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Archivio mensile:aprile 2013

Spedizione nuovissimo centro commerciale.
La mia amica Barbara e marsupiale di un mese e mezzo, il caterpillar nei suoi terribili primi quasi tre anni ed io, in tutto il mio rotondo splendore da quinto mese.
Autostrada e superstrada per venti minuti totale.
Lisci come l’olio.
Arrivo e parcheggio family.
Ottimo.
Ci siamo in pieno: neo-mamma con mamma incinta e figlio infante in un solo colpo. Insindacabile.
Temperatura esterna, 21 gradi con sole e gradevole atmosfera di tarda primavera.
Tutti a terra.
Prima meta: Casa.
Nel giro di mezz’ora impilo sul carrellino un cuscino, tre mensole, una lampada, una lanterna, un runner a pois rossi, tre bobine di nastro da regalo.
In cassa mi ritrovo anche una mini-vanga, un contenitore ermetico, un accendigas fucsia, cera in polvere giallo canarino e la faccia furbetta di mio figlio.
Pago contenendo a stendo la frenesia da shopping compulsivo del nano e raggiungo Barbara all’outlet Zucchi.
Ne usciamo un dieci minuti dopo con completo matrimoniale lilla (lei) e uno écru natural 100% io. Ci accompagna la sequela di baci che la commessa e mio figlio continuano a scambiarsi.
Quasi mezzogiorno e buco allo stomaco.
Niente bar-caffetteria all’orizzonte. Si opta per il reparto gastronomia del supermarket per due pezzi di pizza bianca, una coca cola fresca e tre ovetti kinder.
Temperatura esterna 23 gradi.
Tetta-stop all’ombra e direzione Maisons du Monde.
Dopo un’ora e mezza abbondante, due dei tre ovetti kinder spalmati fra maglia, pantaloni e faccia del nanetto superenergizzato, tetta stop bis su seduta in vimini MdM raggiungiamo la cassa con una federa per cuscini a pois rossi (toh! Che novità:)))) e due pomelli in ceramica io e due quadri, un portafoto, una gabbietta decorativa e 5 confezioni di candeline profumate per ladyB.
Si decide per il pranzo.
Roadhouse.
Profumo di carne alla piastra e salsa barbecue.
Si cambia a turno il pannolino ai minorenni mentre si consumano arachidi tostate.
Ordinazioni, chiacchiere, maionese, caffè.
Sono quasi le tre.
Rimpinguati e col portafoglio più leggero si decide per il rientro.
Brevissima sosta al Lindt point. Pericolosissima.
Ma inevitabile.
Sacchettino di Lindor bianchi e piccolo cono gelato per chiudere in bellezza.
Tutti a bordo.
Superstrada.
Autostrada.
Io guido. Barbara è dietro fra l’ovetto e il seggiolino.
Improvviso colpo di tosse di mio figlio.
Uno, poi due poi tre e non faccio neanche in tempo a preparare Barbara che il ragazzetto inizia una delle sue migliori performance alla Kracatoa.
Inarrestabile.
Battezza ogni cosa. La sua polo, i jeans modello cargo, il seggiolino, il sedile.
Barbara tenta di arginare fra salviettine e buste ma il danno è fatto.
Percorro gli ultimi dieci km con finestrini aperti e una velocità non proprio ragionevole.
Scarico l’amica, la bebè ignara e dormiente, pacchi e pacchetti e torno a casa in stato semi-incosciente.
Mial infilo un paio di guanti in lattice. Smonto il vomitatore folle e dopo averlo denudato, lo lascio insaponato sotto la doccia. Smonto il seggiolino. Smonto la fodera.
Il primo ha uno scontro armato con Chante Clair e la calza da giardino.
Il secondo finisce con i vestiti battezzati in lavatrice a 700 giri.
Nel frattempo, mio figlio ha riempito il piatto doccia e l’acqua è arrivata in corridoio.
Chiudo il getto. Prendo uno straccio. Raccolgo 4 secchi d’acqua.
Asciugo e rivesto il nano.
Lo mollo ai nonni.
Passo all’auto.
Elimino i residui.
Spugna, acqua, alcol.
Aspirapolvere.
Un’ora almeno.
Stendo l’imbottitura del seggiolino. Metto al sole lo scheletro.
Sono sfatta.
C’è ancora la cena da preparare. Una montagna di panni da scalare. E, dulcis in fundo, il muratore che mi saluta con il conto del nuovo piatto doccia e rivestimento da una parte e una sequela di pedate polverose dall’altra.

Vuoi non accasciarti su una sedia un filo straziata?
Buttarti sul letto stravolta?
Svenire di sonno alle dieci?

Oh…it’s a long wat home baby. Very long. Molto hard.
Per mamme really, really…strong.

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Stamattina no.
Stamattina siamo partiti col piede sbagliato.
Tutta una casa di musi lunghi, mugugni, borbottii.
Sembrava di stare in una pentola a pressione con fagioli in piena ebollizione.
È il post- gita.
Ieri sarà stata pure un’incantevole, soleggiata, indimenticabile giornata, ma oggi, oggi Miss Paturnie, distrutta, sfinita, disciolta nella stanchezza, non si voleva proprio svegliare.
Così, il padre, col livello di pazienza già macerato dal periodo pre-fiera/catalogo/riunione agenti, è venuto a svegliare me, che me la dormivo finalmente dopo una notte di continui pipì-stop, incubi incubosi e pensieri notturni pesanti come macigni.
Sono scesa alla ricerca di un filo di voce che non mi desse la parvenza dell’abominevole donna delle nevi, mi sono trascinata per il corridoio, sono quasi svenuta davanti alla composizione leonina della mia ex- liscia chioma (giuro su Yuko Yamashita che ieri erano lisci!) e ho fatto l’entrata trionfale nella camera della bella addormentata con: “nnnnnamo che è tardi”.
Non mi è venuto di meglio.
Prima del thè.
Prima della presa di coscienza.
Prima del primo sguardo al mare, al mondo, a me.

“nnnnnamo”

In un dialetto che fa parte della mia infanzia, dei miei quotidiani drammatici risvegli, di mio padre in camera, veloce, nervoso, iperattivo sempre.

“su, forza, poche storie, in piedi, vestirsi, a scuola”.

Sarò stata lapidaria e brusca.
Poi mi sono arresa all’evidenza che non dormiva. Era svenuta dal sonno.
Sono arrivata in cucina portandomi dietro la massa scomposta e quasi squadernata di capelli, sullo stile Picasso, periodo cubista, e ho messo su il bollitore.
Alla quarta brioshina spalmata di miele ho realizzato che potevo farla dormire ancora e portarla un paio d’ore dopo.
Mica moriva nessuno. Anzi.
Io solo morivo.
Di sonno.
Fortuna la tazza a sostenermi il mento.
Invece, magie delle magie, eccola palesarsi vestita, pettinata, con borsa per l’ora di motoria (ginnastica no, che non fa fico) e pronta per una colazione take away.
Nel giro di due minuti mi sono trovata sola, assonnata, scazzata dall’uscita frettolosa di meta della famiglia.
Altro che spot felici, campagne del Mulino bianco, gocciole iperenergizzanti.
Qui la famiglia Zombie al rapporto. Nulla da dire se non “buongiorno una sega” (cit_Francesco Nuti, Tutta colpa del Paradiso).

Lasciatemi morire qui, su questo letto in triplo strato crine,lana, lattice, su questo cuscino in memory foam e aloe, con questo pigiama vissuto e deformato.

E lasciatemi credere, pensare, sperare che questo potrà ancora essere un giorno felice.

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Quando in azienda ero ancora nella fase dorata, partecipai ad un corso sul Problem Solving.
Quei tre inutili giorni di corso con tipico docente milanese che adorava il suffisso INO e lo spezzato che fa tanto fico.

_Ci fermiamo un momentino?
Poi al rientro dal coffee break vi do il brieffino sul quale lavorare.
Pensateci un attimino_

Va be’, avete inquadrato il socievole animale in questione.

Ricordo ancora la sua significativa arringa sulla necessita di prevedere i problemi e organizzarsi sia fisicamente che mentalmente.
Per essere pronti e mai sopraffatti.
Per individuare fra le varie soluzioni, LA soluzione.
Per trasformare il problema in opportunità.

Ci fece diversi esempi. Quello del portabagagli fu il più significativo.
Resti in panne di notte.
Elenca i problemi.
Cosa hai con te di utile?

Beh, io ammisi candidamente di avere con me un pigiama, perché poteva capitare di dormire a casa del mio fidanzato, kit biancheria e spazzolino incluso, una bella coperta di pile, perché se ti si rompe la macchina, sai… E poi due corde, i cavetti per le riaccensione, il kit di candele, due bottiglie d’acqua, sacchetti e teli vari, per ogni evenienza, una torcia e una mazzetta (campeggiatori si è sempre) un paio di giornali, salviette umidificate, e forse dei crackers nelle tasche laterali.
Per lui fu uno shock.
Andavo aldilà del prevedibile.
E perché mai?

Se avessi preso la mia maxi borsa e svuotato tutto li, davanti ai suoi occhi gli avrei dato il colpo di grazia.
Ma cosa pensi abbiano le donne nelle loro borse, zavorra?
Chi di noi femminucce va in giro senza una calza di ricambio? O senza la pochette per rifarsi il trucco? E gli assorbenti? Le chiavi di casa nostra, dei genitori, dei suoceri, della villetta al mare?
E lo snack salva buco allo stomaco? Le caramelle per addolcire la giornata? L’antidolorifico per i giorni di ciclo?
Nel mio portafogli mancano spesso i soldi ma mai i cerotti. Sia quelli per i taglietti last minute sia quelli salvavesciche del dr sholls.
E poi la bottiglietta d’acqua, l’ultimo libro workinprogress, il telefono che telefona fotografa connette, naviga, le foto di tutta la famiglia, qualche santino regalato dalla nonna che pare peccato buttare via, la chiavetta USB, la penna, una pashmina che non si sa mai, cambiasse tempo, i fazzoletti (anche usati) e magari anche le ballerine salva piede e l’ombrello.

Ho dimenticato qualcosa?

Sarà per questa specie di sindrome da tartaruga, come mezza casa sulle spalle, che compro sempre borse extra large.
Non che non ami le piccole, ma…vuoi mettere avere una borsa dove puoi infilare una lampada, uno specchio che canta e una pianta rigogliosa?

E questo è il mio acquisto mattutino.

Non avrei dovuto/potuto…ma non ho resistito.
E sto qui ad agognare il momento del riempimento con tanto di check list da brava esperta di problem soling con tanto di corso fatto:

– pettine ok
– trucchi e parrucchi ok
– acqua rinfrescante ok
– stuzzichino meta mattina ok


And here we are
🙂

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Non sono mai stata una talebana dell’allattamento al seno.
Per la “tua prima figlia”, come si firma adesso Miss Paturnie 2013, mi sono armata di biberon e tettarelle e si, diciamolo con serenità, di varie tipologie di ciuccio.
Dopotutto, avere un marito che lavora in ambito prima infanzia e bambini, dovrà pur avere un qualche vantaggio.
Un bel corredino di ammennicoli lattosi, utili per tutta la famiglia in caso di allattamento artificiale, rimasto a dir poco intonso se non per le grandi bevute di camomilla con la quale, ad un certo punto, tentavamo di stimolare un benchè minimo effetto soporifero.
Niente.
Tetta forever.
Tetta in everywhere.
Tetta al vento night&day.
Scrissi già a tal proposito che, non c’è luogo scampato all’abile arte della suzione dei miei figli.
Includo anche la sagrestia nel giorno del battesimo del Lellocuordizucchero, perché, come disse padre Eg, “questo bambino piange perché ha dei bisogni,ed ora la mamma, provvederà”.
E la mamma ha provveduto.
Anche troppo, mi ha fatto notare qualcuno.
La Viko però si è staccata con serenità. Ad un certo punto, prima dei due anni ha detto, “ed ora passatemi i tortellini” ed è rimasta di quell’avviso,
La mole da campionessa di rugby lo conferma.
Mollata la tetta ha abbracciato con entusiasmo forchetta e coltello e si è dedicata con cura alla scoperta di un’alimentazione onnicomprensiva, che dai broccoli passa al baccalà, dalle verze arriva alle sogliole, senza disprezzare nuovi sapori, esotici piatti, cucine di altre culture.
Insomma, se non la arginassimo, lei mangerebbe no- stop per 24 ore. Come del resto ciucciava.
Il secondo invece, pur alla soglia dei tre anni, non molla.
Ha rinunciato alla suzione, ma al contatto non ci pensa proprio.
Le sue manine ravanano sempre li.
Gli sembra di alzare il volume della radio.
Annusa, aspira, agogna, soffre di nostalgia, sogna di essere ancora un bebè e poi si sveglia guarda malinconico la sua amata tetta.
È stato un incallito ciucciatore. Abile da subito. Nemmeno una ragade, una feritina, un ingorgo.
Il suo top lo dava al supermercato, quando collocato sul carrello, arrivava paro paro altezza seno e scandalosamente si accostava per una “toccata e fuga”.
Da quando i nostri amici hanno avuto la terzagenita poi è tutto un revival. Come vede la pupina al lavoro quatta quatta, lui ci rimugina su.
Osserva, guarda, osserva, mi guarda, lancia affermazioni sul generis “io grande, basta tetta” ma poi esige la sua dose di strofinamenti, annusamenti, contemplazioni estatiche, trance da tettomane all’ultimo stadio.
Ieri ha addirittura riesumato l’unico ciuccio che abbiamo provato a dargli – senza nessun vittorioso risultato- e ha passato la serata a girare per casa così.
Il pediatra, interpellato sulla possibilità di un attaccamento “morboso” ha sghignazzato una risposta tipo “questo è un ragazzo che ha capito tutto” e liquidato le mie ansie.
Però, lasciatemi dire che al suono di “tetta MIA, NO DI BEBÈ” ho immaginato il prossimo allattamento come un campo di battaglia.

Ahimè, ne vedremo delle belle.

Una buona domenica a tutte e ricordate, la tetta è sua e non di BEBÈ_

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Viveteci voi con una bambina di undici anni.
Ascoltatela lamentarsi ogni giorno come una vecchia suocera sull’ora in cui sveglierai la mattina, e poi sulla colazione da fare troppo in fretta e poi sulla maestra che da troppi compiti, pochi compiti, ricerche troppo lunghe, troppo corte, troppo copiate da google, sull’amica che le vuole bene, poco bene, troppo bene, bene al punto che è gelosa se c’è un’altra amica che le vuole un po’ bene, un po’ troppo bene, bene davvero.
E poi guardatela mentre mima un’improvvisa cecità. Tutti hanno messo gli occhiali, lei è improvvisamente miope, sa cosa vede o non vede o come vede un ipermetrope, sa che non è astigmatica.
Sa che gli occhiali a Filippo stanno da WoW col capogiro, perché lui è un fico e ieri c’aveva il provino per la squadra di calcio ed è uscito prima per farsi bello e fonarsi il ciuffo.
Vivete con una col la luna sempre storta.
Che piove e vuole il sole. C’è il sole e vuole oziare in casa. Che è grande ma dorme nel lettone come trova un buco per sdraiarsi.
Quando la Miss Paturnie 2013 è con le sue amiche, volano bracciali, sciarpe, pashmine, e profumo in grande quantità.
Entri nella sua camera e ti urlano esci mamma.
E tu, schiaffeggiata a pieno viso dalla ferale commistione di 3 paia di scarpe da ginnastica vissute per dieci ore con l’Eau de Parfum di Hello Kitty non te lo fai ripetere due volte.
Ti ritiri nelle tue stanze portandoti indietro anche qualche nuvolone tossico fuoriuscito dallo stipite e cucini con quel vago odore di spogliatoio appiccicato addosso.
Una goduria olfattiva che vi lascio immaginare.
A proposito di spogliatoi, sabato sono andata ad un compleanno di quattrenne bionda e ricciolina.
La festa era in un’enorme tensostruttura.
Un pallone.
Una palestra con tappetoni, salterini e canestri.
I bimbi raggianti correvano in ogni dove.
Mezzi nudi, felici e sudaticci.
Il rinfresco era negli spogliatoi.
Sandwich invitanti, pizzette, mignon cremosi.
Ma, cielo, la location era demoralizzante.
Nemmeno i sette unicorni dai vividi colori dell’arcobaleno stampati ad arte sulla grandiosa torta di compleanno, hanno sollevato il morale.
Comunque, per tornare a bomba sulla principiante nell’arte dello scassamento matronale, lei, mia figlia si sta impegnando alla grande.
Frigna.
Strilla.
Piange.
Manda sms al ragazzetto e poi nega vistosamente.
Si mette il lucidalabbra e poi esce disinvolta testa bassa e sguardo innocente.
Poi però mi scrive un biglietto del tipo: mamma, il 90% del mio cuore io lo regalo a te. Perché sei il mio sole.
Il 90%.
Caspita.
Non è di generosità che manchiamo.
Ma neanche di Parurnie.

Vi imploro, salvatemi dalla pre-adolescenza. Nonc’èscampo!

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