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Archivi giornalieri: dicembre 3, 2015

La faccia che ho alla mattina. Il braccio sugli occhi per coprire la luce. Quello che canto sotto la doccia. Il mio spazzolino mai al suo posto. Il colore della marmellata che preferisco. La temperatura di una stanza per  convincermi a spogliarmi. Come tengo i libri nella libreria. Dove nascondo i soldi che metto da parte per la vacanza. Quale orologio non sono mai riuscita a comprare. I nomi delle persone che mi hanno ferita. La velocità con la quale cammino. Il colore del mio fondotinta. Le canzoni che mi fanno commuovere. Il film che mi ha fatto uscire le lacrime dalle risate. Come spalmo il burro sulle fette biscottate. Dove appoggio le chiavi quando torno a casa. Ciò che mi fa piú paura. Le paure che ho superato. Le battaglie che ho combattuto. Le parolacce che ripeto piu spesso. Il cassetto dove tengo le mutande. Il giorno in cui ho pensato che non mi sarei piu alzata in piedi. Le password del mio computer. I piatti che amo cucinare. La parte del letto che occupo sempre. Il tempo che passo a fonarmi i capelli. Il profumo che indosso da vent’anni. Chi mi ha amata per primo. Quale libro rileggo ogni anno. I gusti di gelato che preferisco. Perchè dormo con il phon acceso. Quanto piango quando sono incazzata. Quanto rido dopo due mohjti.


Tutto questo.
E altro.
Tanto altro ancora.

La gente non sa nulla di te e pensa di vederti annegare in un paio di occhi chiari.

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Noi siamo apparenza.
Tutti.
Nella realtà dei fatti.
Siamo quelli con le dita nel naso in auto.
Siamo la pinza sui capelli, la bocca impastata di sonno, il pigiama liso e corto e arrotolato, uno su, uno pure.
Siamo le mutande stinte in lavatrice che le metti comunque tanto chi te le guarda?
Siamo cassetti e armadi pieni di abiti lanciati dentro alla rinfusa.
Siamo tappi di dentifricio con lo spirito da avventuriero e rotolo di carta igienica finito quando arrivi tu.
Siamo l’asciugamano sporco come tappeto per la doccia.
La bocca attaccata al beccuccio della panna.
Siamo quelli che mollano le puzze al supermercato pensando che mai nessuno sentirà ne il rumore ne l’odore.
Siamo gli estimatori del rutto libero, sistemata in basso e grattatina con dito mignolo all’orecchio.
Per comprare i preservativi andiamo in una farmacia che non ci conosce o aspettiamo le tenebre per avventurarci al distributore.
Siamo quelli che guai a parlare di emorroidi e stitichezza ma via col dettaglio scabroso sul tumorato di turno.
Siamo quelli che foderano gli harmony perché gli fa poco intellettuale portarlo al mare e ammettere con gli appassionati di letteratura russa che ci piace una banalissima, zucherosa storiella d’amore.
Quelli che leggono 50 sfumature di grigio e vanno pure al cinema a vederlo ma se gli usi la parola “culo” davanti si formalizzano.
Siamo apparenza.
Abbiamo un cassetto con le mutande e le canottiere nuove pronte per qualche ricovero urgente.
Compriamo pantaloni che sollevano le chiappe, reggiseni che ti ritrovi le tette paro-mento e panceroni che spostano le fardelle da sotto a sopra
lasciando strabordare la ciccia da sotto le ascelle.

Nella realtà dei fatti.
Ci attacchiamo alle bottiglie.
Non ci laviamo le mani dopo la toilet, mastichiamo a bocca aperta, perforiamo ogni cavita orale con lo stuzzicadenti.

Il più delle volte scriviamo messaggi whatsapp o facebook dalla tazza del bagno e ricicliamo i regali di Natale che proprio non abbiamo digerito.

Siamo apparenza.
E l’apparenza ci serve.
Per ricordarci di non vivere sempre allo stato brado pascolando in pigiama finché non ci fa i funghi.
Per evitare che ci si abrutisca e si rischi di parlare di vaginiti, parti gemellari o unghie incarnite e purulente al primo che ci capita davanti.
Per tendere al miglioramento, a ciò che vorremmo essere e non siamo.

L’apparenza é la nostra coperta di Linus, il muro che nasconde le fragilità, che ci corazza. Che protegge ciò che per ognuno é intimo.

Non c’e nulla di sbagliato in lei.
Sbagliata é piuttosto l’idea di buttare giù il muro a picconate con la ferma convinzione di poterlo fare e con l’idea di chissà quale meraviglioso giardino sia celato dietro.

Dietro la mia apparenza c’e il resto di me.
E il resto di me é trincerata li perché nessuno più mi possa giudicare pessima, o sbagliata, o obesa, o inutile o quel che é.

Nel mio giardino segreto un’altalena dondola i miei sogni. E non c’e posto per altro che non sia amore.
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