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Archivi giornalieri: febbraio 24, 2016

I bambini sono a casa. Con la febbre. E nonostante la febbre sembra di vedere la discesa degli unni.
La casa è sottomessa ai loro usi e costumi e io ho battuto ogni record per l’urlo più potente sprigionato negli ultimi 42 anni. Ha applaudito anche Hulk.
Mia figlia deve partire. Per fortuna. Così per un po’ mi concentro sulla sua assenza e sento meno il peso della sua devastante adolescenza. Fenomeno che nelle ragazze condanna le madri a dolorose autoanalisi e lunghe merende ipercaloriche.
Non ricordo con precisione il giorno in cui la mia meravigliosa bambina, così intelligente, così sensibile, così generosa e innamorata di me è diventata quell’essere privo di senso del dovere, prepotente, perfino bugiarda. Se qualcuno ricordasse quel giorno sappia che è li che è morto un pezzo di me.

Non arriverò alla fine di questo suo tortuoso percorso. Sono troppo viscerale, troppo coinvolta, e poco lucida. Tanto meno paziente. La strozzo prima.
E dalle prigioni avrò finalmente tempo e modo di scrivere il mio primo meraviglioso romanzo. Di cui, per ora, sappiamo solo il titolo.

Ieri ha rotto il vetro di una porta.
Il vetro si è spaccato e sparso per tutto il corridoio.
I bambini erano pronti a farci sopra la danza del grande e potente ormone ballerino ma li ho stoppati in tempo.

La pasta appena messa a tavola è diventata colla.
Le zucchine sono rimaste li a fissare con rammarico lo stracchino.
E io ho raccolto vetro dopo vetro, lacrima su lacrima, tutta la rabbia che c’era piovuta addosso.

I bambini sono a casa ed io non ho potuto prendere la macchina e guidare verso un abbraccio, un tramonto, un gelato vergognosamente dolce e con panna sopra sotto, ovunque.
Ho aspettato il padre. Ho tenuto il muso. Ho sperato che la doccia bollente sciogliesse tutto: il nodo alla gola, il peso sul cuore i soliti chili di troppo.

Non ha funzionato.

Mia figlia deve partire. Deve. Andare anche lei. Crescere. Staccarsi. Trovare il suo posto nel mondo nonostante me.


Fra meno di un mese finisco 43 anni.
E mio marito mi accusa di non avere più il coraggio di buttarmi.
Dice che continuo ad autocensurarmi.
A procrastinare.
Dice che non sogno e se sogno poi mi vergogno di sognare.
Dice che pretendo troppo da me.
Che vado già bene così.

Sì vado bene.
Mi alzo. Attacco la lavatrice. Scarico la lavastoviglie.
Vado bene.
Piego panni, canticchio canzoni.
Vado bene.
Distribuisco sorrisi e chiacchiere al vento.
Vado più che bene.

Vado, vado, vado. E poi sono sempre inchiodata qui.
E a quanto pare è di nuovo colpa mia.

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