Tagliamo la testa al topo

Far arrabbiare me è facilissimo. Mi parte l’embolo in un microsecondo. Da adolescente sono stata un vero e proprio lottatore di catch. Non mi sono mai tirata indietro. Anche da adulta faccio una gran fatica a rimanere composta. Urlo. Fortissimo. Sbatto porte. Lancio oggetti. Snocciolo un rosario di epiteti anche di una certa ricercatezza, con velature arcaiche di tutto rispetto. Insomma, ho preso in eredità certe modalità di parlare di mia madre. Un vocabolario mai eccessivamente sopra le righe, più che altro colorito e colorato.

Da noi si direbbe “pesciarola” e il termine ben riassume il tono di voce alto, il dizionario condito con peperoncino e un agitare di  mani talmente rapido da far impallidire anche la buonanima di Bruce Lee.

Ecco, a volte io sono una pesciarola. Figlia di padre pescatore. Affaticata dalle scale degli studi ai piani alti. Stressata dalla vita da mezza casalinga per forza.

E quindi vado liscia, senza neanche passare per il via, quando c’è da indicare la strada per il Paese più popoloso del mondo. E mi agito. Sbatto la coda da pesce. Strabuzzo l’occhio. Intingo la lingua nel veleno.Sono una specialista delle litigate scenografiche. Sane. Liberatorie. Definitive.

Ma.

Non ci sono più i litigi di una volta. La gente ora se le suona sui social togliendo la gioia viscerale di vedere in faccia il proprio antagonista piegarsi sotto la grandine di insulti.

E che paroloni. Che minacce. E che noia.

Le peggiori sono le mamme. Sempre in competizione fra loro. Io le detesto di tutto cuore e sono sempre più solidale con quelle che, nonostante tutto, continuano ad offrire tempo e spazio a persone così.

Poi seguono i facinorosi. I leoni da tastiera. Politici, sportivi, destra, sinistra, ecumenici o mangiabambini. Tutti uguali. Tutti con l’aspide fra le mani a mo’ di annaffiatoio. Veleno ovunque. Anatemi. Proiezioni di catastrofi che abbracciano lo sfortunato duellante e tutta la sua stirpe.

Ma i miei preferiti sono e saranno per sempre quelli che parlano con X per arrivare a Y.

Sono divertenti.

E ne conosco diversi.

Si sentono estremamente sottili. Lasciano tracce del loro pensiero come le mollichine di Pollicino. Strumentalizzano amici, figli, moglie, chiunque possa far passare il loro pensiero. Ciò che vorrebbero dire ma proprio non riescono a fare.

Nel loro contorto modo di pensare pensano. Lo leggerà. E lo capirà. Lo sentirà suo. Si arrabbierà. Molto. Perché è per lei ma non può rispondere. Perché non è per lei. E quindi si arrabbierà. E basta.

Io non mi sono mai divertita a far arrabbiare gli altri. Nonostante il mio carattere da cane da caccia o meglio da Panzer (soprannome che ancora qualcuno ama usare con me) sono sempre alla costante ricerca di chiarimento. Non mi piacciono le situazioni confuse. Amo il gioco dei ruoli. Nella mia vita tu conti…vediamo…come il tre di denari. La matta. Il due di coppe. Il re di bastoni. l’Asso piglia tutto. etc etc

E non parlo per interposta persona. Le cose, specialmente quando mi vengono chieste, le rispondo. Con tutta la grazia del mondo. Quando posso.

E soprattutto ho scelto da tanto le cose per le quali vale la pena incazzarsi. Le persone per le quali vale la pena battere pugni sulle porte. Le battaglie meritevoli di energie.

La rabbia è un sentimento che va palesato altrimenti fa male. Rovina la digestione. Consuma dentro. Così come il desiderio. L’attrazione. La dieta.

E questo per dire che è cominciata la campagna elettorale. E le persone da noi se le suonano con botte da orbi. E nessuno è immune. Neanch’io. Ma poiché so il limite delle mie competenze sono serena. E divertita.

Essendo coerente nella mia incoerenza e prodigatrice di consigli non richiesti, chiudo suggerendo a tutti di dire apertamente ciò che si prova. Direttamente. Perché dire sempre mezze verità, o parlare ad X perché capisca Y alimenta una confusione  che la fretta dei nostri giorni non sa gestire. Sulle reazioni. O sulle risposte. Beh, su questo non garantisco. Ma tolto il dente, tolto il dolore.

O come avrebbe detto il mio ex capoufficio, tagliate la testa al topo. Non ci pensate più.

Buona liberazione.

 

 

 

 

 

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