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Archivi giornalieri: aprile 15, 2016

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Il tramonto era così bello ieri che invece di andare a fare la spesa sono andata in spiaggia.
Il vento portava il profumo del mare e nonostante l’aria, era indiscutibilmente una tiepida serata di primavera.
Ho scattato qualche foto. Ho riempito le scarpe di sabbia. Ho guardato con una leggera nostalgia le coppie che passavano tenendosi per mano.
I colori del cielo sembravano innaturali e un anziano armato di bastone bussava tutte le porte dei casotti alla ricerca del bagno. Mi ha ricordato papà. Ho buttato il pensiero fra le onde. Sono andata via.

È stata una settimana a incastro. Mille cose da fare. Persone da vedere. Problemi. Ho un ginocchio che se potesse parlare griderebbe pietà ma stamattina sono andata a zumba. Avevo ancora i colloqui di ieri da buttar fuori. Ho sudato. Ho smaltito la rabbia di non poter dire davvero quello che penso. Della scuola. E di mia figlia in quella scuola.
Ciò non toglie che mi farei volentieri di voltaren. Che mi fanno male anche gli addominali e che anche per quest’estate punterò tutto sulla simpatia.
Anche se, inizio a dubitare anche di lei.
Mia figlia dice che sono stronza.
E io non mi sento di darle torto.
Non sento (più) il bisogno di piacere a tutti.
Anzi.
Ho quasi il rigetto degli altri.
E mi rifiuto di assecondare la sequela di ego espansi che attraggo come calamite.
A volte, semplicemente, scivolo via.
Non mi concedo.
Non creo occasioni.

Non che sia motivo di orgoglio. Ma non reggo più certe relazioni. Certe schermaglie.
Ho solo bisogno di affetto.
Di risate.
Di tramonti che ti riempiono gli occhi e di parole buone.
Sto bene come sto. Senza più l’ansia del posto al sole. Del chilo di troppo. Dell’improvviso cambio di programma.

Mi resta addosso il famoso “una come te” che mi obbliga uno standard di intelligenza che a volte vorrei non avere.
Una come te capisce.
Una come te ha la soluzione.
Una come te si rialza.

La maestra di mio figlio butta là fra una maglietta per la recita e la chiusura per far posto ai seggi che forse soffriamo di SDA. E vede nel forte attaccamento dello spartano a me un suo possibile e futuro deficit di apprendimento.
Non sarà niente.
Incasso. Porto a casa.

Mio marito, dopo aver detto che l’amore non esiste 21 anni dopo di noi, è stato sequestrato ad una riunione agenti per tre giorni, contagiato da una malattia esantematica tipica dell’età pediatrica, e poi si è perso dentro al suo iphone nuovo.

Il pediatra dei miei figli mi chiede fra un’ascultata e l’altra _a sesso come andiamo_ e suggerisce che io faccia incetta di tanga di pizzo.

Siamo di nuovo in campagna elettorale. Sono di nuovo dentro. Le aspettative sono alte. I tempi stretti. Le sfumature ben oltre cinquanta.

Suggerisco a certi lettori anonimi di chiamarmi personalmente se hanno voglia di vedermi. Noi donne vicino alla menopausa soffriamo della sindrome _nessuno mette Baby in un angolo_ e siamo per la platealità di certi sentimenti. Non c’è niente dentro questo blog che dia risposte più esaustive di me. Basta chiedere.

Mia figlia mi chiede come sai quando sei innamorata.
Entro in cabina.
Metto le cuffie.
Rispondo.
Sei innamorato quando vedi l’altra persona in tutto. La riconosci nelle canzoni. La ritrovi nelle frasi di un libro. E il suo pensiero ti suona dentro come una musica che non vuoi mai smettere di sentire. E annulla tutto il resto sovrapponendosi a ciò che fino a quel momento eri.
Improvvisamente anche il tuo cuore cambia ritmo. E accelera se si prospetta l’occasione di un bacio.

La risposta è piaciuta.
Aspettiamo il bacio.

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