Chiedimi come va, dai.

I bambini sono a casa. Con la febbre. E nonostante la febbre sembra di vedere la discesa degli unni.
La casa è sottomessa ai loro usi e costumi e io ho battuto ogni record per l’urlo più potente sprigionato negli ultimi 42 anni. Ha applaudito anche Hulk.
Mia figlia deve partire. Per fortuna. Così per un po’ mi concentro sulla sua assenza e sento meno il peso della sua devastante adolescenza. Fenomeno che nelle ragazze condanna le madri a dolorose autoanalisi e lunghe merende ipercaloriche.
Non ricordo con precisione il giorno in cui la mia meravigliosa bambina, così intelligente, così sensibile, così generosa e innamorata di me è diventata quell’essere privo di senso del dovere, prepotente, perfino bugiarda. Se qualcuno ricordasse quel giorno sappia che è li che è morto un pezzo di me.

Non arriverò alla fine di questo suo tortuoso percorso. Sono troppo viscerale, troppo coinvolta, e poco lucida. Tanto meno paziente. La strozzo prima.
E dalle prigioni avrò finalmente tempo e modo di scrivere il mio primo meraviglioso romanzo. Di cui, per ora, sappiamo solo il titolo.

Ieri ha rotto il vetro di una porta.
Il vetro si è spaccato e sparso per tutto il corridoio.
I bambini erano pronti a farci sopra la danza del grande e potente ormone ballerino ma li ho stoppati in tempo.

La pasta appena messa a tavola è diventata colla.
Le zucchine sono rimaste li a fissare con rammarico lo stracchino.
E io ho raccolto vetro dopo vetro, lacrima su lacrima, tutta la rabbia che c’era piovuta addosso.

I bambini sono a casa ed io non ho potuto prendere la macchina e guidare verso un abbraccio, un tramonto, un gelato vergognosamente dolce e con panna sopra sotto, ovunque.
Ho aspettato il padre. Ho tenuto il muso. Ho sperato che la doccia bollente sciogliesse tutto: il nodo alla gola, il peso sul cuore i soliti chili di troppo.

Non ha funzionato.

Mia figlia deve partire. Deve. Andare anche lei. Crescere. Staccarsi. Trovare il suo posto nel mondo nonostante me.


Fra meno di un mese finisco 43 anni.
E mio marito mi accusa di non avere più il coraggio di buttarmi.
Dice che continuo ad autocensurarmi.
A procrastinare.
Dice che non sogno e se sogno poi mi vergogno di sognare.
Dice che pretendo troppo da me.
Che vado già bene così.

Sì vado bene.
Mi alzo. Attacco la lavatrice. Scarico la lavastoviglie.
Vado bene.
Piego panni, canticchio canzoni.
Vado bene.
Distribuisco sorrisi e chiacchiere al vento.
Vado più che bene.

Vado, vado, vado. E poi sono sempre inchiodata qui.
E a quanto pare è di nuovo colpa mia.

image

_Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale
come se alzandomi la notte bruciante di febbre
bevessi l’acqua con le labbra sul rubinetto
ti amo come guardo il pesante sacco della posta
non so che cosa contenga e da chi
pieno di gioia pieno di sospetto agitato
ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo
ti amo come qualche cosa che si muove in me
quando il crepuscolo scende su Istanbul poco a poco
ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo_

Nazim Hikmet

(Ogni riferimento a fatti o persone o gusti discussi oggi, giuro, è puramente casuale)

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1 commento
  1. picchina ha detto:

    terribile la descrizione del cambiamento. sarà reversibile, vedrai. una fase che ricorderai con un mezzo sorriso tra qualche tempo… nel frattempo, ti abbraccio

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