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Archivio mensile:luglio 2015

Era da sempre il mio giorno preferito, il giovedì. Il sabato del sabato del villaggio dell’impiegato medio. Il giorno del giro di boa. Il giorno in cui il week end si affaccia all’orizzonte e ciò che resta è solo uno scoglio di nome venerdì.io

Il primo pensiero, aperti gli occhi questa mattina, è corso a due settimane fa, a quella mattina da 40 gradi all’ombra di cui ricordo esattamente ogni cosa: il profumo dell’ammorbidente sulla camicia di seta bordeaux che ho lavato prima di portare in camera mortuaria, la ricerca delle scarpe e delle calze, le pieghe del foulard che ti hanno annodato sul collo, il verde brillante del succo di mela che ho bevuto al bar con mia figlia.

Sono passati 14 giorni e il caldo è ancora quello. Feroce e instancabile. Non da tregua. Sfianca gli spiriti e agita le anime. La tensione è palpabile e basta un nulla per far scoppiare un tafferuglio.

Mi chiedono tutti di mio padre. E mio padre chiede tutto a me. Io, non chiedo più niente. Ho tanta di quella stanchezza addosso che vorrei sfrattare il vecchio delle Alpi e dedicare il mese di agosto a raccogliere erbette per far ingrassare fiocco di neve e tutta la sua stirpe.

Ma sono qui.

Ho fatto il tour burocratico post-mortem. La reversibilità per la pensione, il certificato e l’estratto di morte, il conto corrente vecchio, il conto corrente nuovo, una quantità tale di marche da bollo che potevo riempire un album di figurine. E poi ringrazia, bacia, abbraccia, e di  nuovo abbraccia, bacia ringrazia. Per fortuna. Perché l’affetto, in questi casi non è mai abbastanza.

Mi è rimasta addosso questa sensazione colpevole di voler vivere, o forse (e anche) di poter vivere, e mio padre, in questo, non mi aiuta. Guarda quasi con disprezzo la vita che ci circonda, i posti dove la gente si incontra e ride, le uscite per un cinema o una pizza con gli amici del cuore.

Lui vorrebbe il lutto, le finestre oscurate, i temporali che fanno novembre, e le calze nere da qui all’eternità.

Io vorrei tornare agli anni d’oro. Gli anni in cui mia madre cucinava per un reggimento e si mangiava avanzi per una settimana, quelli in cui le vacanze iniziavano quando mi caricava sul suo furgone e andavamo insieme a comprare il pesce alle tre di mattina. E c’era l’odore del mare mescolato al detersivo passato con gli scopettoni in legno sul pavimento della pescheria.

Se chiudo gli occhi sento ancora il banditore chiamare i pescherecci e presentare il pescato pezzo per pezzo fra nomi e numeri scritti sulla lavagna, golfini lisi sotto ai gomiti e portafogli stretti sulle tasche dei grembiuli.

Mi mettevo su un angolo e guardavo mia madre salutare, saldare, contrattare. Testa alta, mai un imbroglio, mai un ritardo nel dovuto.

E piano piano albeggiava. E saliva profumo di caffè, e il rumore assordante dei furgoncini che caricavano le cassette di pesce e ripartivano per le loro strade.

A casa nostra le sei di mattina era sempre mezzogiorno. Quando in inverno mi svegliavo per andare a scuola, il borbottio della seconda caffettiera di mio padre e il loro vociare prima di uscire ognuno con il proprio carico, era il mio buongiorno.

Spesso suonava anche il telefono. Qualche cliente ansioso ordinava all’alba per una cena o un evento e io dallo sprofondo del sonno raccattavo veloce carta e penna.

Gli anni d’oro di cui ho malinconia sono stati anni duri. C’erano mutui da pagare e fasci di cambiali che mia madre ha conservato come un trofeo per anni. Io ero spesso sola. Dormivo sola in una casa grande e vuota. Tutto faceva rumore. Niente confortava se non l’attesa del giorno.

Ma la domenica era sempre festa. Con le tagliatelle fresche e il sugo vero, con la gallina e la conserva Spezziol che prima o poi mi dovrò prendere la briga di trovare nella mazzetta pantone.

Due settimane oggi.

Fuori c’è Alberto che canta meravigliosamente Renato Zero e le note del suo concerto dentro la nostra Arena arriva fin qui e si mescola al profumo di sigaro di mio marito.

Non mi sento sola. Ma mi piace ricordare e cullarmi nella storia che insieme abbiamo costruito. Perché tra tante, anche la nostra è una storia d’amore. E inizia con la mia adozione.

E merita, si merita che un giorno la racconti. Con quella forza e quella tenerezza che cento volte, mamma, l’hai raccontata a me.

aspettando l'alba.

aspettando l’alba.

 

 

 

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till the end of time ©Cristianamat

till the end of time
©Cristianamat

È morta mia madre. Non ci giriamo intorno. Era malata. Ammalata da morire. Soffriva. Da cani. Era diventata il mio quarto figlio. Il più difficile. Il più lamentoso. Pesante da seguire e senza aspettative.

È morta di giovedì mattina. Io non c’ero. Dormivo di sonni agitati e sogni inquieti a casa.

Me lo ha detto mio marito.

Svegliati. È andata.

Lo sapevo. Era inevitabile.

Lo sapevo e per questo, staccarmi dal suo letto ha spezzato definitivamente qualcosa dentro di me. Qualcosa che era mio e ora non c’è più.

Le ho detto, aspettami domani, porto papà, lo saluti. E lei mi ha sorriso da sotto la maschera per la ventilazione artificiale, stordita dalla morfina e dal tanto dolore portato per mesi. Mi ha sorriso. Mi ha detto prenditi cura di lui. Fallo lavare, fallo mangiare. E non piangere. Hai tre figli da crescere. Non piangere.

La sua mano teneva la mia. Le sue dita mi accarezzavano in quel suo strano modo di fare. Le ho fatto vedere le foto dei bimbi al telefono. Le ho lasciato la Madonnina di Lourdes sotto la camicia, vicino al cuore. E sono andata dopo un ultimo bacio.

Mamma, vado. E invece, è andata lei.

L’ho ritrovata composta e fredda dentro la bara. Una bara scelta da mio marito. Profumava di shampoo e aveva perfino un filo di trucco. Era bella come da tanto tempo non la vedevo. Profondamente quieta.

Mamma.

Mamma.

Ripeterei per ore quel nome.

Mamma. Da quanto tempo mi mancavi?

Mamma che la malattia ti ha spezzata in ogni dove.

Mamma che fino all’ultimo sei rimasta aggrappata con le unghie e con i denti a ogni piccola fiammella di speranza.

Mamma che mi hai spremuta come un limone. Mi hai caricato di un peso più grande di me al punto che anche le ginocchia non mi reggevano più. Al punto che io, non ero più io. Non sono più io.

Quando sei morta ho pensato che nessuno al mondo mi avrebbe amato come te. Te che mi hai reso libera, e autonoma e pensante. Non una mammoletta tenera che nonostante gli anni non sa mai da che parte guardare la vita.

Tu la vita me l’hai buttata addosso e mi hai detto, vai! Vivi, lotta, lavora. Spalle forti e camminare. Sempre.

E questo so fare io.

Anche se poi, mica lo so quanto c’ho guadagnato.

In questo anno lungo e doloroso, mentre io continuavo a vivere e tu ti curvavi sotto il peso della tua malattia, il mondo ha girato, i figli sono cresciuti, alcuni amici sono entrati nella mia vita, altri se ne sono andati portando con loro amarezza e delusione.

In questo anno quasi irreale, mentre insieme sentivamo sempre più assenza di ossigeno, tu chiudevi i tuoi capitoli, e io i miei sogni. In un cassetto di cui, non mi importa neanche più avere la chiave.

E mi tocca alzarmi. Preparare colazioni. Vestire i bambini. Cucinare e lavare. Quando sarebbe stato giusto, come dopo un parto, avere 40 giorni per me. Per riprendermi dal distacco. Per comprendere questa nuova dimensione. Per imparare a guardare un mondo in cui tu, non ci sei più.

Domani mamma andrò in azienda. Mi sentirò di nuovo dire che tra noi, la magia è finita, che sono un’eccedenza, un peso morto. Una che non serve. Domani mi chiederanno di licenziarmi e se non lo farò faranno in modo che nel giro di poco tempo me ne vada da sola. Spezzandomi ancora perché di male, in me, c’è qualcosa che hai piantato tu, ed è un misto di onestà e forza, e voglia di fare sempre e ancora, insaziabile e indomabile. E questo, non a tutti piace.

Domani mamma è uno di quei giorni in cui ti vorrei con me. Come durante quel fondamentale di inglese in cui sedesti con noi, aspettasti, composta e profumata di shampoo, una testa grigia in mezzo alla meglio gioventù.

E poi tornammo a casa insieme, stanche e felici perché un altro scoglio era superato. E c’era ancora tanta vita da macinare insieme.

Sei morta di giovedì mattina e io non c’ero.

Ma sono certa che da quel momento siedi nell’angolo più bello del mio cuore. E ti sento. E mi manchi.