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Archivio mensile:dicembre 2015

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Mia figlia mi chiede sempre di farmi un tatuaggio.
Non si capacita del come io sia potuta arrivare alla mia età intonsa.
Forse perché mi vede sempre diversa dalle altre mamme. Forse perché suo padre è tatuato e ogni tanto minaccia di tornare a casa con un drago su tutta la schiena. Forse perché sa che qualcosa di indelebile in me c’è e vorrebbe vederlo palesato, comunicato urbi et orbi.
Ma no.
Nessun tatuaggio.
Nessun segno.
Resto irremovibile.
Ogni volta che apre quel discorso io le ricordo che sono stata già marchiata da cose ed eventi.
Ho tante di quelle smagliature che spingerei al suicidio metà staff della Somatoline o Relastyl.
Ho un bacino che dopo il terzo parto va per conto suo.
Ho cicatrici di quelle che solo chi è stato bambino negli anni ’80 può avere. Ferite cucite con uno spesso filo nero che mai potrò dimenticare.
Perché quand’ero ragazzina io si stava in mezzo ai campi, ci si rotolava con la bicicletta, ci si spalmava la tintura di Iodio o la polvere di penicillina e si tornava per strada. A ridere. A vivere.
Non voglio un tatuaggio.
Voglio libri.
Voglio lettere.
E parole scritte su biglietti.
Voglio dichiarazioni d’amore scribacchiate su tovaglioli di carta al pub.
Cartoline di auguri ad ogni Natale.
E post_it di scuse lasciati sotto al cuscino.
O magari un bel graffito sotto qualche ponte.
Quelle sono le tracce di me che preferisco.
I segni degli altri che mi piace conservare.
Ho scatole intere di parole.
Scritte da persone che hanno in qualche modo attraversato la mia vita.
Ho scatole intere di me.
Diari segreti e autocensurati.
Agende piene di biglietti del cinema o del museo, di scontrini di ristoranti o bar.
Ho sempre conservato tutto.
Per anni.
E ne ho memoria. E mi intenerisco a ritrovarli. Rileggerli. Accarezzarli con gli occhi e col cuore.
Perché oggi, sono ormai cosa rara.

Quando nacque Vittoria, mio marito mi scrisse un biglietto che conservo ancora in una scatola di latta.
Quando nacque Leonida mi mandò un sms. Bello. Lo ricordo ancora. Ma chissà in quale sim è andato a finire.
Con il terzo non scrisse nulla. Scelse di fare due tatuaggi.

Anche oggi sono riuscita a distribuire bene le mie parole.
Quelle tenere e semplici per i bambini.
Quelle irriverenti e intime per un’amica.
Quelle aspre per una sciocca commessa che non sa fare il suo lavoro.
Quelle futili e superflue per i pallonari di turno.
Quelle adulte e responsabili per mio padre.
Quelle sussurrate in una preghiera a mia madre

Mi sento già tatuata.
Ho già il corpo pieno di parole e frasi e segni e sogni.
Non ho bisogno di ali o frecce o mongolfiere o farfalle.

Sono già li.
Nel cuore. Irremovibili.

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Ci fu un tempo in cui fui anch’io madre di figlia femmina.
Tempo di trecce ed elastici colorati, di gonne di tulle e maglioncini con le paillettes.
Le madri delle femmine non sanno ciò che vuol dire avere figli maschi.
Entrano da H&M e fanno strage di cerchietti e coroncine, di collant laminati e calzine a pois.
Le loro bambine andranno a feste e cerimonie vestite come meringhe e resteranno intonse e immacolate per almeno tre quarti dell’happening.
Le più vezzose oseranno mollette di strass sulla testa o fiocchi di velluto intorno alla vita. Alle recite avranno sempre un ruolo più o meno da protagonista e si lasceranno immortale da padri gonfi e tronfi in pose plastiche che premettono un futuro da Miss Qualunque cosa ma datemi fascia e corona. Me le ricordo recitare poesie di Pasqua e Natale dondolando il busto e ammiccando a tutti gli auditori presenti; bussare sulla spalla della maestra per informarla della marachella di qualche scalmanato compagno; sedersi composte a tavola, posarsi il tovagliolo sul grembo e aspettare il proprio piatto.
Finché fui una madre di figlia femmina sotto i dieci anni mi sentii una madre fortunata.
Poi arrivarono i maschi.
I demolition men.
I caterpillar formato domestico.
E fu la fine.
La mia bella casa sembra costantemente uscita da un uragano e in ogni stanza spunta una traccia della maschile presenza. Se non è un’auto è un trattore, se non è un pallone, trattasi di montagna di lego in bilico.
Sei al parco, ti giri e lo trovi a brachette calate che annaffia le piante. Sei a cena con gli amici e sotto al tavolo c’è più gente che sulle sedie. Gli metti un bermudino a scacchi, una camicia bianca e un papillon e dopo mezz’ora lo trovi infangato fin sulle mutande.
Quando gioca è tutto un Vrrrrrrrrrrr Fssssssssssss Moooooomoooooomooooooooomoooooooooo o un bumbumbum di martelli e cacciaviti, attacca stacca.
Fare la spesa diventa un’impresa titanica. Voglio un’hotwheels. NO. Voglio un’hotwheels. NO.Due etti di crudo. Per favore. Voglio un’hotwheels. NO.Voglio un’hotwheels. NO. Ace, ammorbidente, sale grosso. Voglio un’hotwheels. NO. Mamma, mi compri l’ovetto? No. L’hai gia mangiato. Ah. Allora…Voglio un’hotwheels. NO. Per favore 1/2 kg macinata. Voglio un’hotwheels. NO.Voglio un’hotwheels. NO. Mamma, allora mi compri l’ovetto. No. L’hai già preso. Grazie! È sì è un bambino vivace. Mamma, mi compri l’ovetto? No tesoro. Guardi prendo anche il petto di pollo. Amore, stai qui. Lascia stare tuo fratello. Non mordere. Grazie. Mamma, mi compri l’ovetto? Oppure un’hotwheels. Dai. Dai. Dai.
I figli maschi stanno alle madri come le emorroidi al proprio deretano. Sono un pezzo di te. Intimo. Profondo. Ma LASCIATEMELO DIRE anche fastidiosissimo. Sono estensione della madre per secoli e nei secoli amen. Restii all’autonomia vincolano la propria indipendenza alla capacità organizzativa della donna che hanno al proprio fianco. Maaaaaammaaaaadovesonoicalzini?lemutande?ilibri?…
TESOROOOOOdovehaimessolacamiciabianca?hairitiratotulagiaccainlavanderia?

Le madri dei maschi vivono il ruolo materno come una missione.
Rendere la protuberanza un adulto tutto intero.
Confidenze poche.
Complicità poca.
Coccole e bacini e mammatuseilamiaprincipessa, sí.
E poi.
Mazzi di fiori di campo raccolti tornando da scuola.
Montagne di disegni con cuori e camion.
Sassi, insetti, jeans strappati e mani sempre sporche. Il quotidiano.

Un giorno crescono.
E si innammorano di una vestita come una meringa.

E portano via con se’ quel profumo di sole nei loro capelli, quelle mani sempre pronte a cercarti, quelle risatine senza fine. Portano via un pezzetto di te.
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Oggi mio padre ha carbonizzato il pesce. Nero. Inmangiabile. Pietrificato dalla piastra.
Non era mai successo.
Fu capace una volta di far esplodere una caffettiera, noi qui la chiamiamo “cuccuma”, e di bruciare un minestrone lasciandolo sul fuoco ad oltranza.
Ma il pesce mai.
Perché il pesce era la sua specialità.
Quante volte l’ho visto prendere degli sgombri enormi e buttarli nell’acqua così senza tante manfrine. Un taglio sulla pancia e via a bollire. Olio, sale e limone e il pranzo è servito.
L’ho visto pulire anguille che schizzavano sangue ovunque, seppie piene di inchiostro, e aprire calamari che via via assomigliavano a tanti angeli  dalle ali spiegate.
Non l’ho mai visto pescare pur avendo bene impresso in mente lui vestito con camicioni a scacchi di flanella e calzettoni fatti ai ferri.
Eppure la sua vita è stata mare per troppi anni.
Mio padre odia il mare. Perché lo ha conosciuto troppo e ha imparato tutto di lui. Tutto da lui.
Il suo mare ha l’odore acre delle reti al sole, il colore della vernice rovinata dalla salsedine, il rumore della tempesta che non da tregua e sballotta, frusta, soffia e sbuffa, e tu sei costretto a legarti a una cima e pregare Iddio di uscirne vivo
Oggi mio padre ha carbonizzato il pesce e io l’ho visto più vecchio che mai.
So che questo sarà il primo Natale senza mia madre e l’ultimo con lui, l’ultimo Natale da figlia.
Avrei voluto ornare la casa e riempirla di risate di bimbi e odore di pino.
I miei figli litigano come lottatori di catch e l’unico odore che sento è quello del pesce bruciato.
Nulla è come vorrei pur nella bellezza di alcune piccole cose.Certi messaggi teneri. Certe telefonate inattese.
Non è che l’amore manchi ma non è ancora abbastanza.
E allora mi faccio promesse.
Perdonare di più. Me stessa. Gli altri.
Ridimensionare i sogni.
Limare le aspettative.
Investire in nuovi progetti, e nuove persone.
Vedremo.
Intanto apro le finestre.
Esce l’odore di bruciato.
Entra l’aria del Natale.

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No, non ti amo.
Cioè, mi piaci.
Come essere umano, intendo.
Sai.
Come il cane che ti accoglie quando torni a casa.
O come il gatto che si acciambella sopra le gambe.
No, non ti amo.
Scusa se lo ribadisco.
Ma non vorrei pensassi cose che non puoi.
È che mi piaci.
Come persona, intendo.
Neanche tanto come donna.
Sai.
C’è qualcosa in te che ha il sapore della vita.
Ed è strano.
Perché è qualcosa che anch’io ho.
Ma mi hanno sempre detto che era sbagliato. La parte più folle di me.
E io ho iniziato a crederci.
Ecco, mi piaci
Ma nulla più, credimi.
Ti avrei forse scelta come compagna di banco.
E avremmo riso troppo e perso concetti di importanza vitale per l’umanità ingrata che ci circonda.
Ti avrei magari invitata a un concerto.
Tu avresti cantato tutte le canzoni e  sbagliato tutte le note.
Non ti avrebbe fregato poi molto. E ti diró, neanche a me.
Ma non ti amo.
Scusa. Lo ripeto.
Non ti offendere.
È che, cioè, mi piaci.
Mi piaci e basta.
E non lo avevo messo in conto.
E la cosa è un problema.
E io non so scrivere.
Ma mi piace leggerti.
E vedere se riesci a restare a galla.
Se sopravvivi
Se alla fine, come nei romanzi più belli, riesci a ricomporre i pezzi delle storie che mi racconti.

E quindi
Non ti amo.
Dai, non c’è niente di strano
Ti penso. Capita anche con il cane.
O con il gatto di cui sopra.
E sono certo che tu, tu pensi me.
È solo che mi diverte guardarti nuotare nella boccia.
Vedere i tuoi fondi.
Scoprire gli spiragli di luce.
E poi.
Buttarti un’esca e aspettare.

Non volevi forse un amo?

Un giorno, impazzirò come l’Alda.
Inseguendo immensi amori, lievi creature, teneri ricordi.

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_È Natale e sui Navigli, come in centro a Milano, non si riesce più a entrare nei negozi: i magri o i lauti stipendi consentono a tutti una ressa ingenerosa alla ricerca di una felicità che non c’è, o che almeno non si compra.
Io quest’anno ho spento le candele: tutti mi hanno invitato, ma quella notte non farò nulla di diverso, nulla che io non faccia sempre, proprio come quando ero bambina; al limite si cambiava stanza, si andava dalla camera al tinello per vedere se era arrivato Gesù, e per mangiare il panettone, che allora si chiamava “el pan de Toni”…
Ma oggi Milano si affanna a cambiare faccia, ad abbattere le nostre vecchie dimore per apparire moderna, così i rifacimenti delle case hanno abbattuto anche noi, gli anziani.
C’è una bella poesia dialettale che dice “fai piano, ogni volta che dai un colpo al muro lo dai al mio cuore…”.
Casa: quanto la ami a Natale!
Ricordo quando, sempre bambina, persi la mia, abbattuta anche quella: allora c’erano le bombe, ci rifugiammo chi nelle risaie e chi nei paesi limitrofi, dove tutti eravamo un po’ degli stranieri. Nei granai la sera recitavamo il rosario su dei pagliericci di fortuna, poi di giorno si andava nelle cascine in cerca di pane, in breve… si mendicava dai contadini abbienti.
Oggi, invece, che abbiamo una casa non abbiamo più quella cortesia e quell’amore dei contadini. Io dormivo con una vecchia che ogni notte pregava la morte che la venisse a prendere, e avevo paura. Ma come bambina ho dovuto accontentarmi.
Adesso che sono un’anziana poetessa… continuo ad accontentarmi.
Ma ripenso con nostalgia a quei Natali solenni, quando la mamma faceva enormi presepi, metteva le figurine dei pastori e i laghetti di specchio. Ci facevano trovare il carbone, alle volte, ma eravamo contenti lo stesso: poi, dietro il carbone, c’erano sempre tre caramelle. Però era arrivato Gesù, era questo che importava, vedere che sulla paglia del presepe qualcuno aveva deposto il bambino. E si pregava, si pregava insieme davanti a quella statuina, ignorando che il piede lieve della mamma era andato lì di notte per deporlo… Allora ignoravamo tutto della vita, anche il mistero della nascita, un evento che per noi cadeva dal cielo. La Madonna non appariva sorpresa, neanche San Giuseppe, e noi piccoli eravamo in un regno di favola bello che abbiamo perduto. Ci dimenticavamo dei doni e stavamo piuttosto a guardare quel bambino appena nato domandandoci se aveva freddo, ma la mamma ci diceva che aveva l’amore della Madre… Ecco, forse anche in tarda età chi mi scalda ancora nelle notti di solitudine è l’amore della mamma, che io amavo tanto e che credevo che, come Maria, non sarebbe mai morta.
Sì, si può morire d’amore per un uomo, ma quello che mi fece impazzire, forse, fu quella porta chiusa di mia madre dolcissima, che io credevo eterna, come tutti i figli. E mi sono resa conto, a un tratto, che non avevo mai ascoltato i suoi lamenti tanto ero giovane. Ma quanto si paga la giovinezza! Anch’io, come le mie figlie, quando andavo a casa sua le portavo via gli oggetti più preziosi perché… nella mia casa sarebbero stati bene, e una madre si fa sempre derubare. A lungo andare morì, senza chiedere mai niente, ma era così felice della nostra gioia che forse non morì veramente mai. L’abbiamo derubata, ma soprattutto – e sembra un eufemismo – avremmo voluto (che Dio mi perdoni) portarle via quegli occhi, così verdi, così dolci, così innamorati di noi. Sono passati decenni da quei Natali e ancora cerco l’odore dei mandarini o del bollito, che si mangiava solo quel giorno. Erano i nostri doni. Oggi invece si tende a saltare il Natale, si va direttamente all’arrivo dei Magi, ai doni, la nascita quasi non esiste più, forse perché le nostre donne non sanno essere madri. E i bambini, tra televisione e futili regali, sono i più grandi emarginati del nostro tempo: abbiamo rubato loro l’infanzia e la religiosità della vita. 
Mi si chiede cosa vorrei trovare questa notte sotto il presepe: la mia Barbara, la mia Flavia, le mie figlie che mi furono tolte quando una maestra, assistente sociale, trovando che la casa non era ordinata me le portò via. Sono sempre stata una disordinata perenne, ma avevo quattro bambine felici alle quali suonavo le “nenie” di Natale. Andando in solaio ho trovato le mie vecchie famose poesie tutte imbrattate delle loro figurine: giocavano con le mie grandi poesie! Io non ho pianto su queste, ma su quelle figurine sì. Loro non sapevano cosa vuol dire genio, conoscevano solo due parole: mamma e bambino. Il mio presepe privato_

Alda Merini
“Avvenire”, Natale 2006

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Vorrei la neve.
Che arriva e copre tutto.
E ciò che c’era non c’è più.
Copre.
Gli occhi chiusi di mia madre. Il caldo infernale. Le lastre di mio padre. Il pianto di Damiano. I mobili vecchi. La lettera di licenziamento. Il telefono rotto. Le urla di Paola. Le bombole di ossigeno. L’indifferenza di Barbara. Le parole non dette. Le promesse mai mantenute. Le mattine storte. Le notti insonni. I bicchieri spaccati. L’opportunismo di Sandro. La solitudine dei perdenti. Gli abiti nel suo armadio. Le parole dei medici. L’odore del pronto soccorso. L’ansia di non essere mai all’altezza. La voglia d’amore. Il peso dell’assenza. La delusione della fine. Il logorio della routine. Il rumore dei sogni frantumati. L’egoismo di Daniele. Le pile di panni da stirare. Le lacrime piante sotto la doccia. I rospi ingoiati. L’invidia del nulla. La rabbia dei tredici anni. La futilità di certe amicizia. I giochi senza frontiera dei chattatori seriali. Gli addii scomposti. I chili di troppo posati sul cuore. Le bollette. Le guerriglie social. Le sontuttebellelemammedelmondo, ma la mejo, sono io. I cafoni al volante. I  simpatici per forza. L’eterno riposo.

Vorrei la neve.
Vorrei sparire con lei.
Sciogliermi al sole.
Svanire.

Puff.