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Archivio mensile:marzo 2016

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Sono andata al cinema ieri. Come faccio almeno una volta a settimana. Con un’amica. E con mia figlia. Mi piace avere un momento fra noi. Vedere non solo cartoni. Far sgasare l’adolescenza mentre facciamo la fila, mentre peschiamo popcorn dallo stesso contenitore, mentre commentiamo una  battuta, un attore, la fotografia.
Siamo arrivate tardi per il sequel de Il mio grasso grosso matrimonio greco così siamo ricadute su “Un paese quasi perfetto”. Avevo due ingressi omaggio in scadenza. Ce lo siamo fatte piacere.
La sala era semi deserta. Saremo stati una ventina a dir tanto. Quindi posti alti e centrali. Dopo dieci minuti di film quelli dietro a noi ci avevano fatto sssssshhhhhhhhhhhhhh due volte. Forse avevamo pure fatto un paio di commenti. Fabio Volo ha avuto un crollo che non passa inosservato. Cioè, sarà pure fisiologico. Naturale. Ma ti viene no, da dirselo. Dio, come si è imbolsito Fabio Volo. Poi c’era venuta la curiosità di dove fosse questo paese. Le cadenze erano sud. La storia sembrava nord. Solo alla fine focalizzi dolomiti. Anche se durante un dialogo fra Volo e il suo carissimo amico Leo vengono nominate diverse cittadine montane.
Il paese lo abbiamo googlato. Non esiste.
Comunque il terzo sssssssshhhhhh è stato seguito da un’alzata di voce e processione di insulti.
Cioè.
Il tipo dietro di noi, due o tre posti piu in là, preso dalla difficoltà di seguire una trama cotanto articolata, ha dato in escandescenza.
Ha tuonato BASTA! AVETEROTTOICOGLIONIUSCITESPOSTATEVIIDIOTESCEMEBASTAMAANDATEVIA.
E quella piu in là BRAVODIGLIELODIFARESILENZIO.
È?
Cioè.
Io vado al cinema da sempre. Alcuni film meritano il silenzio assoluto. La poesia. Il rapimento. Eppure c’è gente che sgranocchia arachidi da sacchetti di plastica. E fa risucchi di cocacola. E si alza per la pipì. E ti passa avanti due o tre volte. E se ti capitano i ragazzi parlottano di continuano. Sghignazzano. Noi eravamo tre. Sedute. Tranquille. A dieci minuti dal film. Si e no, due parole. Si rideva per le  battute. E tu mi dici Sssssshhhhhhhhhhhh? Ma cos’è la corrazzata Potemkin?
Un fil di Michelangelo Antonioni? Un Fellini?un Kurosawa?
Cioè.
È una cagata di film da blockbuster. Un film già visto. Con gli stessi attori. Piu o meno. Le uniche tre cose belle sono lo sguardo di Miriam Leone, l’interno della Parrocchia e la bici di Fabio Volo.
L’unica scena brillante quella con le due comari che ascoltano una telefonata piccante del dottore alla futura ex fidanzata. Per il resto la banalità.
Il classico filmetto italiano senza pretese. Che non ti lascia niente. Con una sceneggiatura che urla fantasia portami via.
Insomma il tipo c’è andato pesante.
Quando gli abbiamo detto …ma siedi…ma che dirai…lui è partito con una grandine di insulti.
Tanti.
Ma talmente tanti che ho scavalcato la fila e gli sono andata davanti alla faccia.
MACHECAXXODICI? MASEILUCIDO?MALISAICHISONO?CONCHISTAIPARLANDO?MICONOSCI?

e lui
STAIMUTASCEMASTAIZITTAIDIOTADAIANDIAMODIFUORIDOPOTIASPETTOVEDRAI

cioè
Tu, seduto dietro a me, padre di ipotetica famiglia dici a me madre di certa famiglia TIASPETTOFUORI?

perchè, mi metteresti le mani addosso?
MACHITITOCCAMIFAISCHIFO

Detto nel buio di una sala.
Ad una donna mai vista.
Con sua figlia in piedi dietro che gli diceva TELASMETTIDIDAREDELLUDIOTAAMUAMADRE?

E la compagna seduta, con le mani sulle ginocchia di lui a dirgli smettila. Smettetela. Basta.
E qualcuno che parlava di chiamare la sicurezza.

Un uomo così.
Vivici.
Facci i figli.
Portatelo al ristorante.
Al cinema.
Allo stadio.
Un uomo così ti denigra se le scarpe che porti non sono femminili.
Ti bussa sul finestrino se non gli lasci il parcheggio.
Un uomo così ti mette le mani addosso.
E ti fa sentire una merda.
Ci ha provato con noi. Figurati con la moglie e con i figli. E con i colleghi.
#poracci.
Quando gli ho chiesto nome e cognome, ha taciuto. Mi ha insultata. Quando mia figlia gli ha chiesto di calmarsi ha insultato anche lei. E la mia amica ha tirato fuori la parola migliore “ma non vi vergognate?”.
Io di un uomo così sì.
Mi vergognerei da morire.
100 anni di solitudine, due gatti e un vibratore.
Sto.

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Non uscirei dal letto nemmeno a pagamento.
Siamo qui accoccolati e caldi. L’ultimo degli gnomi, il gatto ed io. Lui se la dorme e se la sogna. Il gatto idem. Io lancio messaggi telepatici alla macchina del caffè. Senza grossi risultati.
Nessun caffè al volo.
Corridoio buio.
Casa fredda.
La mattina mi manca mio padre e tutti i rumori che la tromba delle scale ci portava su.
Il volume della Tv alle stelle. I fondi del caffè sbattuti sul lavandino. Le persiane che via via si aprivano.

Anche stamattina il mio povero whatsapp è invaso dai messaggi di buongiorno dei vari gruppi (aborro) e dei buongiorno di risposta. Buongiorno a te, a te e anche a te. E facebook mi ricorda che finalmente è Primavera.

Ed io, non uscirei dal letto nemmeno a pagamento.

Lunedì. Primavera. Settimana Santa. Vacanze dei bambini in arrivo.  Coraggio.

_È tutto ciò che ho da offrire oggi
Questo, e il mio cuore accanto
Questo, e il mio cuore, e tutti i campi
E tutti gli ampi prati
Accertati di contare
Dovessi dimenticare
Qualcuno la somma potrà dire
Questo, e il mio cuore, e tutte le Api
Che nel Trifoglio dimorano_

Emily Dickinson

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Ti prego, tienimi.

Una parte di me sta ancora dormendo. I miei figli invece sono tutti svegli.

Stanotte mi sono franati addosso troppi ricordi. E nel buio ho rivisto momenti e ascoltato canzoni, cambiato scenari e direzioni.

L’altro giorno una mia cara amica ha finito 37 anni e per ringraziare degli auguri ha condiviso una riflessione sul tempo che passa e che non torna ma che _per fortuna _ lascia: momenti, canzoni, scenari, direzioni.

Ma io mi chiedo.
Che ci fai del ricordo?
Dell’idea di ciò che eri?
Di ciò che hai vissuto?

Per me tutto ha senso ora. In questo momento. Adesso. Vivo adesso. Amo adesso. Sono qui.

Ricordare di aver ballato sopra un tavolo, di aver baciato sotto la neve, di aver sentito la pelle bruciare al chiar di luna. Beh, cosa mi lascia?

Le cose, per quanto belle, dopo un po’ le digerisci e non ti nutrono più.
Escono.
E tu sei libero di cercare qualcosa o qualcuno di nuovo che ti riempia la pancia di farfalle e la testa di bolle.

Io vorrei ancora ballare sopra a un tavolo. Ma dicono sia sconveniente. E poi dire, fare, baciare.
Con la neve che cade intorno. O nel buio di qualche vicolo subito dietro il lungomare.

Vivere e non rivivere.

This is the story
Fate is coming, that I know.
Time is running got to go.
Fate is coming that I know.
Let it go.
Here and now
Under the banner of heaven
We dream out loud
Dream out loud
Fate is coming, that I know
Time is running out
Fate is coming, that I know
Let it go

#30secondstoMars

Kandinsky-Cielo-Blu.jpgtre giorni al mio compleanno. mangio m&ms come se non ci fosse un domani e consolo cuori infranti. Tutto nella norma direi.

Questa mattina ho messo una firma importante. Ho cambiato un assegno. Ho venduto un pezzo della mia infanzia. E ho pianto tanto.

Ho lasciato mio marito davanti al mare. Perso nella sua praticità. E sono andata al cimitero in cerca di conforto. In cerca di perdono e di parole che le pietre non dicono.

Mi sarei meritata un abbraccio invece ho tolto i fiori vecchi, ho messo i fiori nuovi e ho chiesto scusa. Per cosa poi, non lo so. Ma mi sentivo come se avessi tradito le aspettative, i sacrifici vissuti, i sogni delle uniche due persone al mondo che mi hanno amato senza riserve.

Continuo a trovare il cimitero un posto comodo. Come la spiaggia nelle assolate mattine d’inverno o le sale di un museo allestito con qualche autore contemporaneo.

Mia figlia mi ha chiesto quale fosse il mio quadro. Una domanda fin troppo semplice da rispondere. Lo so da sempre. O almeno da quando ho iniziato a capire qualcosa dell’arte e ho ritrovato in Kandinskij tutto il mio mondo.

Blu di cielo. Anche il titolo mi piace. Non solo la sua storia. La vita delle forme antropomorfe che lo invadono e lo colorano. Blu di cielo. Il mio colore. L’unico luogo immaginario dove sarei voluta nascondermi oggi.

Invece ho annullato l’osteopata per la paura di bissare una scena madre di lacrime, moccio e fazzoletti pieni di rimmel, mi sono comprata un jeans e una maglia nuova, e sono partita per il tour bollette e bollettini, poste e banche. Ci ho infilato anche il dentista con la sua sana sferzata di cinismo e il caos del supermercato. Tutto per annullare quella sensazione di vuoto a perdere, di cesura, ancora, di nuovo, con quanto era e non è più.

Mi sono buttata nel quotidiano. Recuperare figlio 3, recuperare figlia 1. Rimediare il pranzo. Evitare di contare le calorie. Non rispondere ai messaggi della parrocchia. Fare pensieri impuri fra una canzone e l’altra. Recuperare figlio 2 e fingere interesse per tutti i camion e i trattori incontrati per strada.

Recitare la felicità come una preghiera. Non piangere davanti al ricordo di mia madre. Alla faccia sollevata di mio marito. Al pallore che suona campana a morto dell’agente immobiliare. Al sorriso fasullo di un’assistente. Allo sguardo da pesce lesso dell’impiegato di banca. Al capello fatto della maestra. Allo specchio impietoso.

Bisogna lasciarle andare.
Le persone.
Le cose.

Alcune perché non valgono poi molto. Altre perchè occupano troppo di te per tenerle tutte dentro. Bisogna fare spazio a ciò che prima o poi verrà.

Per esempio, la primavera.

Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi

SHAKESPEARE, Macbeth

 

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Cose chiare.

Mi piaci. Si. No.
Ti piaccio. Si. No.
Cosa sei tu per me.
Cosa sono io per te.
Allora chiamami.
Allora ti chiamo.
Mi manchi. Tanto.
Mi sei mancato. Da morire.
Vorrei ma non posso.
Potrei ma non voglio.
Si. Fortissimamente sì. Nonostante tutto sì.
No. Proprio no.

A me le persone piacciono chiare.
Le relazioni piacciono chiare.
Le storie. Le amicizie. Tutto quanto mi circonda, in questo momento più che mai lo voglio chiaro.
Ho bisogno di cose vere. Abbracci stretti. Presenze.
Ho bisogno di sentimenti.
Di ridere fino alle lacrime.
Di piangere per ritrovare il sorriso.

E non di silenzi. Di scene mute. Di assenze.

Sono sempre alla ricerca di una dipendenza.
Ma non so ancora scegliere quale.
Per ora mi accontento del caffè.

Sono tornata a scrivere. In posti diversi. Sono tornata a progettare. A dare un luogo ai colori.
Ma mi sento ancora giudicata da mia madre e ho paura perfino di sognare cose che abbiano odore di peccato. Penso che lei le veda e si mortifichi per me.
E allora arrossisco. Faccio un passo indietro. Torno sui miei binari. Mai fuori luogo. Mai fuori posto.

In compenso sono circondata da un club di innamorati disadattati e cuori nel vento.
E mi trastullo nei peccati altrui.
A volte ho già il primo capitolo del mio libro tutto scritto in testa.
Ed è un toccasana per la mia immaginazione.

Capitolo1
Ma la notte

Era la vigilia di Natale e lui dopo aver fatto gli auguri di rito e consegnato i regali ai nipotini e alla moglie intenta a far bollire il cappone, la raggiungeva nel suo appartamento e le si spalmava sopra come la Nutella sul Pandoro.

Ecco.
La mia vita dovrebbe essere così.
Non dico perfetta.
Tanto meno precisa.
Ma divertente.
Si. Divertente. E leggera.

Una vita dove posso chiamarti e chiederti come stai e dirti come sto.
Senza arrossire.
O dovermi genuflettere per il senso di colpa.
O dovermi pentire di ogni parola detta.

Divertente. Sì. E leggera.
Una nuvola di fumo.
Un pulviscolo nel sole.
Un bacio prima di dormire.

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_Cento giorni, cento ore,
O forse cento minuti
Mi darai.
Una vita, cento vite,
La mia vita
In cambio avrai.
Un abbraccio, cento abbracci,
Qualche carezza
Avrò da te.
I miei occhi, la mia bocca
E il mio cuore
Avrai da me.
Perché per te
Questa vita è un girotondo
Che abbraccia tutto il mondo, lo so.
Ed invece la corsa della vita
Per me si è già fermata
Negli occhi tuoi.

Io ti amo, io ti amo,
Più della vita,
Lo sai.
Per cento giorni, per cento anni,
Non finirò di amarti mai,
Non finirò di amarti mai.
Perché per te
Questa vita è un girotondo
Che abbraccia tutto il mondo, lo so.
Ed invece la corsa della vita
Per me si è già fermata
Negli occhi tuoi.
 
Io ti amo, io ti amo,
Più della vita,
Lo sai.
Per cento giorni, per cento anni,
Non finirò di amarti mai,
Non finirò di amarti mai.
Io ti amo, io ti amo,
Più della vita,
Lo sai.
Per cento giorni, per cento anni,
Non finirò di amarti mai,
Non finirò di amarti mai

Non finirò di amarti mai_

Le persone intorno a me cadono come fragili petali di ciliegio nel vento bizzarro di marzo.
Ed io odio gli anni bisestili.
Assolutamente.
Uno strano rumore mi continua a richiamare in mente la tosse che accompagnava mio padre negli ultimi mesi.
E mi sembra di averlo qui.

Seduto sulla sua poltrona.
A mangiare un cornetto all’amarena.
A girare un cucchiaino di zucchero nel caffè.

Continuo a lavare e stirare tutto quello che mi capita sotto il naso.
Continuo a tagliar fuori persone.
E a cercare un angolo di silenzio.

Ho sviluppato un’invidia cronica verso quelle mamme che vivono delle gioie del pannolino e dell’ora d’aria ai giardinetti.

Domani voglio uscire. Bere un caffè. Comprare dei fiori. Andare a respirare il mare. Recitare la felicità come una preghiera. Magari funziona.

ràbbia s. f.
[lat. tardo rabia, lat. class. rabies]. 

. fig. 
a. Irritazione violenta prodotta dal senso della propria impotenza o da un’improvvisa delusione o contr
arietà, e che esplode in azioni e in parole incontrollate e scomposte: 

essere preso dalla r.;
voce tremante di r.; 
rosso, schiumante di r.; 

Nell’uso pop., è spesso sinon. di ira. 

b. In senso attenuato può significare impazienza stizzosa e seccata, disappunto vivo e dispettoso per essere costretto a fare ciò che non si vuole o per non aver ottenuto ciò che si voleva: il TUO modo d’agire mi riempie di r.; . 

3. non com.
Avidità inquieta, desiderio acceso e smodato. 

4. Per estens., di cose inanimate, di elementi naturali, malattie, ecc., impeto violento, furia disordinata: 
la r. dei venti; 
la r. delle onde; 
la pioggia scrosciava con r.; 

Ciascun menava spesso il morso
De l’unghie sopra sé per la gran rabbia Del pizzicor, che non ha più soccorso

.

Il caro vecchio Dante.
Grazie Treccani per il supporto.


Ora, è bene sapere due cose di me.

La prima è che se chiedo aiuto è perché mi serve. Se mi servisse qualcos’altro (un abbraccio, un bacio, un caffè,  una scopata) chiederei esattamente quello. Ne di più, ne di meno.
Non amo perdere tempo. Ne farlo perdere.
Non amo i giri di parole.

La seconda è che più sono arrabbiata e meno parlo.
Svanisco.
Non mi peschi più.


Lunedì mattina.
Bambini a casa.
Terzo giorno di antibiotici.
Telefoni bollenti.
Imbecilli che cadono come birilli al bowling.

Salute.

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