Una lunga estate calda

Ne avrei di cose da scrivere. Tante perle sul filo, poca saggezza.
Inizierò scusando la latitanza.
La pancia avanza, il B&B impegna, le ferie del consorte portano in giro, il caldo uccide.
Un fronte freddo bussa con insistenza alle porte di questa lunga estate.
Con mio magno gaudio.
Perdonatemi voi, patiti della tintarella, dei trenta gradi a mezzanotte, della posa plastica da lucertola sullo scoglio.
Se continuava l’effetto Stige, o crepavo io, o presentava istanza di separazione il marito, o chiedevo asilo politico al Carrefour, il più freddo dei vicini centri commerciali.
Qui si sono vissuti giorni di fuoco. A schivar pallottole di sfiga che rimbalzavano da tutte le parti.
Non ho mai amato il mese di agosto.
L’ultimo dell’estate.
Quello caotico, intasato, del divertimento forzato, delle vacanze ad ogni costo.
Sono e siamo tutti sovreccitati.
Con quell’aria da vacanzieri affamati di relax e contemporaneamente allo stremo della tasso di tolleranza.
Battibecchi ovunque e in ogni dove.
Per un nulla. Un metro in autostrada, un posto in fila al supermercato, un parcheggio.
Ho visto ospiti arrivare al B&B allucinati.
Usciti da deliranti ore di traffico sotto il sole che neanche l’aria condizionata ti salva.
Prosciugati da inverni di tasse, pensieri, cassa integrazione, imu, tares, quisquilie e bazzecole. Cazzi e cazzotti.
E per loro ho sfornato dolci nonostante i 40 gradi tondi tondi.
E stirato lenzuola che profumavano di muschio bianco.
Tu ci coccoli. Tu ci vizi.
Certo.
Questo si fa in vacanza.
Ci si coccola. Ci si lascia viziare.
Ma io… Io…chi coccolerà me? La mia tonda appendice sempre più ingombrante, sempre più presente?
Siamo a corto di tenerezza e di quel dolce attendere che rende la gravidanza un momento speciale.
Mi dicono: “è il terzo figlio, vai tranquilla, niente di nuovo”. Però nulla vieta che più che stanca io mi senta in colpa.
Ho portato questo fagotto con tanto amore tanto quanto senza pietà. Scale, straccio, finestre, lavatrici, ferro da stiro, mare, cene, no limits.
Vorrei fermarmi.
Respirare.
Parlare e cantare per lui.
Fargli capire che lo amo, che sarà il benvenuto, che tutto ruoterà intorno a lui per un po’.
Ma poi guardo la sua camera e vedo ancora le montagne di cose da fare.
È palese. Sono indietro.
Siamo indietro.
Persi fra i figli già presenti da sollazzare, trastullare, portare in spiaggia, dagli amici, all’anteprima di Monsters University, a caccia del grembiulino nuovo.
Sono riuscita oggi a chiudere la valigia per l’ospedale. Con tutti quei vestitini piccoli al punto da sembrare stretti anche per Cicciobello.
Ho fatto anche scorta di magliette e tute per il primo anno di materna di Leo.
E ritirato i libri per la prima media di Miss Paturnie summer version (che noia, mamma,non facciamo/andiamo/usciamo mai niente, da nessuna parte, mai mai mai). Zaino, astuccio e diario appesi nell’armadio.
Ce la posso fare.
Ce la possiamo fare.
Me lo dico.
Lo dico a lui, il lottatore in versione subacquea che mi fa compagnia ormai da quasi nove mesi.
Sono stati giorni duri, tesoro mio.
Ma siamo qui.
Io sono quella morbida, come dice tuo fratello.
O quella isterica, come dice tua sorella.
Sono entrambe. Sappilo.
E ti aspetto.
E che ci frega a noi di quella cafona al supermercato che nonostante le mie due misere scatole di cornetti Algida sulle mani e il più che abitato ventre, ha continuato a caricare il suo mastodontico carrello sulla cassa prioritaria rimbeccando il marito che voleva farci passare.
Come lei, milioni di donne. Frettolose, acide, impermeabili alla gioia di una nuova vita.
Che ci importa degli sguardi che uccidono al laboratorio analisi. Entri e tocca a te. Mi dispiace. Che dire. Sarete state fertili, feconde, fecondate anche voi. Le vostre figlie, sorelle,nipoti.
Lo ricordate?
Ricordate cosa vuol dire la pancia che spinge verso il basso, la schiena a pezzi, le notti in bianco, i bruciori, i pipi-stop in ogni momento e in ogni dove, la fame insaziabile e lo stomaco spostato qualche piano più su?
Non lo so.
Ho dei dubbi.
Forse è stato tanto tempo fa.
Forse la gravidanza prima non era così speciale, prioritaria, osannata, aperta.
Forse siamo sempre più egoisti, chiusi nel nostro orticello, incivili.
Freniamo ad uno stop e ci troviamo un’automobilista inferocita che tira giù il finestrino e ti promette botte da orbi.
Botte a chi?
Vieni bella che ti sistemo io quella voglia di litigare che hai addosso.
Vieni adesso che fra un po’ piove e quella bolla di aria calda che ti friggeva il cervello passerà in fretta lasciandoti stanca e delusa per la fine delle ferie.
Avrai parcheggiato al mio posto, avrai caricato la spesa prima di me, avrai forse preso un cono fragolalimonecioccocrock un nanosecondo prima del mio yogurt.
Resti cafona.
E hai perso l’opportunità di manifestare un meraviglioso sentimento: la gentilezza.
Raro. Specialmente nelle alte temperature.
Ecco perché aspetto.
La pioggia.
Gli ombrelloni chiusi.
Il profumo della sabbia bagnata e del pane fresco appena sfornato, nella sua busta “grazie per averci scelto” infilata di corsa sotto l’ombrello.
Un signore che ti chiede quando nasce e chi nasce, che ti cede il suo posto e ti regala un sorriso che onora la vita.
Aspetto.

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