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Archivio mensile:novembre 2015

facce da antony di francesco e alberico

 

domenica pomeriggio la figlia ha deciso che era ora di andare in discoteca.

ho caricato la macchina del suo altalenante buonumore e sono passata a prendere le veline!, le sue due attuali migliori compagne di classe. La bionda e la mora. La milanese e la brasiliana. Il diavolo e l’acquasanta.

una tripletta di tutto rispetto. tre personalità che più diverse non si potevano combinare, ma unite dal grande amore per i già citati youtuber di qualche post fa.

alla volta del Palabaldinelli, salone delle danze di adolescenti sudaticci e già atteggiati a gente di mondo, si recavano, nel ruolo di ospiti vips tal Antony di Francesco (mamma, mi raccomando senza l’H!) e Alberico.

non chiedete. non mi guardate incuriosite. non fate domande trabocchetto. So. So quello che serve di questi idoli. Il resto è  disperso nel continuo bla bla bla di quel gomitolo di ormoni di mia figlia che, se fosse per lei, limiterebbe la conversazione alla narrazione ininterrotta di vitamorteemiracoli dei tizi in questione.

mai pomeriggio fu più esilarante. entusiasmante al punto che, una volta scese le ragazze dalla macchina, sono caduta in una sorta di raptus malinconico che mi ha spinto a trovare rifugio nella mecca delle quarantenni frustrate: CASA in pieno orgasmo prenatalizio.

fatto sta che le due ore passate con loro sono state magnifiche. io al volante e la brasiliana come navigatore. ignorato il cesare cremonini con il quale trascorro le mie solinghe trasferte in macchina, si cantavano a squarciagola cambiando la tonalità e il ritmo, un paio di strofe in dialetto milanese buttate su da mia figlia per gioco. la versione natalizia superava ogni aspettativa, poi.

forse per colpa mia che ho il senso dell’orientamento di una tartaruga nella vasca, o della mia distratta secondo pilota, fatto sta che ci siamo trovate disperse per le meravigliose campagne marchigiane.

l’autunno le colorava di giallo e rosso. un principio di tramonto rendeva tutto quasi irreale, e gli scorci, i sentieri, le nuvole, vecchie porte e perfino le galline, sono diventati soggetti perfetti per una serie di scatti da perfette instagramers.

è stata l’ansia di non arrivare in tempo che poi, ci ha fatto rinsavire, chiarire un paio di questioni con il navigatore e infilare il turbo.

già all’apparire del palazzetto, non ricordo quale delle tre, voleva aprire lo sportello e fiondarsi passando per i campi dalle zolle morbide.

i 4 gradi segnati sul contachilometri ha per fortuna fatto scemare l’idea.

sono scese veloci come il vento. e rientrate un paio d’ore dopo con un sorriso che solo la leggerezza dei 13 anni regala.

e vederle così vive, sentirle così libere, è stato bello. contagioso. tenero.

 

 

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sono sempre stata una tremenda. una di quelle bambine, ragazzine, donne impulsive e viscerali che stanno spesso sulle palle perché la verità la tengono in tasca. poi sono entrata in una grande azienda che mi ha fatto prendere tante di quelle palate sui denti che ho imparato.

ho appreso che non tutto ciò che pensiamo si può dire. alcune cose si pensano e devono restare confinate lì, nella nostra testa.

la lingua prude, le mani pure, la soluzione è sotto agli occhi, noi faremmo così, noi saremmo in grado. niente. il silenzio stampa è quasi d’obbligo in certi contesti e con certe persone.

ne va del quieto vivere, del limitare i danni di un’invasione di campo del rispetto dell’altrui libertà di pensiero (se non di stupidità).

mi manca mia madre perché con lei i filtri imposti dagli altri non esistevano. a mia madre raccontavo tutto. senza imbarazzo. era con lei che sbottavo quando rientravo da lavoro cercando di digerire una quantità di rospi formato famiglia. era da lei che cercavo conforto e confronto. era con lei che mi divertivo a spettegolare senza la paura di passare da pettegola.

certe cose una mamma le capisce.

c’era intimità, c’era complicità. non c’era il rischio di essere giudicate, additate.

anzi. era il nostro ritmo. il nostro modo di conversare. privo di convenevoli. tagliente. spiccio. sparato dritto al cuore, come piace a me. come non faccio più da tanto neanche con mio marito perché poi, certi equilibri bisogna pure mantenerli.

finchè.

mi è capitato recentemente di accompagnare mio figlio dal dentista per un’urgenza. e nel tentativo di far passare il quarto d’ora brutto dell’anestesia e relativo trapanamento, innescare una discussione con lui sul mio modo di gestire il bambino sulla poltrona. la cosa ha assunto degli strani contorni. neanche tanto per la situazione antipatica per cui, lui, senza mezzi giri di parole mi ha dato della madre incapace ma per il resto della discussione che non trova requie.

a corti discorsi.

lui mi dice che faccio comunella col bambino e per questo lui, 5 anni, fa i capricci sulla poltrona. lui mi dice che sono una madre inadeguata perché faccio l’amichetta con mio figlio e questo lo porterà a scavalcare sempre la mia autorità. lui entra senza pietà nella mia sfera personale e a gamba tesa mi serve un giudizio bello pronto e neanche contestabile pena l’etichetta di permalosa.

resto talmente basita che lascio il mio leone russare e me ne vado abbastanza stizzita senza replicare più di tanto.

ne parlo con una paio di amiche e ci troviamo tutte concordi che, insomma, c’è un limite a quello che una persona si deve sentir dire. c’è un limite alle cose che vomitiamo addosso agli altri.

alla prima battuta scambiata via sms per fissare un appuntamento, mi ritrovo fra le mani un pacco bomba. e giù fiumi di parole per ribadire che la colpa è mia.

la colpa è mia. certo. è mia per forza. ci sto io con i miei figli. sempre.

io li vesto, li accompagno, li vado a riprendere, cucino per loro, li consolo, li sgrido, li bacio, li minaccio, li perdono. Loro sbagliano. Io sbaglio. Io chiedo scusa. Loro imparano a chiedere scusa.

non ho mai avuto dei nonni che facessero qualcosa per me. che mi sollevassero dal mio ruolo genitoriale.

dei suoceri che me li recuperano a scuola, mi fanno trovare il pranzo pronto, mi stirano i panni, mi lasciano curare la mia professione e viaggiare e lavorare senza orari.

io mi arrangio.

e sì magari sbaglio.

li bacio troppo. li coccolo troppo. li lascio attaccati al seno finché non dormono con le guance arrossate e la bocca leggermente socchiusa.

e anche questo è sbagliato. Per lui.

Per me sbagliato è confondere la simpatia con l’intimità. Arrogarsi il diritto di esprimere giudizi universali avendo visto di te solo un’ombra di ciò che sei. basandosi su un’idea. un’impressione momentanea che si porta dietro un proprio personalissimo retaggio personale e familiare.

perché credi che un figlio amato e sostenuto debba per forza abusare del mio amore? che problema hai con l’amore?

io sono stata profondamente amata. sostenuta. e non ho mai tradito la fiducia che i miei genitori mi hanno dato. e l’ho fatto a volte rinunciando a qualcosa che desideravo. per non deluderli. per non farli soffrire. consapevole del tanto amore che avevano investito su di me.

sono profondamente arrabbiata. visceralmente arrabbiata. arrabbiata come non mi capitava da tanto.

ho calamitato una serie di persone che mi hanno scambiato come punching bag e si divertono a misurare il proprio ego sfidando me.

mi verrebbe da dire. quello è il mio spazio. questo è il tuo. io non entro nel tuo spazio. tu non entri  nel mio. insieme così, nel rispetto reciproco danziamo.

e invece no. invece mi devo portare a casa una lezione di vita. e tacere. come ho imparato a fare. e restare leggera. volare via.

e poi, ciao.

 

 

 

 

 

Sarà capitato anche a voi, o magari vi capiterà prima o poi di condividere la vostra vita con un’adolescente.

Esemplare neanche tanto raro di giovinetta con ormoni altalenanti che il katun di mirabilandia gli fa un baffo, umore tumblr con “oh mio Dio io ho il mare dentro e tu, tu cosa ne sai” e lo smarthphone come estensione della mano e dell’occhio e di qualsiasi altro canale di comunicazione.

L’idolo medio non è più un cantante d’oltremanica ma un semicoetaneo che si racconta daybyday su youtube e ha folle di ragazzine urlanti che lo acclamano.

Sull’aggettivo “urlanti” non esagero avendo partecipato (io e altri poveri cristi come me) ad almeno un paio di incontri nei centri commerciali della zona e vi assicuro, le mie orecchie ve lo possono testimoniare, urlano come ossesse il nome del tipo come se non ci fosse un domani. E piangono! Giuro. Piangono.

L’ultimo meet&greet è stato quello di Michele Bravi.

Michele Bravi chi? Mi dicono in molti.

Beh signore, sveglia! Se non sapete chi è, urge corso di aggiornamento.

Lui è il #toccodignocco per eccellenza. Vincitore di Xfactor, youtuber, cd con 6 o forse 7 tracce e look alla Edward Cullen.

Michele Bravi è diventato il motivo per cui mia figlia, una ragazza che ritenevo fuori dalla media avendo iniziato a parlare e leggere in età da pannolino, fissa con sguardo perso il muro della scuola al punto che la sua centenaria insegnante di lettere mi ha chiamata per parlare del suo stato di apatia.

“Apatica”. L’ha definita così. E anche “sotto tono” e “assente”.

Spiegaglielo a quella lì, senza mai figli, senza più voglie, che lei è innamorata. Hai il suo idolo. Mi whatsappa le sue foto, le sue citazioni, e io mi ritrovo la memoria del mio telefono piena degli occhi blu (ma forse cambiano anche colore) di questo ragazzetto.

Michele Bravi ha lanciato un contest. Un video di due minuti per raccontarsi ed invitarlo a casa tua. Fatto e montato in un pomeriggio. Lo guardo e mi sciolgo come neanche alla dichiarazione di Meredith Grey a Dereck Shepard “prendi me, scegli me, ama me” .

Detesto questo stato catatonico di mia figlia. Questo suo folleggiare per un idolo così…come definirlo, così poco idolo. Così figlio dei vicini di casa, compagno di banco, uno speciale, uno fra tanti.

Eppure provo per lei un’immensa invidia. Ricordo con perfezione quella sensazione di leggerezza e malinconia. L’infatuazione per un divo (va be’ dai…dopotutto ha delle fans, tante fans e canzoni che ormai riconosco) è il primo step verso quella che poi sarà la cotta, e poi la sbandata, e poi ahnonmiamavogliomorire e poi l’inizio di una vita amorosa più o meno seria dipende da come Cupido scaglia le frecce.

Mamma, ci pensi, quando Michele verrà a casa nostra? Gli cuciniamo il sushi?

Mamma, guarda, quant’è bello? Ma lo sai che era cicciotello?

Mamma, le sue canzoni….ma le senti le sue canzoni?

Mamma, la vedi, questa è la signora Longari. Io vorrei essere la signora Longari (ndr. È il cane, cioè mia figlia si vuole reincarnare nel cane di Michele Bravi. Lasciatemi qui, su questo muro a sbattere la testa, vi prego).

Dove sei De Andrè? Perché ci hai abbandonato?

E Francesco, il tuo concerto quest’estate, bello sai, ma perché hai fatto cantare anche tuo fratello? Sarà un De Gregori, però quasi che potevi portarti in tour Michele.

No perché Michele Bravi, è bravo.

E io sarò sua suocera. Almeno questa è la voce che gira per casa da un mese.
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