Cuore d’inchiostro

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Mia figlia mi chiede sempre di farmi un tatuaggio.
Non si capacita del come io sia potuta arrivare alla mia età intonsa.
Forse perché mi vede sempre diversa dalle altre mamme. Forse perché suo padre è tatuato e ogni tanto minaccia di tornare a casa con un drago su tutta la schiena. Forse perché sa che qualcosa di indelebile in me c’è e vorrebbe vederlo palesato, comunicato urbi et orbi.
Ma no.
Nessun tatuaggio.
Nessun segno.
Resto irremovibile.
Ogni volta che apre quel discorso io le ricordo che sono stata già marchiata da cose ed eventi.
Ho tante di quelle smagliature che spingerei al suicidio metà staff della Somatoline o Relastyl.
Ho un bacino che dopo il terzo parto va per conto suo.
Ho cicatrici di quelle che solo chi è stato bambino negli anni ’80 può avere. Ferite cucite con uno spesso filo nero che mai potrò dimenticare.
Perché quand’ero ragazzina io si stava in mezzo ai campi, ci si rotolava con la bicicletta, ci si spalmava la tintura di Iodio o la polvere di penicillina e si tornava per strada. A ridere. A vivere.
Non voglio un tatuaggio.
Voglio libri.
Voglio lettere.
E parole scritte su biglietti.
Voglio dichiarazioni d’amore scribacchiate su tovaglioli di carta al pub.
Cartoline di auguri ad ogni Natale.
E post_it di scuse lasciati sotto al cuscino.
O magari un bel graffito sotto qualche ponte.
Quelle sono le tracce di me che preferisco.
I segni degli altri che mi piace conservare.
Ho scatole intere di parole.
Scritte da persone che hanno in qualche modo attraversato la mia vita.
Ho scatole intere di me.
Diari segreti e autocensurati.
Agende piene di biglietti del cinema o del museo, di scontrini di ristoranti o bar.
Ho sempre conservato tutto.
Per anni.
E ne ho memoria. E mi intenerisco a ritrovarli. Rileggerli. Accarezzarli con gli occhi e col cuore.
Perché oggi, sono ormai cosa rara.

Quando nacque Vittoria, mio marito mi scrisse un biglietto che conservo ancora in una scatola di latta.
Quando nacque Leonida mi mandò un sms. Bello. Lo ricordo ancora. Ma chissà in quale sim è andato a finire.
Con il terzo non scrisse nulla. Scelse di fare due tatuaggi.

Anche oggi sono riuscita a distribuire bene le mie parole.
Quelle tenere e semplici per i bambini.
Quelle irriverenti e intime per un’amica.
Quelle aspre per una sciocca commessa che non sa fare il suo lavoro.
Quelle futili e superflue per i pallonari di turno.
Quelle adulte e responsabili per mio padre.
Quelle sussurrate in una preghiera a mia madre

Mi sento già tatuata.
Ho già il corpo pieno di parole e frasi e segni e sogni.
Non ho bisogno di ali o frecce o mongolfiere o farfalle.

Sono già li.
Nel cuore. Irremovibili.

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1 commento
  1. Mi hai tenuta qui a leggere tutto senza prender fiato!
    Io amo i tatuaggi e ne ho abbastanza ma mi rendo conto che il trascorso che porti tu dentro è molto più forte,significativo e d’impatto!
    Complimenti…continuerò a leggerti!! :*

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