lasciare.

Kandinsky-Cielo-Blu.jpgtre giorni al mio compleanno. mangio m&ms come se non ci fosse un domani e consolo cuori infranti. Tutto nella norma direi.

Questa mattina ho messo una firma importante. Ho cambiato un assegno. Ho venduto un pezzo della mia infanzia. E ho pianto tanto.

Ho lasciato mio marito davanti al mare. Perso nella sua praticità. E sono andata al cimitero in cerca di conforto. In cerca di perdono e di parole che le pietre non dicono.

Mi sarei meritata un abbraccio invece ho tolto i fiori vecchi, ho messo i fiori nuovi e ho chiesto scusa. Per cosa poi, non lo so. Ma mi sentivo come se avessi tradito le aspettative, i sacrifici vissuti, i sogni delle uniche due persone al mondo che mi hanno amato senza riserve.

Continuo a trovare il cimitero un posto comodo. Come la spiaggia nelle assolate mattine d’inverno o le sale di un museo allestito con qualche autore contemporaneo.

Mia figlia mi ha chiesto quale fosse il mio quadro. Una domanda fin troppo semplice da rispondere. Lo so da sempre. O almeno da quando ho iniziato a capire qualcosa dell’arte e ho ritrovato in Kandinskij tutto il mio mondo.

Blu di cielo. Anche il titolo mi piace. Non solo la sua storia. La vita delle forme antropomorfe che lo invadono e lo colorano. Blu di cielo. Il mio colore. L’unico luogo immaginario dove sarei voluta nascondermi oggi.

Invece ho annullato l’osteopata per la paura di bissare una scena madre di lacrime, moccio e fazzoletti pieni di rimmel, mi sono comprata un jeans e una maglia nuova, e sono partita per il tour bollette e bollettini, poste e banche. Ci ho infilato anche il dentista con la sua sana sferzata di cinismo e il caos del supermercato. Tutto per annullare quella sensazione di vuoto a perdere, di cesura, ancora, di nuovo, con quanto era e non è più.

Mi sono buttata nel quotidiano. Recuperare figlio 3, recuperare figlia 1. Rimediare il pranzo. Evitare di contare le calorie. Non rispondere ai messaggi della parrocchia. Fare pensieri impuri fra una canzone e l’altra. Recuperare figlio 2 e fingere interesse per tutti i camion e i trattori incontrati per strada.

Recitare la felicità come una preghiera. Non piangere davanti al ricordo di mia madre. Alla faccia sollevata di mio marito. Al pallore che suona campana a morto dell’agente immobiliare. Al sorriso fasullo di un’assistente. Allo sguardo da pesce lesso dell’impiegato di banca. Al capello fatto della maestra. Allo specchio impietoso.

Bisogna lasciarle andare.
Le persone.
Le cose.

Alcune perché non valgono poi molto. Altre perchè occupano troppo di te per tenerle tutte dentro. Bisogna fare spazio a ciò che prima o poi verrà.

Per esempio, la primavera.

Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi

SHAKESPEARE, Macbeth

 

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