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Archivio mensile:febbraio 2016

ALLARME ROSSO ALLARME ROSSO
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La polizia postale avverte.
Non pubblicate le foto dei vostri bimbi in rete
Non sapete cosa ci possono fare.
Voi (virgola), non sapete.

Neanche parliamo che già i nostri genitori ci parlano dell’uomo nero Attenta, non fare i capricci che poi arriva l’uomo nero!

Al supermercato, al parco, nei luoghi con più di tre persone Attenta, non ti allontanare che arriva l’uomo nero e ti porta via. E tu, tu non vuoi andare via da mamma e papà, vero?

Dormi, se no arriva l’uomo nero e sentirai come si arrabbia.

Ninnanannanannaoh questo pupo a chi lo do, se lo piglia la befana se lo tiene una settimana, se lo piglia l’uomo nero se lo tiene un mese interoooooo

Ninnanannanannaoh
Dormi amore.
Va tutto bene.
Shhhhh
Nannaohhhhhh
Mamma, e se arriva l’uomo nero?
Chi, Batman?

Era pomeriggio di un giorno di primavera. Io e mio cugino camminavamo verso la mia nuova casa in costruzione. Mamma mi aveva detto che avrebbero gettato le fondamenta e che sarebbe stato bello vederlo.

E così camminavamo.
Due bambini in strada.
Campagna, ma neanche tanto.
Giorno. Sole. Piena luce.

Si ferma una macchina e tira giù il finestrino.
Volete venire a vedere come fanno l’amore mamma e papà?

Ma anche no.
Ma a noi, che ci importa?
Io voglio giocare con le mie bellissime Barbie.
E lui vuole lanciare sassi con la fionda.

Arrivò mio zio e il tipo sulla 127 se la svignò di gran carriera.
Non c’era facebook.
Non c’erano i social.
Ma quello era un pedofilo. Un depravato. Un porco.

Ricordo che all’epoca, andavano molto di moda i giornalini porno.
Se ne trovavano a montagne buttati così.
E anche siringhe.
O sì.
E noi le prendevamo e le lavavamo e ci giocavamo perché chi sapeva niente della droga? E dell’aids? E dell’epatite?

Tutto venne dopo.
Venne la paura dei pedofili fuori dalle scuole. Amici di merende degli spacciatori. Di quelli che ti danno le figurine, tu le lecchi e hai un trip.
Vennero i video hard sul pc che ti salta fuori un rasagnolo di carne che solo a guardarlo inizi a prendere le misure come quando devi caricare le valige nel portabagagli.
Venne la polizia postale.
E messanger e poi whatsapp con i figli con dei nick che a solo leggerli pensavi “non posso averli messi al mondo io, c’è stato uno scambio in culla con qualche erede di Ilona e John Holmes.

Sono un paio di giorni che il mio profilo Instagram mi propone continuamente video e foto porno. Ci sono signorine magroline e neanche tanto sexy che si infilano oggettini colorati dentro pertugi diversi. Frame di due o tre secondi. Identici. I profili sembrano quasi tutti fatti dalla stessa mano. E le signorine sembrano casalinghe montate dall’idraulico di turno. Una tristezza indefinibile. Niente di lussurioso. Niente di erotico. Fossi maschio io, non mi si alzerebbe nemmeno la leva del freno a mano.

Da quando ho facebook pubblico foto dei miei figli. Mi piace condividere certi momenti con i miei amici e mi piace vedere i loro. Come crescono. Cosa fanno. Quelle piccole cose buffe che solo i bambini sanno dire e sanno fare.

Però NO. Sacrilegio. Anatema. Orrore e raccapriccio.
Ma che madre sei?
Ma non sai che cosa ci possono fare con le foto di tuo figlio che gioca col pongo fatto dalla maestra all’asilo?
Ci si fanno le pippeeeeeee
Oppure ci mettono uno sfondo letto a baldacchino, gli tolgono il ghiacciolo arcobaleno e ci mettono un bel pisello.
E poi vengono davanti alla scuola e te lo rapiscono.

Quelli che guardano le mie foto su facebook.

Non sia mai che lo faccia qualche istruttore di pallone. Autista di pulmino. La maestra. Le bidelle. Il fidanzato delle bidelle. Il signore dall’aria rispettabile al parco. Il fratello dell’amico della cugina. Lo zio.

Sicuramente la polizia postale ha ragione.
Sicuramente siamo tutti in balia dei social.
Siamo rintracciabili.
La nostra vita è ricostruibile.
Cosa mangiamo. Dove andiamo. Con chi stiamo e quando.
Scriviamo se siamo in vacanza così i ladri sanno.
Postiamo cosa mangiamo così il dietologo controlla.
Pubblichiamo citazioni che sono in verità messaggi d’amore cifrati per assecondare la parte più libertina di noi.

E i bambini nel mezzo.

No, cioè, mio figlio mica me lo ha dato il permesso per pubblicare le sue foto. Io non lo faccio.
Ah beh. Invece ti ha autorizzato a mandarlo al nido. Lasciarlo 8 ore li. Dargli il biberon invece della tetta. Darlo alla babysitter mentre vai a cena da amici perché poi, sai, disturba.

Quando pubblico una foto di mio figlio lo faccio con tanto, tantissimo amore.
E non per pavoneggiarmi di lui (giuro ho letto anche questo) ma per condividere il suo sorriso, quell’attimo di felicità che mi ha regalato e che passa, via, così. E non torna più.

Magari qualcuno ci si farà le pippe. Qualcuno lo faceva anche con le modelle in mutande di pizzo sintetico di Postalmarket.
Pensarlo mi fa un po’ schifo. Ma tant’è. Gli calerà la vista.

Ma la vera sfigadellemamme è questo senso continuo di io sono meglio di te.
Io MAI.
Il mio bambino, MAI.

Neanche il mio bambino mai.
E nemmeno il bambino che siede mezzo nudo sulla confezione dei pampers.
O sul catalogo di costumi calzedonia.
O in tv sullo spot di qualche latte artificiale.
Su video, profili instagram, film, campiscuola, oratori, classi, gite, palestre, piscine, discoteche e spiagge.

Nessun bambino, mai.

Ninnanannanannaoh
Questo figlio a chi lo do.
Lo daremo alla sua mamma che gli canta la ninnananna.

E adesso dormi figlio mio. Mamma veglia su di te.

ndr.

Questo post è un po’ che covava. Come l’influenza, insomma. Perché ho letto e leggo con sempre maggiore frequenza commenti ipercaustici di mamme vs mamme. La cosa mi intristisce e mi irrita. Non c’è mestiere più delicato di quello del genitore e penso che ognuno faccia del suo meglio, foto o non foto su Facebook, instagram, blog o quel che è.

Il vero male non sono le mamme che amano raccontare la vita con i figli. Il vero male è altrove. Non è non postando le foto dei bambini che cambiamo il mondo. Come non è mettendo gonne lunghe che evitiamo stupri, o facendo corsi di autodifesa che fermiamo la violenza.

Sempre più spesso ci fermiamo al dito che indica la luna. Peccato.

 

 

 

 

 

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La notte per me è speciale. Il buio trasporta i rumori. La casa è muta e addormentata. Il vento scuote il resto del mondo fuori. E mi agita. Come sempre. Così mi giro e mi rigiro. Mi tiro le coperte fin sopra le orecchie. Mi lascio trasportare dal respiro dei bimbi. È notte e non dormo.
E quando non dormo penso.
Troppo.
E a chi non dovrei.
E a cose che vorrei aver già risolto. Dimenticato. Rimosso.
Così mi giro e mi rigiro.
E mi abbraccio la mia inseparabile copertina a pois in cerca di calore.
Sento freddo.
E non posso accendere il phon.
E non posso accendere la luce.
Tanto meno leggere.
Mi incarto i pensieri fra i momenti vissuti. Ricostruisco situazioni. Metto in scena possibili e impossibili sviluppi.
La notte è il mio momento.
E se potessi la vivrei fino all’alba.
Rientrerei con le scarpe in mano e il rossetto tolto e mi rifugerei in bagno per guardare se gli occhi mi brillano.
Mio padre sarebbe già al terzo bicchiere di caffè e mia madre avrebbe già lasciato pronto per preparare il pranzo.
Mi butterei sul letto mentre le luci filtrano dalle persiane confortata dai rumori e dagli odori che hanno costruito la mia intera esistenza. Le sigarette di mio padre. Il caffè della moka. Le cassette di pesce che sbattono. Il diesel che parte. Mia madre passerebbe per vedere se dormo. Spegnerebbe le luci. Mi aggiusterebbe una coperta. Io farei finta di essere profondamente addormentata. Per non parlare. Per tenere i pensieri, le emozioni, ancora per me.
Proprio come faccio adesso.
Che non dormo.
E penso.
E mi giro e mi rigiro.
E mi agito. Mi languisco. Mi cullo. Mi nanno il cuore fra i ricordi più belli.

E resto ad aspettare un bacio della buonanotte.

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Figlia 1 imbarcata con bagaglio da stiva 12.7kg e 8.7 kg a mano. Checkinata. Arrivata. Ha già telefonato 4 volte. Pronto emergenza mamma, who’s speaking?

Credo il rimorso la stia consumando.
Per le piccole delusioni.
Qualche parola di troppo.
I tanti soldi  spesi per farla partire.

I minitestosteronici sfebbrati. Galvanizzati dalla gita in aeroporto e dal pieno happy meal fatto al MacD.

Padre in pieno mestruo. Scontroso. Musone. Intrattabile.
Non ha mostrato segni di miglioramento neanche dopo gli anelli di cipolla fritti e la coppa Hagen Daz al caramello comprata appositamente per lui.

Uffa.

Coppia di amici volati a Londra per weekend lungo. Senza figli. Senza noie.
Attacco di invidia livello top.
Temo torneranno con una tripletta di gemelli in forno. Perché non si può far soffrire una madre stressata così. L’anatema parte.

Non va bene.

Proposte di lavoro. Buone. Da gestire.
Eppur qualcosa si muove

Le ultime notizie dal paesello portano tutte in via del Cimitero.
I nonni cadono come mosche.
E il trend negativo dei funerali regge meglio della Borsa di Milano.
Investite in pompe funebri. Il bisestile non si smente.

Per il mio povero cuore neanche mezzo battito. Nessuno sfarfallio. Niente di niente. 
Prospettive di felicità legate al fondo del eccellente Vino di Visciole regalato dalla bestfriend per i momenti di sconforto.
Era meglio una damigiana.
Stasera neanche le zucchine pastellate mi hanno strappato un guizzo di felicità.

Ho un blog deprimente.
Abbiate pazienza.

Ma Pesatori parla di grandi prospettive per i Pesci e io aspetto.
Non può piovere per sempre.

Un cerotto per il cuore stasera con John Nash.

_Ho sempre creduto nei numeri, nelle equazioni e nella logica che conduce al ragionamento ma dopo una vita spesa nell’ambito di questi studi, io mi chiedo: cos’è veramente la logica, chi decide la ragione.
La mia ricerca mi ha spinto attraverso la fisica, la metafisica, l’illusione e mi ha riportato indietro e ho fatto la più importante scoperta della mia carriera. La più importante scoperta della mia vita. È soltanto nelle misteriose equazioni dell’amore che si può trovare ogni ragione logica. Io sono qui stasera solo grazie a te. Tu sei la ragione per cui io esisto. Tu sei tutte le mie ragioni. Grazie_

_a Beautiful mind_

Non vedevo l’ora di mettere un punto a questa giornata.
A questa data.
Lunghissima.
E mentre aspetto che i bimbi crollino e la testa possa correre dentro qualche sogno ad occhi aperti, mi coccolo il cuore con la Merini.
E domani è un altro giorno.
Mi dico.
E anche domani passerà.

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_La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri…
E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri.
Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili, di finire alla mercé di chi ci sta di fronte. Non ci esponiamo mai. Perché ci manca la forza di essere uomini, quella che ci fa accettare i nostri limiti, che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto.
Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
(…)
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore_

Buonanotte con l’Alda

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Dicevamo ieri che i bambini stanno male ed io sono immolata alla causa insieme a loro, ad un gatto schizofrenico e un barattolo di crema alle nocciole formato famiglia.
Passo il tempo sbrigliando le storie d’amore alternative delle mie amiche e mi languisco un po’.
Qui calma piatta.
Un figlio a destra. Uno a sinistra. Gatto sui piedi.
Dormo male.
Mangio troppo.
Sto seriamente pensando di iniziare a fumare perché mi serve una dipendenza.
Qualcosa che mi sposti il pensiero altrove.
Un mese fa ho visto mio padre morire e quando chiudo gli occhi ho ancora tutto quel dolore addosso.
Quel senso di assoluta impotenza davanti alla vita che se ne va.
E la casa è ancora così piena di lui e di mia madre.
Resto io. Disassata.
Io che resto e non vado.
E sono una stronza perché so sempre lucidamente ciò che provo io. Ciò che provano gli altri.

Quando un uomo ti da un picche grosso come una casa bifamiliare con giardino, garage, e biciclette appoggiate sul muro poi non gli credi più. Non ti fidi più. Di sicuro non ti spogli. Cazzeggi. Come è giusto che sia.

Quando una figlia  sputa fuori il suo trattato di indipendenza puoi definitivamente archiviare la parola “bambina” ed entrare con la tessera onoraria nel club delle mamme di adolescenti. In omaggio striscette depilatorie, un pacchetto di assorbenti e la scheda di partecipazione a Donna Avventura.


Quando tuo marito non ti regala niente al ventunesimo anniversario, niente a San Valentino e poi se ne esce chiedendoti cosa vuoi per il compleanno, un po’…ma solo un po’ è…ci resti male.


Cose che vorrei per il mio compleanno:

_andare a Genova a vedere la mostra dagli impressionisti a Picasso e portare anche i bimbi all’acquario.

_andare a Firenze, Palazzo Strozzi, per la mostra da Kandinski a Pollock. Passando magari per Siena.

_ andare. Semplicemente.

Update_ sto male anch’io. Nessuno mi tiene la testa. I bambini danzano intorno al mio corpo. Stare male con i bimbi che stanno male dovrebbe essere introdotto tra i cataclismi del 21 secolo.

I bambini sono a casa. Con la febbre. E nonostante la febbre sembra di vedere la discesa degli unni.
La casa è sottomessa ai loro usi e costumi e io ho battuto ogni record per l’urlo più potente sprigionato negli ultimi 42 anni. Ha applaudito anche Hulk.
Mia figlia deve partire. Per fortuna. Così per un po’ mi concentro sulla sua assenza e sento meno il peso della sua devastante adolescenza. Fenomeno che nelle ragazze condanna le madri a dolorose autoanalisi e lunghe merende ipercaloriche.
Non ricordo con precisione il giorno in cui la mia meravigliosa bambina, così intelligente, così sensibile, così generosa e innamorata di me è diventata quell’essere privo di senso del dovere, prepotente, perfino bugiarda. Se qualcuno ricordasse quel giorno sappia che è li che è morto un pezzo di me.

Non arriverò alla fine di questo suo tortuoso percorso. Sono troppo viscerale, troppo coinvolta, e poco lucida. Tanto meno paziente. La strozzo prima.
E dalle prigioni avrò finalmente tempo e modo di scrivere il mio primo meraviglioso romanzo. Di cui, per ora, sappiamo solo il titolo.

Ieri ha rotto il vetro di una porta.
Il vetro si è spaccato e sparso per tutto il corridoio.
I bambini erano pronti a farci sopra la danza del grande e potente ormone ballerino ma li ho stoppati in tempo.

La pasta appena messa a tavola è diventata colla.
Le zucchine sono rimaste li a fissare con rammarico lo stracchino.
E io ho raccolto vetro dopo vetro, lacrima su lacrima, tutta la rabbia che c’era piovuta addosso.

I bambini sono a casa ed io non ho potuto prendere la macchina e guidare verso un abbraccio, un tramonto, un gelato vergognosamente dolce e con panna sopra sotto, ovunque.
Ho aspettato il padre. Ho tenuto il muso. Ho sperato che la doccia bollente sciogliesse tutto: il nodo alla gola, il peso sul cuore i soliti chili di troppo.

Non ha funzionato.

Mia figlia deve partire. Deve. Andare anche lei. Crescere. Staccarsi. Trovare il suo posto nel mondo nonostante me.


Fra meno di un mese finisco 43 anni.
E mio marito mi accusa di non avere più il coraggio di buttarmi.
Dice che continuo ad autocensurarmi.
A procrastinare.
Dice che non sogno e se sogno poi mi vergogno di sognare.
Dice che pretendo troppo da me.
Che vado già bene così.

Sì vado bene.
Mi alzo. Attacco la lavatrice. Scarico la lavastoviglie.
Vado bene.
Piego panni, canticchio canzoni.
Vado bene.
Distribuisco sorrisi e chiacchiere al vento.
Vado più che bene.

Vado, vado, vado. E poi sono sempre inchiodata qui.
E a quanto pare è di nuovo colpa mia.

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Photo credit @incontrasto (instagram)

Miss Paturnie oggi, dopo un’interpretazione drammatica di grande pathos, vince l’oscar come migliore attrice protagonista di “lasciatemi vivere la mia gioventù”.
Consegna il premio, il padre totalmente destabilizzato difronte all’emozionante scena degli ormoni ballerini.
Le porte sbattono.
I gatti fuggono.
I piatti volano.
Dal fronte testosterone in miniatura, arrivano notizie poco confortanti.
Tafferugli continui e lanci di lego molotov.
Scariche scatologiche e prolassi verbali.
A.A.A.
Cercasi urgentemente eremo.
Far far away.
Anche bilocale va bene.
Si accettano candidature per compagni di viaggio.
Non ho grandi pretese.
Del resto mi paragono sempre ad una pianta grassa.
Autosufficiente se non per quel filo di sole che mi fa continuare a crescere.
Pregasi astenersi:
Indecisi (detesto)
Immaturi (detesto)
Incoerenti (basto io).
Quelli che ti dicono “passa” come se non meritassi nemmeno il tempo di una decisione.
Quelli che si fanno governare dalle forze dell’ordine supremo e che hanno lasciato una mamma per sposarne un’altra.
Quelli che non sanno cosa fare delle loro emozioni e allora lasciano che sia tu a fare i conti per tutti.
Quelli che devono sempre e assolutamente usare qualcuno per far incazzare un altro.
Che vorrebbero ma non possono.
Che dicono di volere ma non è vero.
Che pensano di conoscerti perché ti leggono lo sguardo ma sono ancora fermi all’immagine di copertina.
Quelli che ti dicono mi manchi. Ma poi non ti chiamano mai. E ti pensano una frazione di secondo al giorno se hanno tempo di farlo e poi si aspettano che tu passi.

Le relazioni umane sono come una mappa. Si sviluppano tutt’intorno a dei confini.
Per alcune persone vale la pena svalicare monti e guadare fiumi.
Per altre ci si acconta di guardare il paesaggio da dietro rotoloni di filo spinato.
Non si scavalca la rete.
Non si saltano fossati e coccodrilli.
Non si compra una testa di ariete su Amazon per sfondare il portone.

Come dissi mesi fa, noi definiamo i confini.
Noi stabiliamo l’intimità.
Se c’è, non ti chiamo. Passo.
Se non c’è, passo oltre.