archivio

Archivi giornalieri: settembre 25, 2013

Trimamma da una settimana.
Pieno puerperio secondo tradizione.
Modalità panzer già da subito.
Sbaraccata dalla mia deliziosa cameretta del reparto ostetricia e ginecologia di Civitanova Marche (che consiglio di cuore a tutte le future mamme) e salutata a gesti la cinese ancora moribonda dopo 4 giorni dal cesareo, me ne sono tornata a casa in fretta e furia con borsa, borsone, borsette dei regali, fiori e pupo.
Prima tappa: bar con doveroso sandwich al prosciutto crudo. Meritatissimo dopo 8 mesi di insulso prosciutto cotto e surrogati no toxoplasmosi.
Seconda tappa: scuola materna. Recupero del secondogenito sconvolto e ipereccitato per la sequela di eventi e cambiamenti in corso.
Terza tappa: casa.
Mollata dal marito con le borse da sfasciare, il pupo affamato e desideroso di tetta-mamma-contatto night&day, figlia uno e figlio due già pronti in tavola per un pranzo che non c’era e che avrei dovuto fare.
Misericordia divina.
Mentre l’acqua per gli spaghetti bolle, apro la “valigia per il parto” e differenzio: lavare, lavare a 60 gradi, buttare, camera mia, camera del bebè, bagno.
La prima lavatrice è già in moto quando recupero una confezione di pesto dal frigo e porto in tavola la pasta.
Loro mangiano ed io, stravolta, sconvolta, fisicamente provata, raccatto giocattoli, scarpe, panni di indubbia pulizia in giro per casa. La tavernetta dove mangiamo sembra essere uscita da uno scenario apocalittico.
Zaini, giubbetti, tennis con 5 ore di Eau de pied incluso, pane raffermo, pesche troppo mature.
Cielo, sono mancata solo tre giorni e qui bisognerebbe chiamare Cenerentola e le due sorellastre armate di scopettone e straccio. Se anche la matrigna si abbassasse alle faccende domestiche, ci sarebbe l’asse da stiro libero per lei.
Lo chiamano puerperio.
Una volta, narrano le leggende materne, si stava 40 giorni senza toccare l’acqua.
Io ci avrei affogato buona parte della famiglia visto il comitato di benvenuto.
Abbandonata e arresa all’evidenza, digiuna se non per il paradisiaco sandwich al sapor di San Daniele consumato tre ore prima, spadello della banale carne macinata alla prole, carico la lavastoviglie, raccatto il neonato e salgo in camera.
So che una nonna arriverà a vegliare sugli altri cosi, cambio le lenzuola e gli asciugamani, organizzo la seconda lavatrice, mi infilo una di quelle cose comode che non hanno niente a che vedere con i sexy baby-doll dei film e sprofondo nel sonno tettoso.
Io sonnecchio, lui, attaccato a me, sonnecchia e si allena a diventare un esperto ciucciatore.
Siamo solo alle prime armi e aspettiamo il latte.
Apro gli occhi e trovo i suoi. Profondi e curiosi.
Dal piano di sotto arrivano i consueti schiamazzi.
Il Tato pizzica, Miss Paturnie urla, la nonna fa da arbitro, ma null’altro.
Le condizioni domestiche sono identiche.
La scopa, senza l’intervento dell’apprendista stregone, non ha mosso una setola e il ciarpame è sparso in modo artistico per tutta la stanza.
Per il protettore di tutti i mammalucchi della terra.
Il pupo pisola e lo adagio nella carrozzina.
Il fratello parte subito all’attacco. Con la scusa di baciarlo e accarezzarlo gli assesta un paio di sganassoni e qualche graffio.
La sorella interviene ad un decibel di suono che sovrasta il rombo delle frecce tricolore.
La nonna (di quella paterna, parliamo) impassibile osserva.
Sogno di essere ancora in quella cameretta azzurra, con quegli armadi color carta da zucchero, il chiacchiericcio delle ostetriche, l’odore di sangue, disinfettante e neonati, il rosa e il celeste dei fiocchi nascita. Vorrei tendere l’orecchio e sentire il passo gommoso dell’Oss che porta il vitto o anche solo quella bella tazza di thè al limone caldo.
Affogo.
Ricordo ancora il rientro con Vittoria.
Sotto la direzione di una battagliera mamma, la signora che saltuariamente l’aiutava nelle faccende domestiche aveva lustrato ogni cosa.
Mia madre, in un momento di romanticismo, aveva addirittura comprato uno zerbino con tre orsetti abbracciati.
Fiori in ogni dove.
Profumo di brodo caldo e pulizia.
Vorrei tutto questo.
Vorrei mia madre pronta ad accoglierci e nessuna virgola fuori posto.
Ma mamma è in ospedale e tocca a me dare una sistemata alla punteggiatura.
Cosi, lavoro di coltello, pulisco le verdure e dopo una decina di minuti il brodo è su.
Miss Paturnie controlla il bebè e gli canta canzoncine che parlano di pesci e muffins.
La lavatrice erutta panni. Zampillano calzini, grembiuli, camicie da notte e federe.
Il Tato è distratto da una maratona di Peppa pig ed io preparo mozzarella e bresaola per tutti.
In fondo è ancora estate.
Sono scorata.
Sconfortata.
Scioccata e mi dopo ancora di Fiori di Bach.
Stilo un elenco della spesa che fa invidia ai rotoloni di carta igienica e faccio una doccia fulminea.
Ad intervalli regolari qualcuno piange: mia figlia perché il fratello (quello con i denti) l’ha morsa. Il Tato perché vuole kinder fetta al latte o perché sono finiti i Puffi, o perché io non sono più solo sua e c’è un altro Mr Pisello attaccato alle “sue” amatissime tette. Io, perché mi sento sovrastare dal tutto, iun po’ incazzata per l’assenza di attenzioni nei miei confronti, un po’ in colpa per l’assenza di attenzioni nei confronti del pupino.
Il cane non piange ma la fa per due volte in casa in segno di protesta, presumo, per una carenza ANCHE LUI!!!, di attenzioni.
Resiste solo lui, mio marito che però, a guardarlo con gli infrarossi, emette fumo dalle orecchie.

È passata una settimana.
Il pupo ha spento ieri la sua prima candelina.
Non è più rosso e ha perso il moncone ombelicale. Al controllo dal pediatra, ha già recuperato il suo peso. Dorme e ciuccia e piange e poi dorme, poi ciuccia, poi piange.
A lavatrici sono finalmente in paro. E anche a stiratura.
Il frigo è più o meno rimpinguato.
Mamma è uscita dall’ospedale e nonostante non senta nulla (da approfondire perché) è già scesa in estasi da trinonna.
Il Tato piange alla materna. Ma lo avevamo messo in conto.
Miss Paturnie piange per un quasi 6 in matematica che non è uno dei suoi soliti 9 da scuola elementare.
Visite poche ma buone.
Ho guadagnato anche due sughi di pesce da ristorante 4 stelle e un ciambellone bicolore.
Sono questi i veri amici e le vere attenzioni.
Persone che capiscono il momento, arrivano con un piccolo prezioso aiuto, se ne vanno lasciandoti con il sorriso.
Ieri ho fatto delle polpette che qui, si sono leccati pure il piatto.
L’azienda che mi ha immolato sull’altare della crisi ha avuto la decenza di non mandare il mazzo di fiori post parto destinato alle dipendenti neo-mamme. Evviva.

Abbiamo scavallato i primi sette giorni.
C’è ancora un magnifico sole e noi due adesso ce ne usciamo.

Ha ragione mio padre.
Sono tutti bravi a navigare col mare in bona.
Quello che ti misura veramente è la tempesta.
Ormonale, sentimentale, con cavalloni carichi di guai più o meno seri.

Se la nave regge, e i nervi pure, modalità crociera e via…vento alle vele.

20130925-104647.jpg

Annunci