ma che problema hai con l’amore?

sono sempre stata una tremenda. una di quelle bambine, ragazzine, donne impulsive e viscerali che stanno spesso sulle palle perché la verità la tengono in tasca. poi sono entrata in una grande azienda che mi ha fatto prendere tante di quelle palate sui denti che ho imparato.

ho appreso che non tutto ciò che pensiamo si può dire. alcune cose si pensano e devono restare confinate lì, nella nostra testa.

la lingua prude, le mani pure, la soluzione è sotto agli occhi, noi faremmo così, noi saremmo in grado. niente. il silenzio stampa è quasi d’obbligo in certi contesti e con certe persone.

ne va del quieto vivere, del limitare i danni di un’invasione di campo del rispetto dell’altrui libertà di pensiero (se non di stupidità).

mi manca mia madre perché con lei i filtri imposti dagli altri non esistevano. a mia madre raccontavo tutto. senza imbarazzo. era con lei che sbottavo quando rientravo da lavoro cercando di digerire una quantità di rospi formato famiglia. era da lei che cercavo conforto e confronto. era con lei che mi divertivo a spettegolare senza la paura di passare da pettegola.

certe cose una mamma le capisce.

c’era intimità, c’era complicità. non c’era il rischio di essere giudicate, additate.

anzi. era il nostro ritmo. il nostro modo di conversare. privo di convenevoli. tagliente. spiccio. sparato dritto al cuore, come piace a me. come non faccio più da tanto neanche con mio marito perché poi, certi equilibri bisogna pure mantenerli.

finchè.

mi è capitato recentemente di accompagnare mio figlio dal dentista per un’urgenza. e nel tentativo di far passare il quarto d’ora brutto dell’anestesia e relativo trapanamento, innescare una discussione con lui sul mio modo di gestire il bambino sulla poltrona. la cosa ha assunto degli strani contorni. neanche tanto per la situazione antipatica per cui, lui, senza mezzi giri di parole mi ha dato della madre incapace ma per il resto della discussione che non trova requie.

a corti discorsi.

lui mi dice che faccio comunella col bambino e per questo lui, 5 anni, fa i capricci sulla poltrona. lui mi dice che sono una madre inadeguata perché faccio l’amichetta con mio figlio e questo lo porterà a scavalcare sempre la mia autorità. lui entra senza pietà nella mia sfera personale e a gamba tesa mi serve un giudizio bello pronto e neanche contestabile pena l’etichetta di permalosa.

resto talmente basita che lascio il mio leone russare e me ne vado abbastanza stizzita senza replicare più di tanto.

ne parlo con una paio di amiche e ci troviamo tutte concordi che, insomma, c’è un limite a quello che una persona si deve sentir dire. c’è un limite alle cose che vomitiamo addosso agli altri.

alla prima battuta scambiata via sms per fissare un appuntamento, mi ritrovo fra le mani un pacco bomba. e giù fiumi di parole per ribadire che la colpa è mia.

la colpa è mia. certo. è mia per forza. ci sto io con i miei figli. sempre.

io li vesto, li accompagno, li vado a riprendere, cucino per loro, li consolo, li sgrido, li bacio, li minaccio, li perdono. Loro sbagliano. Io sbaglio. Io chiedo scusa. Loro imparano a chiedere scusa.

non ho mai avuto dei nonni che facessero qualcosa per me. che mi sollevassero dal mio ruolo genitoriale.

dei suoceri che me li recuperano a scuola, mi fanno trovare il pranzo pronto, mi stirano i panni, mi lasciano curare la mia professione e viaggiare e lavorare senza orari.

io mi arrangio.

e sì magari sbaglio.

li bacio troppo. li coccolo troppo. li lascio attaccati al seno finché non dormono con le guance arrossate e la bocca leggermente socchiusa.

e anche questo è sbagliato. Per lui.

Per me sbagliato è confondere la simpatia con l’intimità. Arrogarsi il diritto di esprimere giudizi universali avendo visto di te solo un’ombra di ciò che sei. basandosi su un’idea. un’impressione momentanea che si porta dietro un proprio personalissimo retaggio personale e familiare.

perché credi che un figlio amato e sostenuto debba per forza abusare del mio amore? che problema hai con l’amore?

io sono stata profondamente amata. sostenuta. e non ho mai tradito la fiducia che i miei genitori mi hanno dato. e l’ho fatto a volte rinunciando a qualcosa che desideravo. per non deluderli. per non farli soffrire. consapevole del tanto amore che avevano investito su di me.

sono profondamente arrabbiata. visceralmente arrabbiata. arrabbiata come non mi capitava da tanto.

ho calamitato una serie di persone che mi hanno scambiato come punching bag e si divertono a misurare il proprio ego sfidando me.

mi verrebbe da dire. quello è il mio spazio. questo è il tuo. io non entro nel tuo spazio. tu non entri  nel mio. insieme così, nel rispetto reciproco danziamo.

e invece no. invece mi devo portare a casa una lezione di vita. e tacere. come ho imparato a fare. e restare leggera. volare via.

e poi, ciao.

 

 

 

 

 

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