà, Tà( la sorella), buà (la macchina), cangevà(il camion dei pompieri), nonnò, nonnà, pà (trattore) e rossssscio (rosso), mio figlio ha imparato GEORGE.
E vai di rutto libero.

Vi prego, liberatemi da PeppaPig. Ve ne sarò riconoscente.
Addì, 4 febbraio 2012.
Un grande BURP a tutti!

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