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Archivio mensile:aprile 2016

_Amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l’anima in fiamme_

Un dannatissimo Charles B.

La febbre ed io. Un matrimonio che non s’ha da fare. Arriva improvvisa e senza neanche avvisare. Si presenta in compagnia del pre_ciclo e del virus dello spartano. Dell’ansia da prestazione dei candidati alle elezioni. Delle 8 lavatrici da piegare e stirare. Del resto del mondo da cui non mi posso scansare. Il mio 38.6 si cura con una doccia bollente, due aspirine e via camminare. Ammuffire in un pigiama circondata dai libri,  scaldarsi con una minestrina calda che profuma di mamma, mandare il cervello in tilt con le repliche di grey’s anatomy, sono solo frammenti di un ricordo.
Il marito chiama e vuole l’aggiornamento delle pratiche in corso: status figliolanza, cambio gomme, pagamento bollette, agenda impegni post ufficio, salute del cane, memo cibo per il gatto. Un tu come stai non registrato. Baci non pervenuti, un po’ come le temperature sulla Marmolada. Qualcuno la chiama quotidianità. Io mi vedo ingrassata e mi sento sparire. Registro ancora un tracciato piatto.
Whatsapp fa faville e si registra anche il ritorno della prima dei cagacazzi che dopo l’exploit natalizio all’ombra del presepe vivente, manda il marito in perlustrazione. Dio, dammi la forza.
Fammi rilasciare endorfine ogni 3 minuti. Come quei deodoranti temporizzati che emettono gradevoli puff all’aroma tropical chic o lavandafield.
Devo trovare una dipendenza.
Devo ancorarmi ad una debolezza che rinnovi il mio stato di umanità.
Abbiamo fatto una lista con una coppia di amici.
Sto ancora ponderando i pro e i contro.
Allora.
Fumare sarebbe la più semplice ma è troppo freudiano scegliere ciò che ha ucciso mio padre per superare la sua morte.
Out.
Drogarsi non rientra nella mia mania di controllo. Lucida. Devo restare costantemente lucida. Mai abbassare la guardia.
Mangiarsi le unghie. La famosa onicofagia non omaggia il mio senso estetico. Detesto le mani smangiucchiate. Le persone con le dita in bocca intente a cannibalizzarsi strati di epidermide.
Out.
Il caffè è già un rito. Ed è assolutamente controproducente per me abusarne. Già non dormo. Figurati se mi ci attacco come fosse acqua nel deserto.
Il sesso.
Sesso.
Scusate, sono sulla Treccani on line. Cerco di ricordare qualcosa.
Scambio di liquidi. Strusciamenti. Intimità. Parole di troppo. Chili di troppo. Anni di troppo.
Passiamo oltre.

Lo shopping.
Ecco.
Questo potrebbe darmi gioia. Borsa nuova. Auto nuova. Sì, viaggiare.

Effettivamente passo un sacco di tempo sui siti di voli lowcost, crociere, picnic fra Visso e Frontignano. È un inizio.
Ma non è abbastanza.
Per lo meno, non ancora.

Una volta mi rilassava fare dolci.
Cucinare.
E benvenuti nella mia cucina.
Adesso ogni occasione è buona per spolverare i fornelli e mangiare ovunque che non sia casa mia, dove per ciclicità storica dormo nella camera che era di mia madre, cucino nella cucina che era di mia madre, parlo sempre più come lei e ho assunto le sue forme. Fatte salve quelle due meravigliose tette che ho agognato avere per anni e anni ma che non erano conteggiate in fase di successione. Che peccato.

Ho bisogno di una dipendenza.
Di attaccarmi a qualcosa.
Di staccarmi da qualcuno.
Di godermi la mia influenza sotto strati di pile e sopra uno di quei tre libri che continuo a guardare sul comodino.

Doccia bollente.
Due aspirine.
Via camminare.

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Ph_cristianamat

Avevo sonno e sono andata a dormire. I bambini erano piazzati fra un barattolo di cioccolata e la tv. Le lavatrici stese. I danni fatti.
I sogni sono stati corti ma vivi e troppo osceni per il mio attuale stile di vita. Ho aperto gli occhi con un tremendo bruciore di stomaco e 20 anni di troppo.
Malox ovunque. Sopra sotto di lato di fianco. Malox a catinelle.
Dovrei stirare. Dovrei sistemare. Dovrei dimagrire. Ma sono diventata la regina del procrastinaggio.
Non ho voglia.
Di tirar fuori pezzi di me dai cassetti. Trovargli un posto e un ruolo.
Non ho voglia di rinunciare.
Ad un caffè troppo dolce, una crostata di ciliegie, un ricordo così dolce da piegarmi il cuore come un origami a forma di aquilone e farlo volare.
Mi nascondo benissimo.
Dietro tutto.
In mezzo alle cose e alle persone.
Mi nascondo.
E potrei sparire. Improvvisamente morire. Come Cinzia, o Maurizio, o la ragazza due file più in là di mio padre.
Credo di aver già vissuto il meglio della mia vita.
Credo di aver amato talmente tanto che ancora oggi ripensarci mi fa arrossire.
E  lavorato giornate intere. E le notti, soprattutto. Nel silenzio del buio. Della casa addormentata. Ho progettato, scritto, corretto testi, letto montagne di parole.
Ho vissuto la vita da dentro. Riscattato quel vuoto che mia madre aveva portato con un fardello. E messo al mondo dei figli come se fossi nata solo per fare quello lasciando che la vita esplodesse ovunque intorno a noi.

Cosa resta.

Il mio osteopata dice che siamo energia. Moriamo e ci ricongiungiamo ad un’energia superiore chiamata amore. Chiamata Dio. O Buddah. O universo.

Mi resta il progetto di diventare amore quindi. Di sublimarmi. Di sciogliermi nella mia essenza.

Mi resta la gioia per interposta persona. La vita felice degli altri da ammirare da dietro un vetro.
I ricordi.
Gli sguardi che non posso ricambiare.
Le parole che non ha più senso dire.

Avevo sonno e sono andata a dormire. Poi mi è salita un’emozione. Non ho dormito più.

Far arrabbiare me è facilissimo. Mi parte l’embolo in un microsecondo. Da adolescente sono stata un vero e proprio lottatore di catch. Non mi sono mai tirata indietro. Anche da adulta faccio una gran fatica a rimanere composta. Urlo. Fortissimo. Sbatto porte. Lancio oggetti. Snocciolo un rosario di epiteti anche di una certa ricercatezza, con velature arcaiche di tutto rispetto. Insomma, ho preso in eredità certe modalità di parlare di mia madre. Un vocabolario mai eccessivamente sopra le righe, più che altro colorito e colorato.

Da noi si direbbe “pesciarola” e il termine ben riassume il tono di voce alto, il dizionario condito con peperoncino e un agitare di  mani talmente rapido da far impallidire anche la buonanima di Bruce Lee.

Ecco, a volte io sono una pesciarola. Figlia di padre pescatore. Affaticata dalle scale degli studi ai piani alti. Stressata dalla vita da mezza casalinga per forza.

E quindi vado liscia, senza neanche passare per il via, quando c’è da indicare la strada per il Paese più popoloso del mondo. E mi agito. Sbatto la coda da pesce. Strabuzzo l’occhio. Intingo la lingua nel veleno.Sono una specialista delle litigate scenografiche. Sane. Liberatorie. Definitive.

Ma.

Non ci sono più i litigi di una volta. La gente ora se le suona sui social togliendo la gioia viscerale di vedere in faccia il proprio antagonista piegarsi sotto la grandine di insulti.

E che paroloni. Che minacce. E che noia.

Le peggiori sono le mamme. Sempre in competizione fra loro. Io le detesto di tutto cuore e sono sempre più solidale con quelle che, nonostante tutto, continuano ad offrire tempo e spazio a persone così.

Poi seguono i facinorosi. I leoni da tastiera. Politici, sportivi, destra, sinistra, ecumenici o mangiabambini. Tutti uguali. Tutti con l’aspide fra le mani a mo’ di annaffiatoio. Veleno ovunque. Anatemi. Proiezioni di catastrofi che abbracciano lo sfortunato duellante e tutta la sua stirpe.

Ma i miei preferiti sono e saranno per sempre quelli che parlano con X per arrivare a Y.

Sono divertenti.

E ne conosco diversi.

Si sentono estremamente sottili. Lasciano tracce del loro pensiero come le mollichine di Pollicino. Strumentalizzano amici, figli, moglie, chiunque possa far passare il loro pensiero. Ciò che vorrebbero dire ma proprio non riescono a fare.

Nel loro contorto modo di pensare pensano. Lo leggerà. E lo capirà. Lo sentirà suo. Si arrabbierà. Molto. Perché è per lei ma non può rispondere. Perché non è per lei. E quindi si arrabbierà. E basta.

Io non mi sono mai divertita a far arrabbiare gli altri. Nonostante il mio carattere da cane da caccia o meglio da Panzer (soprannome che ancora qualcuno ama usare con me) sono sempre alla costante ricerca di chiarimento. Non mi piacciono le situazioni confuse. Amo il gioco dei ruoli. Nella mia vita tu conti…vediamo…come il tre di denari. La matta. Il due di coppe. Il re di bastoni. l’Asso piglia tutto. etc etc

E non parlo per interposta persona. Le cose, specialmente quando mi vengono chieste, le rispondo. Con tutta la grazia del mondo. Quando posso.

E soprattutto ho scelto da tanto le cose per le quali vale la pena incazzarsi. Le persone per le quali vale la pena battere pugni sulle porte. Le battaglie meritevoli di energie.

La rabbia è un sentimento che va palesato altrimenti fa male. Rovina la digestione. Consuma dentro. Così come il desiderio. L’attrazione. La dieta.

E questo per dire che è cominciata la campagna elettorale. E le persone da noi se le suonano con botte da orbi. E nessuno è immune. Neanch’io. Ma poiché so il limite delle mie competenze sono serena. E divertita.

Essendo coerente nella mia incoerenza e prodigatrice di consigli non richiesti, chiudo suggerendo a tutti di dire apertamente ciò che si prova. Direttamente. Perché dire sempre mezze verità, o parlare ad X perché capisca Y alimenta una confusione  che la fretta dei nostri giorni non sa gestire. Sulle reazioni. O sulle risposte. Beh, su questo non garantisco. Ma tolto il dente, tolto il dolore.

O come avrebbe detto il mio ex capoufficio, tagliate la testa al topo. Non ci pensate più.

Buona liberazione.

 

 

 

 

 

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Oggi così.
Con pioggia. Quella che basta a coprire l’odore della primavera.
E mille cose da fare. Zero voglia.
Figlia e amica di figlia brancolanti con video youtube sulla mani.
Figli urlanti a mo’ di discesa degli unni.
Marito pervenuto con vassoio di brioche. Redento.
Accendo la mela. Morricone invade lo studio. Pensieri affollano. Spingono. Sembra la linea rossa della metro sotto Salone.

Quando provate invidia per me sappiate che ho pagato tutto. Tanto. E con gli interessi. Non mi hanno mai regalato nulla. O fatto sconti. Qualsiasi cosa ho, piccola o grande che sia, animata o immobile, viva o andata via, mi ha segnata, cambiata, privata di qualcosa.
Io getto ponti ma poi mi assumo anche il rischio di camminarci sopra e di precipitare nel vuoto pur non sapendo volare. Sono incosciente e consapevole della mia incoscienza. Una tortura psicologica logorante.

Quando vostra moglie è gelosa di me ditele che all’Uci proiettano film ogni giorno ma non quello della nostra storia. Ditele che non valgo poi molto. Sono solo apparenza. Un mucchio di parole ben impilate come mattoncini lego. Ditele che mai avreste voluto una come me. Una donna ad altissima manutenzione. Che preferisce un libro alla vita. Fredda. Dura. Ma totalmente spezzata dentro. Troppo impegnativa anche per l’amore.

Quando provate rabbia nei miei confronti, picchiate. Urlate. Tirate fuori il veleno. Non state li a covare. A macerare. A marcire. Non merito di rovinare le vostre giornate. Ne voi le mie.
Io sono un’esperta nell’ignorare. Il dolore. Il tradimento. Le mie stesse voglie. Li guardo scomparire sotto la linea del mare. Non c’è più nulla. Neanche il rimpianto.

Oggi così.
Con un libro al posto di una vita intera.

_Eravamo amici, insomma quasi amici, avevamo studiato insieme a Rimini, lei faceva le magistrali, non proprio insieme, io facevo l’Istituto e poi a Bologna all’università, su e giù in treno, c’incontravamo spesso, chiacchieravamo, ci prestavamo i libri, m’ha prestato un giallo che aveva un titolo strano, Con te, ma bello, il più bel giallo che ho letto, poi parlavamo di film, a lei era piaciuto Kramer contro Kramer, anche a me, ma a me era piaciuto molto Il grande freddo, «Vallo a vedere», e dopo mi ha detto «Bello, avevi ragione», «E beh, gli americani sono bravi, hai visto Blade Runner? quello davvero è un capolavoro», ecco, dei discorsi così, e quella sera tornavamo da Bologna, eravamo partiti alle otto, era già notte, avevamo trovato uno scompartimento vuoto, proprio al centro, «Domenica a Ravenna c’è Vasco Rossi, lo conosci? uno un po’ matto», «Lo vai a sentire?» «E tu?» e in quel momento, tac, è mancata la luce, non si vedeva più niente, le ho chiesto «Hai paura?», e lei: «E tu?» abbiamo riso piano, siamo stati zitti un po’, poi non so neanch’io com’è successo, è stato anche il suo profumo, sottile, ma mi entrava dentro, l’ho cercata con una mano, un braccio, la spalla, piano, senza stringere, i capelli, quanti capelli, poi intorno al collo, poi l’ho baciata, e lei m’ha baciato anche lei, e stavamo lì, non sapevamo cosa dire, poi le ho baciato gli occhi, teneri, quasi dolci, sempre senza dir niente, poi un altro bacio, lungo, stavamo zitti, secondo me, anche dalla meraviglia, non ce l’aspettavamo d’innamorarci di colpo quel mercoledì sera, al buio, in treno, un po’ prima di Forlimpopoli_

[Raffaello Baldini, in Treno]

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Rientri notturni. Pizza e cinema. Messaggio del marito on the road sul generis “torni o posso mettere il chiavistello?”. Ottimo. Direi che tra noi ci sono dialoghi di grande trasporto emotivo.
Bilancio della settimana.
Sono passata per ben due volte davanti alla mia ex azienda pensando ad altro. La irta strada verso l’oblio di quella fase della mia vita ha acceso i lampioni nel tunnel. Vedo la luce.
La progettazione della campagna elettorale procede. Troppe telefonate. Poco tempo. Zero wifi.
Chili persi nessuno. Anzi. Ho colonizzato luoghi laddove un tempo regnava il mio girovita ed espanso più che il mio ego la mia sostanza.
Non sono più solo una donna.
Sono un’antistress. Qualcosa di morbido e tanto che i miei figli adorano pizzicare e manipolare.
Mia figlia vuole partire. Poi non vuole partire più. Non vuole venire a Parigi perché moriremo tutti. Non vuole venire in crociera perché le nostre date non coincidono con le sue pre-esame. Vuole tornare a Londra. Lei. Io. La sua amica.
Lo spartano vuole andare a New York.
Thelastone è sempre più muto e completamente calato nei terrible two. Sfugge come un’anguilla. Pernacchieggia. Scandisce i suoi NO più forte di una verginella al primo appuntamento coll’arrapato polipante di turno.

Il padre scava tunnel dietro un poster dei Queen come neanche Tim Robbins faceva in “Le ali della libertà “.

Piiiiiiiiiiii.
Tracciato piatto.
Staccatemi.
Lasciatemi andare.

Ho le mani piene di bolle. E le bolle piene di fieno. Ho lasciato 3/4 della mia dignità sotto delle balle di foraggio.Ma forse, ne valeva la pena.

Ho perso un ponte mentre sgranocchiavo m&ms al cinema.
I dialoghi erano mortificanti. Cercavo conforto. E il lettore anonimo 1238 mi ha sbeccata alla grande.

Sono arrivata alla irremovibile convinzione che i social network rincretiniscono. E danno corda a persone che calate nella realtà non verrebbero inseguiti neanche da un cane che fiuta salsicce nella borsa della spesa.

Piiiiiiiiiiiii.
Tracciato piatto.
Non voglio essere rianimata.
Voglio giacere qui. Fra l’oblio e il sogno.

Il film di ieri, prodotto da amici del tempo che fu parla di pesci e fa acqua da tutte le parti. Che spreco di talento.
Non ho letto di chi fosse la sceneggiatura ma i dialoghi sembrano usciti da wikiquote. Ogni tanto qualcuno se ne esce con una perla di saggezza sullo stile meraviglioso di un inimitabile Forrest Gump. Stucchevole. Il dolore, il cordoglio, la rabbia sono toccati di fuga e in maniera maldestra. Un film dove scopri che tua madre non è tua madre, tua madre è morta, tuo padre mentiva, tuo zio tradiva, quella che ti piace, ruba e frequenta rave party per sentirsi viva, da lezioni di famiglia e la sorellina down legge il mondo come un tempo fece Rain Man. Candidamente. Eppure, a un’ora dal funerale tutti si rotolano su un prato. Imbarazzante. Le famiglie non sono così. Il dolore non è così. Non c’è film che tenga. La realtà è altrove. Il vero amore è altrove. E non conosce pietà o perdono nel breve-medio termine. Troppi cerotti sarebbero serviti a quei cuori per rimettere insieme pezzi di sé. Non sarebbe bastato il tempo di una fiction. Altro che film.
Una delusione.
Tolti i miei paesaggi. La mia bella regione. La bellezza quasi fastidiosa di certi protagonisti, il resto…
Maria Amelia Monti fa una telefonata che la riporta indietro di dieci anni e la catapulta in quella buffa serie in cui viveva con un sacramento come Gerry Scotti e lo chiamava Topo (ndr cioè TOPO ad un uomo. Cioè.) Macchiette varie colorano la pellicola con battute in dialetto. Spaccati scontati di una vita allo sbando rimandano alla difficoltà del vivere oggi. Sai che novità.

Sono arrivata all’irremovibile convinzione che la nostra vita sia diventata l’esatta superficiale sintesi che ogni giorno proponiamo su facebook. Citazioni. Scoppi di rabbia a sprazzi. Un’apparente felicità che serve solo a salvare la facciata.

Gli shock.
Ciò che ci turba.
Ci destabilizza.
Ci fa sedere a guardare il mare finché il ritmo del nostro respiro non si allinea a quello delle onde e tutto il dolore esplode dentro, ci annienta e ci fa rinascere.
Tutto questo va nascosto.
Non va sulla timeline.
Ne sulla sceneggiatura di un film dove i pesci saltano ma il cuore mente a se stesso. Brutalmente.

A volte basta cambiare paesaggio.
Ascoltare parole nuove. Ritrovare il cuore.

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_E si svegliò
Di un soffio impercettibile
Che appena appena
Se ne accorse il cuore;
E vide il mondo,
Fino allora incomprensibile,
Avere finalmente un senso
Nelle tue parole…
E s’inventò la forza
Di venirti a prendere
E reggerti ubriaco
Sulle scale:
La tenerezza
Di vederti piangere,
Stringendoti
Per farti addormentare:
Che pensarlo al di fuori di noi
Non è possibile:
Per come l’hai voluto tu
E lo difendo io
L’amore mio.
Sono stata in ansia
Per i tuoi ritorni,
Viva nell’illuminarsi
Dei tuoi giorni,
Mi ha colpita la felicità
Come un addio;
Amore mio,
Io dormivo sotto la tua mano
E il tempo
Mi ha portato via qualcosa
Qui da dentro,
Come un piccolo ricordo
Di quand’era mio
L’amore mio…
Sei così sempre tu
Da togliermi il respiro,
E solo i sogni tuoi
Son quelli buoni:
Gli altri, i piccoli, i miei,
Quelli che vivo,
Sono biglietti persi
Nei tuoi pantaloni:
Chiudo gli occhi al riparo da te,
Rincorro il tempo e scrivo;
E nonostante te
Lo sento vivo
L’amore mio.
Ma non posso naufragare
Nelle tue maree,
Come una parola
Dentro le tue idee,
Questa notte è lunga, aiutami,
Ci sono anch’io…
Amore mio,
Non so vivere, non voglio, 
Senza ricordare;
Non so correre e nemmeno
Forse camminare,
Ma ho bisogno di trovarlo adesso
Un posto mio,
Il posto mio…
Farà male, dovrai scegliere,
Dovrai sparire,
Insultarmi o consolarmi
Prima di capire
Che non sei soltanto tu,
Ma sono anch’io
L’amore mio…
Amore mio_

Amatissimo Vecchioni. Altro che Zarrillo.

A volte basta cambiare paesaggio.
Ascoltare parole nuove. Ritrovare il cuore.

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_E si svegliò
Di un soffio impercettibile
Che appena appena
Se ne accorse il cuore;
E vide il mondo,
Fino allora incomprensibile,
Avere finalmente un senso
Nelle tue parole…
E s’inventò la forza
Di venirti a prendere
E reggerti ubriaco
Sulle scale:
La tenerezza
Di vederti piangere,
Stringendoti
Per farti addormentare:
Che pensarlo al di fuori di noi
Non è possibile:
Per come l’hai voluto tu
E lo difendo io
L’amore mio.
Sono stata in ansia
Per i tuoi ritorni,
Viva nell’illuminarsi
Dei tuoi giorni,
Mi ha colpita la felicità
Come un addio;
Amore mio,
Io dormivo sotto la tua mano
E il tempo
Mi ha portato via qualcosa
Qui da dentro,
Come un piccolo ricordo
Di quand’era mio
L’amore mio…
Sei così sempre tu
Da togliermi il respiro,
E solo i sogni tuoi
Son quelli buoni:
Gli altri, i piccoli, i miei,
Quelli che vivo,
Sono biglietti persi
Nei tuoi pantaloni:
Chiudo gli occhi al riparo da te,
Rincorro il tempo e scrivo;
E nonostante te
Lo sento vivo
L’amore mio.
Ma non posso naufragare
Nelle tue maree,
Come una parola
Dentro le tue idee,
Questa notte è lunga, aiutami,
Ci sono anch’io…
Amore mio,
Non so vivere, non voglio, 
Senza ricordare;
Non so correre e nemmeno
Forse camminare,
Ma ho bisogno di trovarlo adesso
Un posto mio,
Il posto mio…
Farà male, dovrai scegliere,
Dovrai sparire,
Insultarmi o consolarmi
Prima di capire
Che non sei soltanto tu,
Ma sono anch’io
L’amore mio…
Amore mio_