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Archivio mensile:marzo 2013

Ti alzi e piove.
Piove in un giorno di Primavera pieno.
Piove e c’è un vento tale da non poter aprire neanche l’ombrello.
Piove e fa un freddo cane.
Anzi, ha freddo anche il nostro cocker, tutto accucciato sotto il termosifone.
Vorrei cambiare le lenzuola, aprire le finestre e respirare il sole, pulire i vetri e annaffiare le viole.
Ma piove.
Si allungano i musi.
Si sta insofferenti in casa.
Tutt’al più si esce per entrare in un supermercato.
A farsi un bagno di luci fluorescenti, a colorarsi fra le carte metalliche delle file e file di uova di Pasqua esposte.
Ridatemi le maglie di cotone. Quelle nei toni dell’azzurro, del bianco, del blu. Ridatemi le ballerine e i jeans.
Basta stivali, cappelli, piumini, sciarpe. Basta battere i denti per il freddo. Basta neve anche a bassa quota.
Qui vogliamo tutti i ciliegi in fiore, il gelsomino che si affaccia alla nuova stagione, le corse sui prati verdi e quasi quasi un bel gelato, di quelli panna nel cono, creme e panna sopra.
Non si chiede mica un viaggio sulla luna andata e ritorno.
Solo un placido, pigro giorno di primavera. Di quelli caldi ma senza sudare, di quelli che strappano sbadigli e fanno distrarre i bambini a scuola.
Un banalissimo giorno che si premette felice anche solo per la luce che filtra dalle persiane, che ti chiama, ti invita. Vieni, esci dal letargo. Vieni, vivi.

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Eccomi reduce dalla settimana di festeggiamenti in onore dei miei ANTA.
Il passaggio dai favolosi trenta ai nuovi 40 è iniziato lunedì 18, giorno in cui ho chiamato a raccolta gli amici, ho cucinato come una forsennata, ho montato ben 3 litri di panna e ho soffiato in un solo colpo tutte e quaranta le candeline. Senza ripensamenti.
Di quella serata ricordo il tremendo mal di piedi dovuto dall’estenuante maratona culinaria e organizzativa della serata iniziata all’alba del giorno prima.
Sarebbe filato tutto liscio se, uno gnomo di dueanniepocopiù non avesse attentato a quanto accadeva intorno a lui.
Senza remore.
Diabolico.
Con studiata tattica per ridurre un’anzianetta come me all’esasperazione.
Partiamo dal classico dei problemi: la nonna, Santa donna esperta nel marcare a uomo, placcare il vandalo e distrarlo con canzoncine e filastrocche (PeppaPig rules) era a letto febbricitante e delirante.
Il nonno era facilmente corruttibile nonché semplice da aggirare con sorrisini azzeccati e mossette da truffatore nato.
Il resto della famiglia era impegnato fra ufficio e scuola e non cooptabile per il babysitteraggio.
Indi per cui, la famosa cena venne preparata fra le incursioni distruttrici del mezz’uomo.
Solo per rispondere ad una telefonata di auguri mi sono giocata due litri di panna montata, volata in tutto il suo candore aldilà del tavolo dove una trepidante base al cioccolato non aspettava altro che d’essere farcita.
Magno gaudio per il cane che, devastato da tanta grazia sparsa su tutto il pavimento, ha speso la successiva mezz’ora in una sorta di estasi glicemica, leccando e guaendo di inaspettata felicita.
Rimonto la panna, butto la ciotola spaccata in due e mi metto a pulire le fragole.
Ma non c’è requiem.
La seconda vittima è un bicchiere di vetro, che lasciato incustodito sul lavandino ben si è prestato alle acrobazie volanti con tanto di atterraggio coreografico in mille frantumi.
Ora, fra un impiattaggio dell’arista e una sfornata di quiche, prendere paletta, scopa per raccogliere i cocci, passare lo straccio dov’è atterrata la panna, preparare il pranzo e il brodino caldo per la malatina, arginare fiumi di cocacola che scendono a cascata dalle scale mentre una lattina birichina rotola incustodita, vi assicuro è deleterio.
La sindrome di Cenerentola è dietro l’angolo e fra una pentola e l’altra viene spontaneo chiedersi chi te lo ha fatto fare.
Cucina, pulisci, apparecchia (manda avanti la lavatrice), prepara l’aperitivo, passa lo straccio (cambia il pannolino bombaH) sciogli la cioccolata per la ganache, frulla la crema di carciofi per la carne, fatti la doccia, fagli la doccia, (sfogati mezz’ora al telefono con la migliore delle tue migliori amiche) riemergi dalla baraonda delle baraonde truccata, vestita, e con un radioso sorriso da padrona di casa.
Arriva il marito.
Arrivano gli amici.
La casa profuma di festa e le candele sono schierate.
Tutti a tavola.
E vi prego, non fate caso alle mie ciabatte 🙂
Me le merito tutte e due.

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Latito.
Sarà forse per le troppe cose da raccontare. O forse per la noia di questi giorni.
Sarà l’attesa. Della primavera. Del sole. Di telefonate che non arriveranno. Dei miei 40 anni.
Sto preparando una cena molto informale per lunedì.
Pochi amici. Molti bambini. Tanti pois bianchi su fondo rosso. La mia passione.
Mi sono chiesta quale sarebbe stato il modo migliore per inaugurare questo nuovo decennio e sentivo forte il richiamo di Parigi. Ma poi ho ripiegato sui tulipani, su un giorno ai fornelli, sulle coccole domestiche.
Con la pancia work-in-progress meglio così dopotutto.
Così stamattina armata di portaborse ottuagenario (porta tuo padre con te che le buste pesano) e di bancomat rovente sono andata al centro commerciale.
Solo i 4 pacchi d’acqua mi hanno tolto la vita.
Pesa metterli nel carrello, pesa metterli nel nastro, pesa rimetterli nel carrello e poi nel portabagagli fra il passeggino e le borse varie. E poi, come ti abitui all’idea del riposo arrivi a casa e ti aspettano due rampe di scale.
Con l’immancabile maniglia di plastica rotta.
Smaltita l’operazione spesa per venti, sono passata a quella “salviamo il salvabile” e d’accordo con la parrucchiera (mai trovata una che non andasse imbrodo di giuggiole alla parola tagliamo) ho dato una sistemata agli indomabili capelli.
Saranno gli ormoni, sarà il tempo, sarà il passaggio di Venere in Pesci, insomma, non stavano in piega per più di due ore.
Poi risalivano su se stessi, si accartocciavano, e sembravo uscita dalla penna di Quino. Mancava solo il fiocco rosso.
Tagliati, colorati e messi in riga dall’esperta sembrano quasi dei buoni capelli, lisci, ordinati. Ma lo specchio davanti alle mie mossette profilo destro profilo sinistro, mento su, mento giu, mi ha lanciato uno sguardo beffardo. Sappiamo entrambi che sarà un risultato di breve durata.
Basteranno le poche ore di sonno stanotte per farmi ritrovare arruffata e molto lontana dal concetto di “piega liscia”.
Non ho ancora idea del dress code. Spero solo che mi ritornino indietro le due paia di jeans pre-maman che ho prestato perché inizio a stare strettina in quelli normali, specialmente la sera.
Del menu invece ho tutto chiarissimo. Molto easy: qualche quiche, qualche bruschetta, un maccheroncino al fumé, un’arista ai carciofi, insalata, patate al forno, torta cioccolato e fragole.
Dulcis in fundo, aprirò un Veuve Clicquot. Un gentile omaggio che l’azienda mi ha fatto portare da un corriere, in preziosa cassettina di legno, accompagnato da gentile biglietto prestampato. Condividiamo insieme certi traguardi.
Sei arrivata a 40 anni.
Brinda.
E no, non pensare che non ti vogliamo più bene. Che sei solo un esubero, un sassolino nelle scarpe, un riccio nelle mutande. Ti abbiamo ferita, umiliata, lasciata senza lavoro, chiesto di licenziarti. Ma quello non è personale.
È la crisi.
Lo sai.
E quindi bevi. Bevi che ti passa. Bevi che dimentichi. Bevi che affoghi i dispiaceri.
E luminosi auguri per questo traguardo.

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Ieri è stata una di quelle giornate storte. Non storte “storte”, da improperi e guai, ma una di quelle maratone di piccole noie che arrivi a fine serata e sei svuotato e malconcio.
Stamattina ho subito rimediato aprendo il barattolo della Nutella.
L’ho spalmata con tenerezza sul ciambellone e ho lasciato pure che strabordasse.
Potrei scrivere del brutto sogno a tema “lavoravo in un’azienda brutta e cattiva e non lo sapevo” ; oppure del forum che credevo oasi di felicità prima di vedere le lunghe zanne feroci; magari potrei postare la foto dell’ennesima lettera mediocre che mi hanno mandato per informarmi del mio status di esubero oppure della montagna di panni che ho scalato armata solo di ferro rovente e tanta acqua distillata.
Ne avrei di temi, di strali, di frecce.
Ma il potere catartico della Nutella mi spinge a guardare verso l’azzurro del mare.
Mi affaccio e vedo il sole, e il blu, e due orecchie pelosette far cucù dalla finestra in cerca del quotidiano biscotto mattutino.
Vale la pena incazzarsi?
Vale la pena mettersi in un angolo muto di dispiacere e apatia?
No.
Ogni giorno lasciato in balia del pessimismo cosmico è peccato mortale per una mamma.
Mio figlio ieri ha detto finalmente il suo nome.
Abbiamo preso acqua e farina e lui con sua sorella si sono divertiti a modellare pupazzi e mostri vari con la pasta di pane.
Mio marito mi ha lasciato l’ultima fetta del mio dolce preferito. L’ha risparmiata per me.
Ho preso il nuovo runner a pois rosso e bianco, l’ho steso sul tavolo del soggiorno e c’ho piazzato sopra quel vaso colmo mimose che mi hanno regalato gli amici del cuore domenica sera.

Ieri è stata una giornata storta.
Ma voglio guardare alle piccole cose belle che si sono intervallate alle nuvole grigie.
Ode all’ottimismo.
E buongiorno ai sognatori.

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Stasera si cena dai suoceri. Finalmente. Dopo la lunga invernata e infornata di bacilli, salvo forfait last minute, riusciremo a riunirci tutti. I cognati grandi con Giulio e Alice, i cognati piccoli con i terrible_twins, qualche nonna single e noi.
Leggenda narra che come portata principale ci sarà del cinghiale.
Da dove sia razzolato fino alla nostra tavola non mi è dato di saperlo ma posso sopportare il peso di questo dogma e iniziare ad annodarmi il tovagliolo alla Totò.
Sono sicura che la cognata grande farà una bella teglia di verdure, molte dell’orto di sua madre, e questo mi da una grande gioia.
Mia suocera arrotolerà l’arrotolabile, siano esse fette di prosciutto intorno al formaggio, foglie di cavolo verza intorno al cotto, indivia belga sul Philadelphia.
Mio suocero avrà già lucidato il pentolone da pozione, quello che per bollire ci mette un’ora e più lo guardi e più ti snobba. Due chili di pasta ci sguazzano con serenità.
La pasta sarà: troppo cotta (mio marito), troppo salata (mia suocera), troppa (mia cognata piccola), con troppa roba (mio nipote Giulio), poco condita (di nuovo mia suocera).
Io mangerò.
Seduta.
Con calma.
Mentre mio figlio viene domato dalla nonna, sollazzato dalle zie, intrattenuto dai cugini.
Ci sarà un gran passamano di piatti: mi passi il parmigiano? Scusa, posso avere il vino? Che c’è un tovagliolo in più? La riprendi? E la confusione manderebbe in estasi Dioniso.
Arriverà lui, Mr. Cinghiale e tutti scenderemo nel muto silenzio dei mangiatori. Bocca piena, primo bottone slacciato, leggero senso di rossore sul viso.
Applaudiremo il cuoco, mio cognato piccolo, che da settimane studia ricette e prepara le giuste spezie per insaporire il selvatico zannuto.
Poi sarà il turno dei dolci.
E anche il mio.
Che son qui ancora a leccare fruste e cucchiai e a rimirare il Profiterole alla cioccolata bianca preparato per l’occasione.

In alto i cucchiai, miei Prodi e via, tuffarsi nel ripieno…

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Questa è l’ora che preferisco.
Mi alzo mentre la casa dorme. Solo un vago aroma di caffè sale dalle scale che portano da mamma e papà. So già che uno dei due è in piedi, inzuppa pane nel latte e scarica la lavastoviglie. A volte, come stamattina, sento pure i cocci di un bicchiere malandrino, che tenta la fuga con esiti poco felici.
Ho messo su l’acqua per il tè e spalancato le persiane della cucina e del living. Splende un tenero sole. La giornata si premette luminosa e profumata di primavera.
Tato-gnomo se la ronferà fino alle 9,30.
Ha aperto un occhio verso le sette, ha controllato la presenza mia e del padre, ha lanciato uno sguardo languido alle tette, con tanto di sospiro malinconico, e poi si è sfilato stizzoso i calzini. Sedere in su, dorme.
Il padre idem. Confinato nei 15 centimetri prima del baratro, sta lì immobile come Totankhamun, emettendo sbuffi morbidi come quelli di un traghetto a vapore. È contenuto pure quando dorme. Mai sopra le righe. A parte quelle del pigiama.
Li lascio godere della loro prossimità e apro la camera di Chicca.
Lei occupa la sua piazza e mezzo con la stessa irruenza con la quale abbraccia ogni cosa della sua vita.
Non dorme. Fa un’invasione di campo.
I suoi ricci arruffati e confusi le coprono il viso arrossato dalla piscina e dal sonno. La trovo bellissima e finalmente muta. Cosa rara, così rara per lei.
Il bollitore fischia e io faccio un giro per i vari shopping on line. Stamattina compro una cassettiera che fa il paio ad un comodino che ho già ricevuto qualche settimana fa. Mentalmente la colloco nella nuova cameretta. Se sarà una bambina, per lei è perfetta.
Se sarà un altroterribilepisellopipo faremo il solito giro di mobili: la scrivania andrà da Lello, la cassettiera da Vi, la cassapanca bianca nella nursery e pace per tutti. Almeno per un po’.
Intanto ho cambiato il colore della parete della nostra camera.
Assuefatta dal blu, ho spedito il marito, armato di tuta da imbianchino nel colorificio di fiducia alla ricerca di un caldo, timido Tortora.
Ora, non so perché si dorma con alle spalle un fresco, timido verde salvia, ma il cambiamento mi piace lo stesso.
Dovrò trovarci dei quadri.
Delle stampe.
Magari delle foto in bianco e nero dei bimbi.
Dovrò ragionarla.
Per il momento mi godo il silenzio di questo sabato mattina. Il mio Earl Grey, lo spiraglio di sole, la ricarica di pace quotidiana.

Oddio…passettini…chi sarà?

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