Quasi quarantuno primavere

Ho chiamato i rinforzi. Lo faccio raramente. Ma il week end è stato pesante. Nonostante il sole splendente e il profumo di primavera noi siamo rimasti a casa, funestati da un virus virulento che prima ha decimato la classe dell’asilo dello spartano e poi ha deciso di trasferirsi in famiglia. Ed ecco palesarsi i nonni. Carichi di doni come i Re Magi, in anticipo sulla tabella di marcia che prevede il soffio delle mie 41 candeline (un lampadario, in sostanza) domani. Il cadeau si compone di tortina con portatorta adatto anche al microonde, pianta (e non fiori recisi) con vaso in ceramica fucsia e busta rossa contenente carta stampata dal Conio. Eccellente. Se non fosse per i pellegrinaggi miei e dello spartano da qui al bagno e dal bagno al letto sarebbe un buon lunedì. Se non fosse per quest’occhio sinistro dove ho l’insistente percezione di avere qualcosa dentro, ma non è così, sarebbe davvero un buon lunedì. Se non fosse per il telefono di mia figlia distrutto dal suo professore di musica in un eccesso di enfasi contro l’uso improprio dei cellulare in classe (lei cercava un fazzoletto nella tasca del piumino), sarebbe senza dubbio un buon lunedì. Ma. E’ difficile mantenere un costante malumore in giornate di primavera così. Il sole è caldo. Gli alberi colorati, l’aria tiepida. Le persone sembrano diverse con l’arrivo delle belle giornate. Escono con leggerezza dall’inverno e da situazioni pesanti. Mia figlia ha scritto “primavera di vento e fiori”. Che bella immagine ho pensato quando l’ho letto. Posso quasi sentirne l’odore. E invece la sua insegnante l’ha trovato incomprensibile. Cosa vuol dire “cinquanta primavere di vento e fiori?” e cosa sono “gli autunni, cinquanta e rossi”? Professoressa, io volevo solo scandire il tempo, le stagioni, gli anni e augurare buon compleanno alla nostra dirigente con i ricordi più belli. E invece no. Non si fa così. Non si sottolinea che compie 50 anni. Il tempo è il tempo. Le stagioni sono le stagioni e tu questa poesia non la presenti. Già trovavo imbarazzante che l’insegnante chiedesse ai suoi alunni di fare degli auguri per la dirigenza. Già trovavo irritante che non apprezzasse quei pensieri naif che i ragazzini avevano scritto e li correggesse ad  uno ad uno infarcendoli di “lei che tutto può, tutto cambia, tutto insegna, tutto vede”. Figuriamoci prendere un elaborato scritto con piglio creativo, punteggiatura con licenze poetiche e rime baciate, stampato con tanto di cornicetta di fiorellini su foglio marmorizzato e considerarlo impresentabile. La detesto questa scuola che rende i nostri figli pecoroni e accusa noi genitori di non fare abbastanza per loro. Detesto andare ai consigli di classe, sentire come vengono ingabbiati, incasellati “troppo vivaci” ” non scolarizzati” “incontenibili” e non poter rispondere come sarebbe opportuno. Detesto questo appiattimento delle competenze che pone un tetto fatto di numeri, che schiaccia qualsiasi iperbole, che stabilisci tempi di apprendimento e modi, che non tiene conto della Primavera, della gioia di vivere, di ridere, di scoprire. Non solo quello che è sui libri, o sui sussidiari scelti dagli insegnanti.

Tramortiti da programmi obsoleti, annoiati da una scuola lontana anni luce dal mondo che è fuori, privati della loro creatività se non per quelle due misere ore di arte, valutati quotidianamente a suon di numeri, e senza mezze parole, eccoli i nostri figli alle scuole Medie. Che non si chiamano più Medie ma secondarie. Farà più fico? chissà.

Possono dare di più. Lo chiedi a me? io sono la mamma. Controllo che la mattina sia vestita in maniera decorosa, che abbia fatto colazione, si sia lavata i denti, abbia la merenda, la borsa per ginnastica, che sia tutto ok con le sue amiche, che sia pagata la quota del pulmino, che i suoi quaderni e i suoi libri siano in ordine in camera. Sono la mamma. Non posso studiare per lei. Posso ascoltare la poesia che ha scritto, posso suggerirle un verbo, posso spiegarle una metafora. Ma poi sta a lei scrivere. A lei comporre. A lei esporre.

Sta a lei vivere. La sua vita. E faccio già tanta fatica a volte a non urlare perché la sua, di vita, non è proprio come io la vorrei. Ti ci metti anche tu?

Possono dare di più.

Lo so. Ho 41 anni domani. Io lo so. Ora, adesso. Dopo tre figli, tutte le scuole che ho fatto, il lavoro, le delusioni, le riconquiste. Lo so. L’ho imparato.

Da adulta ho compreso. Che sì, i ragazzi possono dare di più. Ma anche tu insegnante puoi fare di meglio. Davvero. Puoi non portare le tue frustrazioni a scuola, puoi lasciare fuori le tue sconfitte, puoi evitare di rispondere “anch’io devo divertirmi” o anche “io i compiti non glieli correggo”.

Tu puoi fare la differenza. E credo anche che valga la pena.

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4 commenti
  1. zuccazoe ha detto:

    È proprio vero quello che scrivi. L’arte è l’unica vera libertà non rubiamogliela… Ma tutto ciò che non è “incasellabile” ricorda ad ognuno che siamo tutti folli…

  2. apicaday ha detto:

    Tanti Auguri a te!
    Che la creatività e la vita irrompano sempre nella vostra vita nonostante i prof.
    Abbracci

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