archivio

Archivio mensile:gennaio 2016

image

Sabato sera avevamo litigato. Uscivamo con i bimbi per un cinema. Tu non volevi restare solo. Domenica avevo ignorato il muso lungo. Preparato il pranzo e comprato la pizza alla cipolla, la tua preferita. Lunedì non ti avevo salutato per niente.  Ti avevo spedito dai suoceri con i bimbi mentre noi andavamo al funerale di Renzo.
Già all’ora di pranzo stavi male.
Ti ho ricoverato a cena.
Sei morto mentre prendevo il caffè più amaro della mia vita.
La notte era stata dura. Per te che via via ti abbandonavi al dolore. Per me che assistevo impotente.
Un battito di ciglia e non c’eri più neanche tu.
Su quel letto che ha accolto le tue ultime ore, paventate ma inattese, ti ho massaggiato  per ore le gambe gelide e rigide, le mani insensibili al tocco.
Eri morto e non lo sapevamo. Continuavamo a parlare, a lottare.
La tua testa, lucidissima non mollava.
Il tuo corpo era già andato.
E il cuore l’ha seguito.

Eri li con me. Poi non c’eri più.
Tra un sospiro e l’altro mentre attraversavamo il buio della notte avevo scritto di te.
Mi stavi lasciando dopo la mia vita intera.
Mi lasciavi orfana e chiudevi il cerchio che aveva dato origine alla mia stessa esistenza.

Si è ripristinato lo status quo.
Sono di nuovo sola.

Mamma, se tu muori come farò io?
Quando tu e papà non sarete più con me.
Che sarà di me.

Cercando parole di cordoglio in molti mi hanno ricordato che ho i miei figli, il loro amore.
È vero.
Ciò non mi toglie di dosso la sensazione di aver perso le mie radici, la terra fertile e forte  nella quale erano piantati saldi i miei pilastri.

E volo.
In un cielo che non mi appartiene.
Senza un laccio che era il guinzaglio del cuore. Quelle mani forti e ruvide che mi hanno guidato sana e salva fuori da ogni paura e dentro ogni ricordo bello.

Annunci

Quando siamo arrivati ieri sera ti hanno portato dentro con la sedia a rotelle. A te, che ridevi facendo la verticale e che camminavi sul tetto agile come un gatto.
Sei magro e infossato ma domenica avevi mangiato di gusto le tagliatelle che avevo preparato per te. Per farti mangiare.
Nonostante la morfina continuavi a lamentarti. Come fai sempre con me di ogni cosa.
Mi hanno detto che morivi.
Stanotte forse.
Che non respiravi più.
Perchè il tumore è più forte di te.
Forse perché non ti ha conosciuto da giovane.
Sarebbe fuggito anche lui gambe in spalla.
Ti avrebbe lasciato pescare pesci e fumare come una ciminiera, notte dopo notte nel blu profondo del mare.
Di noi restano litigi fuori da ogni misura. Insulti. Anatemi. Parolacce e cheIddiotifulmini
Nessuno mi ha mai fatto sentire sbagliata tanto quanto te.
Mai abbastanza.
Mai giusta.
Nessuno ha mai lavorato come te.
Per farmi studiare. Viaggiare. Sposare e vivere in una casa nostra.
Per te la bravura si misura nella professione.
L’amore nella sicurezza economica.
Per te mio marito è meglio di me.
Le mie amiche, tutte più brave.
Io sempre la pecora nera che più nera non si può.
Quando siamo arrivati ieri sera pensavo che forse ti ricoveravano per darti un po’ di attenzioni.
Un po’ di sollievo.
Invece ti hanno messo su quel telo bianco e girato e rigirato e dichiarato che siamo al capolinea.

Prossima fermata Paradiso.

.
.

image

sono le telefonate peggiori che si possano ricevere.
le notizie peggiori.
ti piovono addosso milioni di ricordi.
è morto.
se n’è andato.
ci ha lasciato.
torno a casa giusto per prendere i vestiti.
conosco esattamente quella sensazione. aver messo un punto sopra la vita di un essere umano che amavi come te stesso e dover correre da un ufficio all’altro, aprire cassetti, cercare calze, avvisare il prete, il comune, gli amici.
conosco esattamente quel sentimento.
ed è un qualcosa che ti sommerge come un’onda anomala e quando ti sputa fuori tu non sei più lo stesso.
non cambia nulla ma tutto assume un ruolo nuovo.
si danno priorità diverse.
si guarda alla malattia, al dolore, alla morte in modo diverso.
mai avrei pensato di trovare il cimitero un così bel posto ma da quando mia madre è lì mi piace andare, comprare fiori, parlare con lei, guardare le persone intorno e salutare chi conosco.
ci ha lasciato un amico.
e domani lo saluteremo.
il solo pensiero che il mondo va avanti lo stesso mi da sui nervi.
perché, a volte, anche il mondo si dovrebbe fermare.
e il sole, la luna, la gioia.
un secondo di silenzio.

per un padre, un marito, un caro amico, un uomo buono.

che ieri c’era e oggi non c’è più.

ciao Renzo!

image

E fermo.
Zitto.
Shhhhhhhhshhhhh
Fermo.
Mangia.
Non togliere il bavaglino.
Vieni qui.
Finisci.
Attento!
Rovesci l’acqua.
No, la cacca no! E adesso? L’avranno mica il fasciatoio qui? (Sì, contaci!)
Ho detto fermo.
Ascolta la mamma.
Dai retta al papà.

E via pascolare.

In certi ristoranti non si va con i bimbi. E  si sa.
Perché sono fastidiosinoiosirumorosipallosi.
Insomma.
Per una volta che sono bravi i miei, perché mi devo sorbettare quelli degli altri?

Però, diciamocela tutta.

In certi ristoranti non si porta l’amante.
Soprattutto se è una moldava di trent’anni meno di te.
Non si lasciano baci bavosi sul collo. Perché insomma, da vedere, fa un po’ schifo.
E non si beve fino ad allentarsi la camicia e sudare mosto.
Non si urla al cellulare col compagno di tifoseria recitando nomi di calciatori e minuti di gioco come fossero il rosario.
Non si usano i capelli come filo interdentale.
E non ci si sistema la dentiera sul tavolo.
Meno che mai, si fuma. Perché anche se stiamo all’aperto il tuo fumo viene proprio addosso a me che mangio un piatto di tagliolini allo scoglio dopo aver dato la tetta al pupo e mi godo i suoi 30 minuti di microsonno.
E non si mandano indietro i piatti perché non sono esattamente come li vogliamo noi. Perché poi, un bello sputo sopra, non te lo leva nessuno.
In certi ristoranti non si parcheggia davanti al divieto di sosta col jeeppone perché fa tanto figo.
E non si frega l’ombrello degli altri.
Non si va in bagno col marito dell’amica dopo avergli fatto piedino sotto il tavolo per ore.
Non si compra droga ne’ si rubano suppellettili varie (tutto vero, giuro).
E poi, non ci si toglie le scarpe lasciando le zampe dello yeti a far capolino dal tovagliato finta Fiandra madeinchina.
Non si spegne la sigaretta nel bicchiere d’acqua o nella tazzina del caffè.
E non si chiede di pagare ognuno per se in una comitiva di 30.
Non da meno chi mastica a bocca aperta, o parla a bocca piena, o ride grugnendo, o interviene nei discorsi del tavolo a fianco, chi mangia col risucchio, chi sputa una pietanza, chi ci prova con il cameriere, chi fa il cascamorto con la cameriera.
Non apro per niente la parentesi cane altrui.

Ora.
Quando la situazione al ristorante diventa stressante per gli altri, figurati per il genitore.
Che evita sempre e come la peste certe situazioni.
Ma a volte capita.
E allora occorre pazienza.
Da tutte le parti.
E come io chiudo un occhio sul rivolo di saliva che scende dal
orecchio del troionemadeinRussia seduto un tavolo più in la del mio, tu chiudi l’altro su mio figlio seduto in piedi sul seggiolone che guida una fantomatica supercar.
Capita.
E comunque mio figlio non lo paga nessuno per essere felice.
La tua signorina tuttetette e lipstik fragola sì.

E buon pranzo a tutti.

image

image

Gennaio, sole e inverno pieno. Finalmente freddo. Freddo che ti nascondi dietro sciarpe e cappelli. Freddo che fai nuvole di fumo quando ti fermi a dare le ultime notizie dalla famiglia alla zia di turno.
Smaltiti i convenevoli ti verrebbe sempre voglia di urlare. Scaricare addosso all’invadenza della domanda “come va?” l’immensa verità. E sputare fuori tutto quello che ti passa per la testa.
Innanzitutto, che non va.
Ma ormai c’hai fatto il callo.
E le cose bisogna imparare a saperle far andare comunque.
Che bisogna ritagliarsi spazi di sopravvivenza.
Che ci sono trend negativi e che se non scopri come imparare a surfarci sopra, sei finito.
Facciamo un esempio.
Nel elogio alle incomprensioni intessuto recentemente con l’ultimo dei coerenti spiegavo che non esiste la favola, l’amore idilliaco, il vissero per sempre felici e contenti.
Esistono haiku.
Estratti di gioia. Momenti di felicità.
Nella coppia.
Con gli amici.
I figli.
Sul lavoro.
La bellezza del vivere è in questo incessante altalenarsi di eventi più o meno tragici, più o meno meravigliosi.
Magari, l’accumularsi di episodi proprio NO pesano nel lungo periodo ma mai mollare.
E soprattutto insistere nella ricerca del bello. Sempre. Con tenacia.
Mentre mia madre soffriva io fotografavo. Mentre moriva, scrivevo. E leggevo. Mi soffermavo nella delicatezza di certe parole. Mi tuffavo non senza timore in nuove relazioni umane perché alla fine della curva del cuore non trovassi uno strapiombo.
Eccomi, sono diventata una formica di bei momenti. Li accantono con dovizia. Ne ho fatto scorta e so dove andare a pescare. So chi non mi lascerebbe mai affondare. Chi mi butterebbe vestita sotto una doccia. Chi mi terrebbe la mano mentre attraverso il bosco.
E so anche chi ha girato le spalle e ha lasciato di sé non tanto il ricordo quanto l’amarezza.
Se dovessi tirare le somme di ciò che ho portato in questo gennaio finalmente freddo, direi che non siamo proprio in perdita. Nonostante tutto.
Direi che ho perso tantissimo ma nella perdita ho avuto modo di riconoscere ciò che invece c’era, ciò che era rimasto, chi era rimasto.
E ciò che sono.

Dopo tanti anni, la scorsa settimana ho cancellato dal mio profilo facebook tre parole nelle quali mi identificavo. Consistente. Perseverante. Sognatrice.
Le ho trovate strette per me.
Mai come adesso, nonostante la stazza, mi sento volatile, volubile, immateriale.
Mai come adesso mi sento mutevole, incoerente, in costante aria di cambiamento.
Mai come adesso mi sento altrove.
Non più nel sogno.
Semplicemente altrove.
Fuori dall’utopia e dall’idea romantica che tutto andrà bene e l’amore trionferà.
Meno incline all’illusione. All’abbandono.

È finalmente freddo e luglio è passato. Si è chiusa una ferita. È rimasta una cicatrice.
Non va bene. Ma, in fondo, va bene anche cosi.

Nella già impervia ricerca della felicità, evitare con cura le persone confuse.
Gli indecisi.
Coloro che sanno ciò che vogliono ma non alzano un dito per prenderlo.
Coloro che si sentono il centro dell’universo.

Al centro di ogni cosa, di ogni momento, di ogni relazione, lasciateci un po’ di cuore.

Per qualche straordinario motivo, vi salverà.

image

La storia delle onde

_ Farò della mia anima uno scrigno per la tua anima,
del mio cuore una dimora per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro per le tue pene.
Ti amerò come le praterie amano la primavera,
e vivrò in te la vita di un fiore sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome come la valle canta l’eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima come la spiaggia ascolta la storia delle onde_

Gibran per chiudere un weekend spazzato dal vento.
Volate le ultime foglie, volata ancora più su la figlia, con un biglietto senza scadenza per le montagne russe del primo amore.
Ieri ha deciso last minute di invitare lui da noi. E coppia di damigelle incluse. Perché certo.
Da soli poi, che facciamo.
Che ci diciamo?

E cosi, dopo il famoso “mi piaci” buttato lì fra un _domani giochi a calcio dove?_ e un _hai studiato storia?_ ha ingranato una  retromarcia che abbiam visto il giurassico.

E quindi siamo tornati alla friendzone.
Lui arriva.
Le amiche arrivano.
Bello. Si può giocare a briscola in coppie.

Ma io dico!
Ma questo è l’ABC.

Allora.
Tu ti dichiari.
Lui glissa.
Tu dovresti passare a “sei morto” e ti ignorerò fin quando ti avrò dimenticato.
Gettato nell’oblio.
Tu, non esisti più.
Cancello le nostre chat.
Cancello i whatsapp.
Si e no che ti metto like su facebook o che ti saluto a scuola.
Anzi, ti blocco.
Anzi, di più,  mi cancello dai social così smetto di pensarti e di vederti nella tazza dei cornflakes. Nelle canzoni alla radio. Negli altri che mi circondano.

E invece è tutto un drin di conversazioni.
E spunte blu
E mi ha detto, mi ha scritto.
E invitiamolo a casa. A cena. A dormire.

ALT.
Dormire?

Posso invitarlo e vederlo girare per casa.
Subire gli assalti del gatto.
Sopportare tuo fratello.
Imbottirlo di pizza e cocacola.
Scattarvi foto.
Ma ecco…dormire…

Risimensioniamoci.
Ricordiamoci che lui, ama quella sciacquetta della B.
Che ti vuole bene.
Come a un’amica.
Perché non volere bene a te è da pazzi.
Ma volere bene a te è anche una responsabilità.
Perché siete amici.
E agli amici non si spezza il cuore.

Non vorrei essere te, figlia mia.
Vivere costantemente l’attesa.
Dipendere da uno sguardo.
Aspettare un bacio che non arriva.

Chiudiamo il weekend con Gibran.
Ennesimo omaggio all’amore.
Che, è vero, non ha età,
Ma sa bene come andare, venire, far sognare o far soffrire.

E quando si soffre,
E se si soffre,
Io ti ignorerò.
Ti cancellerò.
Andrò lontano e amerò altrove.
E a te non resterà che amarmi da lontano e andare altrove.
Sarai già troppo in ritardo per tutto.
E certi ritardi non si perdonano mai.

image

Tanti anni fa andai a farmi leggere le carte e i fondi del caffè con un’amica.
Eravamo giovani e scellerate. Entrambe innamorate delle persone sbagliate. Lei frequentava un tipo sposato con dei magnifici occhi verdi. Io rincorrevo un suo compagno di classe con il quale, per qualche straordinaria ragione, non riuscivo mai a combinare.
Decidemmo quindi di interrogare il fato. Se anche le stelle avessero fatto le ritrose forse qualcosa andava rivisto.
La signora delle carte riceveva in casa propria. E fu nella sua cucina che il mio futuro divenne profezia.
Non era certo la prima volta che qualcuno azzardava ipotesi su di me. Mi avevano già letto la mano in diversi e per un periodo  (uno dei più strani della mia vita) ero uscita con un gruppo di sensitivi e medium. C’erano anche un ragazzo che levitava nel sonno e uno che scriveva agli angeli. Col senno del poi ammetto di aver avuto una giovinezza alquanto originale. Mentre le mie compagne bevevano angeli azzurri e vodka al melone languidamente appoggiate al bancone del bar, io brindavo allo spirito guida, rivivevo la nascita con sessioni di training autogeno e scoprivo quali alimenti eliminare dalla dieta per facilitare un contatto più profondo con il nostro inconscio.
Sapevo molto di me quindi. Molto di ciò che ero stata e molto di ciò che si prospettava.
Mi avevano già detto delle mie due madri. Quella naturale. Quella adottiva. Mi avevano già detto dei miei talenti. Così ben nascosti che uscirono non prima di quattro o cinque anni dopo.
Mi avevano già messo in guardia verso i miei limiti. Le gabbie che da sola mi creo per nascondermi dentro quando la gente mi stufa.
Ma mi mancava l’amore.
I veri sensitivi non ti parlano mai di amore. Di quello spicciolo. Di quello che nutre le giornate e riempe il tempo. I veri sensitivi parlano di spirito. Di energia e flussi. Di sponde.
Io volevo sapere come uscire con Rossano e non se la mia aurea fosse sana o meno.
Volevo che qualcuno mi confermasse che fra noi c’era qualcosa e che ci saremmo sposati e avremmo fatto tanti bambini.
Madame Clara parlò. Carta dopo carte, disegnò un futuro che, sembra sciocco dirlo, non era poi così diverso dall’attuale presente.
Lei vide il viaggio in Grecia. Vide i frantumi. Vide ciò che sarebbe arrivato, vide me.

Interrogata sull’amore mi disse di smetterla di agitarmi. Sarebbe arrivato e avrebbe trovato modo di superare recinti e fossati. Mi disse che c’era qualcosa in me che io non comprendevo ma che è la ragione per cui sarei stata amata sempre. Aldilà dell’età, dell bellezza, dei legami.
E mi caricò addosso il peso dell’essere la “quintessenza della femminilità”.
Come etichetta non suona male.
Ma me la staccai subito di dosso così come velocemente archiviai i suoi pronostici una volta smaltita (sarebbe meglio forse “consumata”) la cotta per il Rossano di turno e iniziata l’università.

Penso a Madame Clara e a quel pomeriggio a casa sua da quando ho rivisto il suo palazzo, l’atrio, il grande portone. Penso a lei ogni volta che un uomo mi dice che gli resto dentro, come una di quelle canzoni che ti tornano sempre in mente e arriva un punto che inizi a detestarla. Penso a quel suo discorso sul mio modo di vivere l’amore e alle parole che ho trovato stamattina al mio risveglio su un messaggio.

L’unica cosa che ho capito di me e dell’amore è che è il luogo nel quale sono più irragionevole. Nel quale non scendo a compromessi. Nel quale non mi sazio mai.

Perchè anelo l’essenza, il centro, il tutto. E perché ricambio nella stessa maniera.

Quando tanti anni fa andai in treno a farmi leggere le carte sapevo che l’amor che move il sole e le altre stelle esisteva ma non sapevo se l’avrei incontrato.

Poi ho visto il sole muoversi.
E le altre stelle con lui.
E mi piace pensare di averlo non solo incontrato ma provato e riprovato e rincorso e riincontrato.
Cantato come una di quelle canzoni che ti tornano sempre in mente. E di cui conosci tutte le parole

E lì puoi dire, l’amore esiste.