Sette nani, otto volante, nove vite.

Tempo.

Benedetto tempo.

Tempo bello. Piove. Poi c’è il sole. Magari un accenno di primavera. Tuona. E si alza il vento e il ricordo di un un bacio rubato tanti anni fa.

Manca il tempo, quello manca sempre. Ma il sentimento invece no. Provato magari,ma c’èancora tutto.

Ascolto “stand by me” cantata da John Lennon e i ricordi e il futuro si accavallano uno sopra un altro come panni stirati e impilati con cura.

Succedono le cose. Improvvise arrivano e portano novità. Vento di novità allora. O magari è la solita vecchia storia.

Prendi una piccola idea, e la metti in circolo perché in fondo è quello che ti viene meglio. Pensare qualcosa. Volevi o no diventare un’art director tanti troppi anni fa?

E l’idea cresce e arriva a coinvolgere milleseicento persone. Troppe. O forse ancora troppo poche. Non so. Non mi serve neanche saperlo. Per me i numeri sono solo segni grafici. Belli da vedere. Da sentire.

Voglio dire, non è bellissimo quando pronunciate “nove”? Nove, sì, proprio lui. Nove.

Nove è un maschio. Indubbiamente. E non sa di No. Di negazione. Sa più di qualcosa di nuovo. E c’è quella bellissima lettera V e le due sole sillabe. NO VE. Tac. Parola detta.

Amo il Nove anche se mi sono sposata in un caldo otto otto novantotto (inutile cercare di aprire la mia valigia, non è questa la combinazione). Una ridondante data totalmente in balia del simbolo dell’infinito.

Per dirla tutta non disdegno neanche il sette. Sette nani, sette mari, sette giorni della settimana, sette spose per sette fratelli, e il suo multiplo: ventuno.

Stoppo la divagazione numerica dicendo che, nonostante quest’affezione al carattere dei singoli numeri della loro nostalgica presenza sui quadernini della mia infanzia sotto forma di tavola pitagorica, io li detesto.

Cordialmente. Li odio, e non li capisco. Non ci lego. Non ci prendiamo. Non ci vado proprio d’accordo.

Se sono a dieta odio i numeri della bilancia. Se guardo l’estratto conto i numeri spesso mi fanno piangere, e poi… diciamocelo, i voti, espressi in numero sono un incubo che ti perseguita anche in anni non sospetti.

Per me le feste riuscite non sono quelle con folle osannanti il tuo nome. I siti migliori, come pure i blog, non sempre hanno i follower più numerosi, e le aziende dove è più bello lavorare non sempre sono le più grandi.

Eppure, per una straordinaria coincidenza, lungo la mia strada trovo sempre persone che invece sembrano vivere per loro. Due mie care amiche sono insegnanti di matematica. La mia best friend lavora nell’ufficio tributi, e non c’è raro essere a tavola circondati da bancari.

BRIVIDO.

Loro i maledetti numeri li devono vedere. Li sommano. Li analizzano. Li abbinano a nomi e volti.

No. Non fate per me. Io sono una donna ALFA. Amo tutte le lettere dell’alfabeto. Dalla A alla Z passando a quelle accentate, alle famose XYW così inusuali nella nostra lingua vera. E le font poi. Belle, calligrafiche. Che lasciano le maiuscole svolazzare o le minuscole diventare così dignitose, spiritose, cicciotte o molto, molto narrow.

Oggi vado elucubrando e voi mi perdonerete perché era tanto che non scrivevo e le cose che vorrei dire sono ammonticchiate come quelle due o tre lavatrici che ti sogghignano dal cesto dei panni.

Allora vado con le ultime notizie dalla famiglia, come scrisse un giorno il mio amato Pennac.

Il bebè cresce e riconosce ormai tutta la famiglia. Regala sorrisi in formato poster ed è caduto vittima di una dermatite atopica che mi costringe ad ungerlo con creme e oli al punto da renderlo quasi scivoloso. Rischia sempre di sgusciarmi dalle mani così lo agguanto in prese che neanche un lottatore di catch oserebbe.

Il fratello a volte lo sopporta e lo bacia e lo accarezza a volte lo detesta con tutto il cuore. Le sue sono trappole mortali. Mamma guarda, è nato. Sì tesoro. Lo so. Mamma, gli faccio le coccole. Guarda mamma. E zac. Fulmineo gli pizzica una guancia o gli graffia la testa.

Non c’è scampo. Si muove lesto e silenzioso. Infido. Studiato. Micidiale.

La sorella è sempre più immensa. Larga. Lunga. Con dei piedi di almeno due misure più di me. E occupa spazi da quasi adulta con serenità. A scuola ingombra. Parla troppo. Interviene con davvero tanta enfasi. Esuberante. Pesante.

Però è di una tenerezza incredibile. Una tenerezza paragonabile solo alla sua incapacità di introspezione. Mi domando. Ero anch’io così?

Una mamma si fa sempre delle domande di questo tipo. Sarà come me. Avrà preso da me? Sarà grassa come lo sono stata io? La mortificheranno come hanno fatto con me. La spianeranno. Le uccideranno l’autostima. E quei ragazzi. Un giorno si innamorerà e capirà che il cuore si rompe. I sogni si spezzano. Le amicizie vere sono rare e che la vera unica felicità nasce dentro di te. Non la trovi da nessun’altra parte.

Introspezione. Guardarsi dentro. Lasciar galleggiare i sentimenti, saper gestire le pulsioni, organizzare i sogni.

Oh mio Dio. Non ce la faremo mai. Non ho messo al mondo una figlia ma un caterpillar.

Ha più grinta di me. La vende a sacchi. La presta alle compagne. Contagia.

Prestami un cerotto per il cuore figlia mia. Tu che hai il sole dentro. Lasciami il tempo di digerire certe sconfitte, ricordami di guardare il lato più bello di questa nostra vita.

Sai, hai ragione. Sei grassa, ma sei davvero “figa” come dici tu. E mia è la colpa di volerti diversa. Di legarti ad uno stupido numero, ad un parametro, un dato. È colpa mia che scordo quanto si possa essere felici un pomeriggio chiuse in camera fra smalti e pensieri spensierati.

Ecco. Sono le otto. Ora di cena.

Mamma scendi?

Mamma, mi senti?

Mamma.

Mamma scende. Mamma ti sente. Mamma ti porta nel cuore Sei grande e grossa. Più grande di me. Migliore di me. Ma nel mio cuore ci stiamo ancora comode comode.

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3 commenti
      • zuccazoe ha detto:

        Mi sa di si!

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