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Archivio mensile:ottobre 2013

Sono tentatissima di raccontare la vita del bebè minuto per minuto.
Ma mi annoio già da sola.
E per questa volta vi risparmio.

Eviterò quindi:
– commenti zuccherosi sulle meraviglie dell’essere mamma. Ho già detto, scritto e sottoscritto che niente è paragonabile alla gioia di diventare mamma. Non ne avrei fatti tre altrimenti e nonostante tutto. Quindi, a tal proposito, posso solo aggiungere “andate e moltiplicatevi” ci sarà da divertirsi.

– report sulla classifica delle somiglianze. Uhhhh, sei tutta tu! Caspita, è tutto tuo marito! Ma è proprio te da piccola! E bla bla bla…bla bla bla, bla. Per ora, little baby è ancora tutto accartocciato. Due occhi grandi che fissano i miei, naso camuso che un po’ mi preoccupa, bocca a cuore e un’attaccatura dei capelli simil-Diabolik.

– intime rivelazioni sulle tonalità pantone scelte dallo gnomo per le sue prime espressioni scatologiche. Insomma…se una cosa è intima, è intima.

Sono già abbastanza immersa nell’accudimento del pupino da meritare una libera uscita del pensiero ogni tanto.

Questa settimana mi sono regalata due belle puntate di “The mentalist”, dall’inizio alla fine. Ho fatto pure zapping su Italia uno per beccare Iron man2 durante la pubblicità. Ho avuto amici a cena e siamo usciti per la prima pizza in comitiva.

Tutti in piedi per una bella ola. C’è vita su Marte!

Degni di attenzione oltre alla microcrescita della peluria nera sulla testa dell’infante e alle dissertazioni sulle prestazioni di Mr Grey con il mio pediatra (avrà fregato 50 sfumature di grigio alla moglie?) due episodi di mala-quotidianità.

Il primo.
Tema: disservizi per il cittadino.
Tratto da: Portale INPS.

Svolgimento

Come da espressa richiesta, subito dopo il lieto parto e lo a voi noto rocambolesco rientro a casa, da ligia (e ancora) dipendente di azienda, entro con il mio PIN nel sito INPS, area dedicata al cittadino/utente per aggiornare i dati della domanda di maternità.
Primo buco nero. Il pin.
Da prassi ricevi a casa una scheda con stampigliata una parte del Pin. L’altra arriva via sms.
Manco la carta di credito usa tali mezzi di secretazione dati.
14 cifre che vanno, secondo la lettera allegata, copiate sulla tessera.
Ok. Fatto.
Accedi con questa sottospecie di codice alfanumerico che alle schizofrenie di John Nash gli fa un baffo, e…ta-dà!

COLPO DI SCENA

devi cambiare pin e copiare il numero, nuovo su un posto che dovrai ricordare e non è più quello di prima, sulla riconoscibilissima lettera INPS.

Bene, ora hai un nuovo pin. Più corto ma segnato su un post-it destinato a vagolare per casa finche non cadrà nella fossa dei desaparecidos domestici insieme a migliaia di calzini spaiati, quell’orologio che avevi tolto prima dell’estate e che non ha lasciato tracce della sua fuga, una delle due fruste per montare la panna e a quei due o tre ombrelli che si paleseranno la prossima ondata di anticiclone delle Azzorre.
That’s it.

Ma torniamo alla nostra navigazione sul portale INPS, sezione servizi per i cittadini.
Giri che ti rigiri (e se eri in auto, col caro benzina, cara ti costava sta passeggiata virtuale!) trovi finalmente l’area dalla quale fare l’aggiornamento date e il secondo buco nero.

Nonostante si parli di te e l’inps abbia già tutti i tuoi dati, ti obbliga a riscrivere chi sei, quanti anni hai, dove furono i tuoi natali, dove vivi e quando hai effettivamente partorito.
E via di repetita iuvant.
Scrivi ed eccolo il terzo, incredibile buco nero.
La schermata successiva, obbligatoria per l’invio della domanda aggiornata chiede i dati del bebè: nome e cognome, domicilio, data di nascita e luogo (che…mica saranno gli stessi della madre scritti prima?!?) e soprattutto, codice fiscale.
Codice fiscale?
Ma il codice fiscale non ce l’ho.
Lo aspetto dopo aver fatto l’iscrizione al Comune.
Come da iter.
E quindi me lo calcolo on line.
Ma il sistema non me lo riconosce ed io non posso andare avanti, segnalare l’effettiva data del parto, aggiornare la scheda.
Che riguarda me, madre (ancora) lavoratrice e non mio figlio.
Quindi il codice fiscale, a questo stadio, che senso ha?
Faccio logout.
E vado dal pediatra a dissertare sulle prestazioni di Mr Grey. Nel frattempo lui mi compila una ricetta per la tosse del nanetto, completa di codice fiscale.
Il suo CODICE FISCALE?
Ah.
Cosi, rientrata a casa, pesco il post-it con il pin infeltrito, riloggo, ricerco, ricompilo e…voragine.
Buio. Blackout.
Il codice non risulta in anagrafe.
Ma allora ditelo.
Parliamone.
Cioè…deve andare cosi?
Un po’ di sano buon senso no?
Sgrunt.

Il secondo
Tema: congratulazioni e auguri da…
Tratto da: avevo un lavoro dignitoso proprio la, con tanti colleghi, stipendio fisso e responsabilità…

Dall’infelice episodio della mia cacciata a virtuali pedate dal mio posto di lavoro sono passati quasi due anni. Fiumi di lacrime, montagne di rabbia, progetti nuovi, ferite vecchie.
Fra cassa integrazione, solidarietà, maternità, sono passati tanti di quei mesi che ho rimosso volti e nomi di chi frequentavo ogni giorno per dieci, dodici ore.
E l’epilogo è già in bozza.
Alla fine della maternità, mi chiameranno e mi ri-chiederanno di licenziarmi. Perché…io sola, con la mia uscita, sono in grado di salvare l’azienda dalla crisi.
Mi sento quasi un’eroe. E il sacrificio pesa meno.
Sai…certi equilibri si sono rotti e tu qui non sei più collocabile.
I sindacati non accolgono una tua mobilità (no? Ma dai…).
Licenziati con serenità.
Stabiliremo una cifra e tanti saluti carichi di reciproco astio dopo 16 anni.
Hip hip Hurrà.

Potrei intingere il pennino nel veleno dell’aspide. Sarebbe inutile.
Mulini a vento.
Lotte sociali.
Vertenze.
Inutili.

Inutile come quel mazzo di rose bianche, consegnate in mie proprie mani dal fioraio di fiducia, per la nascita del pupino.
Fiocco azzurro e biglietto.
Congratulazioni e auguri dalla Direzione Generale.
Quella stessa DG che mi ha definita eccedenza. E mi ha fatto telefonare alle 8.30 di un settembre di due anni fa per dirmi che ero fuori dai giochi.

Ma allora ditelo.
Parliamone.
Cioè…deve andare cosi?

Un po’ di sano buon senso no?

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Ma se a  Gesù fosse nato un fratello, magari non in una originale location come la mangiatoia, i Re Magi avrebbero di nuovo pellegrinato dietro la stella cometa? Pecore e pastori si sarebbero assiepati di fronte al sacro uscio? e il pupazzetto con la verga e i tre porcellini avrebbe smesso di amoreggiare con la lavandaia per correre con grazioso dono (un prosciutto crudo, il must) al suo capezzale?

Dubbio amletico e rischio scomunica per la metafora che solo Dr House apprezzerebbe.

Il terzogenito è stato accolto fra applausi, palloncini, sms giubilanti, post su facebook ma fermati qui. Nell’epoca del social network la visita a casa, soprattutto se di replica di figlio, non va per la maggiore. In netto calo come l’invio dei fiori. Ora si mandano le cartoline virtuali e i messaggi d’affetto su whatsapp. Se ti va bene, becchi una telefonata fra una tetta e l’altra o trovi la chiamata al risveglio dal pisolino.

Non è certo colpa del bebè. Lui è straordinariamente nuovo, ma lo stampo è noto e ormai, non è piu una novità. 

Il terzo figlio va aldilà delle tappe prefisse da tutto il parentado. Ti fidanzi e ti chiedono quando ti sposi. Ti sposi e ti chiedono quando farai un figlio (la locuzione tipo è: Novità?…beh, ecco…vogliamo aspettare. Aspettare? anatema! il Signore i figli mica li manda quando volete voi! su…). Fai il primo e non l’hai neanche svezzato che già chiedono il bis. Dopotutto vi vengono bene, cosa volete aspettare?. Quando arrivate allo status di famiglia del Mulino Bianco, papà, mamma, sorella, fratello e magari cane che non spela e pesce rosso che sopravvive, il parendato dice stop alle aspettative. Non chiede e se chiede, l’unica, grande domanda è: “adesso vi fermate, giusto”? Qualche sfacciato ha anche una domanda di riserva, piu rara ma un pelino più invasiva: “ti sei fatta chiudere tutto sotto, vero?”

Dopo aver lasciato le famiglie senza parole, non si può mica pretendere le visite in cocchio reale e tappeto rosso. Ognuno a casa sua e se ci si incontra, bene. Assomiglia al fratello. Bravi.

Della mia prima figlia ricordo invece la casa invasa dai fiori e dagli amici. Anche il secondo, forse per i tanti anni passati fra lui e la sorella, resse bene. Di entrambi ho i biglietti e la lista dei doni ricevuti attaccati sul primo album e con piacere e un pizzico di nostalgia mi soffermo a volte a rileggerli.

Erano comunque altri tempi. Siamo cambiati. Abbiamo per forza di cosa cavalcato il cambiamento. Alcuni amici sono rimasti saldi al nostro fianco. Altri sono sbiaditi, come le firme lasciate in quei vecchi biglietti. Altri sono arrivati a colonizzare i posti vuoti, a regalare nuovi momenti di gioia.

Così doveva essere.

Ma il carta manent frega comunque. Potrei fare la lista degli assenti, tranquillamente. Stilare un elenco delle persone che hanno messo nero su bianco “per te ci sarò” e poi sono sparite nel nulla.  Sono le amicizie di comodo. Ne siamo tutti vittime, a volte anche artefici. Coscienti o anche no. Però capita di frequentare persone che non rientrano propriamente nelle nostre aspettative.
Con queste non è mai scattata la molla dell’amicizia, quell’incollamento amoroso che ci fa supportare e sopportare dal profondo del cuore, a volte senza neanche dover proferire tante parole, altre con conversazioni fiume in grado di prosciugare qualsiasi offerta telefonica con o senza pinguini ballerini e foche fiche.

Con gli “amici di comodo”si sta semplicemente insieme, si condivide magari lo stesso posto di lavoro, la stessa palestra, un periodo di studi o la stessa condizione; appena separato o lasciato con il partner; appena assunto; vecchia guardia, stesso percorso di jogging ogni giorno. 

Cambiato lo status, cambia la frequentazione. Cambiata la frequentazione, cambia l’interesse. Anzi, più che cambiare, scema.

Scema nel senso che sparisce. Scema che è come ti senti tu quando succede e tu te ne accorgi. Finalmente. 

Sono qui immersa nella penombra del sonnellino pomeridiano. C’è un vago odore di pannolino, talco profumato e thè in infusione. Gesu terzo se la dorme placido. A lui certe zie e certi zii non mancano. Il suo presepe potrebbe tranquillamente essere fatto di mattoncini Lego e dinosauri. Nessun trio di oro, incenso e mirra, più che altro, tetta destra, tetta sinistra, pampers e via così, giorno e notte, col sole e con le stelle. Cometa inclusa.

In fondo, non c’è delusione che un buon sonno e una buona mangiata non possano alleviare.

Bebè docet.