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Archivi giornalieri: gennaio 24, 2016

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sono le telefonate peggiori che si possano ricevere.
le notizie peggiori.
ti piovono addosso milioni di ricordi.
è morto.
se n’è andato.
ci ha lasciato.
torno a casa giusto per prendere i vestiti.
conosco esattamente quella sensazione. aver messo un punto sopra la vita di un essere umano che amavi come te stesso e dover correre da un ufficio all’altro, aprire cassetti, cercare calze, avvisare il prete, il comune, gli amici.
conosco esattamente quel sentimento.
ed è un qualcosa che ti sommerge come un’onda anomala e quando ti sputa fuori tu non sei più lo stesso.
non cambia nulla ma tutto assume un ruolo nuovo.
si danno priorità diverse.
si guarda alla malattia, al dolore, alla morte in modo diverso.
mai avrei pensato di trovare il cimitero un così bel posto ma da quando mia madre è lì mi piace andare, comprare fiori, parlare con lei, guardare le persone intorno e salutare chi conosco.
ci ha lasciato un amico.
e domani lo saluteremo.
il solo pensiero che il mondo va avanti lo stesso mi da sui nervi.
perché, a volte, anche il mondo si dovrebbe fermare.
e il sole, la luna, la gioia.
un secondo di silenzio.

per un padre, un marito, un caro amico, un uomo buono.

che ieri c’era e oggi non c’è più.

ciao Renzo!

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E fermo.
Zitto.
Shhhhhhhhshhhhh
Fermo.
Mangia.
Non togliere il bavaglino.
Vieni qui.
Finisci.
Attento!
Rovesci l’acqua.
No, la cacca no! E adesso? L’avranno mica il fasciatoio qui? (Sì, contaci!)
Ho detto fermo.
Ascolta la mamma.
Dai retta al papà.

E via pascolare.

In certi ristoranti non si va con i bimbi. E  si sa.
Perché sono fastidiosinoiosirumorosipallosi.
Insomma.
Per una volta che sono bravi i miei, perché mi devo sorbettare quelli degli altri?

Però, diciamocela tutta.

In certi ristoranti non si porta l’amante.
Soprattutto se è una moldava di trent’anni meno di te.
Non si lasciano baci bavosi sul collo. Perché insomma, da vedere, fa un po’ schifo.
E non si beve fino ad allentarsi la camicia e sudare mosto.
Non si urla al cellulare col compagno di tifoseria recitando nomi di calciatori e minuti di gioco come fossero il rosario.
Non si usano i capelli come filo interdentale.
E non ci si sistema la dentiera sul tavolo.
Meno che mai, si fuma. Perché anche se stiamo all’aperto il tuo fumo viene proprio addosso a me che mangio un piatto di tagliolini allo scoglio dopo aver dato la tetta al pupo e mi godo i suoi 30 minuti di microsonno.
E non si mandano indietro i piatti perché non sono esattamente come li vogliamo noi. Perché poi, un bello sputo sopra, non te lo leva nessuno.
In certi ristoranti non si parcheggia davanti al divieto di sosta col jeeppone perché fa tanto figo.
E non si frega l’ombrello degli altri.
Non si va in bagno col marito dell’amica dopo avergli fatto piedino sotto il tavolo per ore.
Non si compra droga ne’ si rubano suppellettili varie (tutto vero, giuro).
E poi, non ci si toglie le scarpe lasciando le zampe dello yeti a far capolino dal tovagliato finta Fiandra madeinchina.
Non si spegne la sigaretta nel bicchiere d’acqua o nella tazzina del caffè.
E non si chiede di pagare ognuno per se in una comitiva di 30.
Non da meno chi mastica a bocca aperta, o parla a bocca piena, o ride grugnendo, o interviene nei discorsi del tavolo a fianco, chi mangia col risucchio, chi sputa una pietanza, chi ci prova con il cameriere, chi fa il cascamorto con la cameriera.
Non apro per niente la parentesi cane altrui.

Ora.
Quando la situazione al ristorante diventa stressante per gli altri, figurati per il genitore.
Che evita sempre e come la peste certe situazioni.
Ma a volte capita.
E allora occorre pazienza.
Da tutte le parti.
E come io chiudo un occhio sul rivolo di saliva che scende dal
orecchio del troionemadeinRussia seduto un tavolo più in la del mio, tu chiudi l’altro su mio figlio seduto in piedi sul seggiolone che guida una fantomatica supercar.
Capita.
E comunque mio figlio non lo paga nessuno per essere felice.
La tua signorina tuttetette e lipstik fragola sì.

E buon pranzo a tutti.

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