archivio

Archivio mensile:Mag 2016

Oggi così.
Con questa luce negli occhi. Questa canzone in testa.

image

Annunci

eccolo va, il cuore della notte. il silenzio della casa. il rumore dei pensieri. weekend tutto dedicato ai bambini. armi e bagagli siamo andati all’agrinido l’arca di noè, e li lasciato che il sole ci cuocesse, l’odore di paglia e fieno ci inebriasse e che fossero i bimbi a comandare.

sono distrutta. e domani all’alba devo essere lucida e pimpante per l’ultima settimana di campagna elettorale.

caffè. caffè come se non ci fosse un domani. e bye bye dieta. dopo gli ultimi episodi non ho capito come ho fatto a non ingoiare armadio e comodini tutti insieme. aggiungendo magari solo un pizzico di sale per dare sapidità al truciolato.

santa pace.

mai viste tante capre tutte insieme.

e non parlo dell’agrinido.

non capisco la difficoltà nel coordinarsi. non capisco la voglia di fare le scarpe a tutti. non capisco questa volontà di mettere tutti i puntini sulle i e se capita anche altrove, così per fare confusione. porcapaletta che NOIA. cioè un po’ di originalità no?

gli avvocati si interpellano tramite accorati comunicati. é colpa tua. no tua. no tua. allora è tua. dai che è tua. le mogli dei candidati solidarizzano con i componenti della lista e basta. improvvisamente non ti parlano più. non sei più l’amica. sei il nemico che ascolta. gli altri rumoreggiano. occhieggiano. pronosticano. leggono i fondi del caffè sulle reciproche tazze.

questa volta neanche se mi dotassero di bacchetta magica riuscirei a fare una magia. forse oltre al Mac mi dovevo dotare di cane da pecore. un bel maremmano che alla prima defezione partiva con l’abbaio chiarificatore.

sono distrutta e mangerei con serenità anche adesso qualsiasi cosa purché non patate fritte. abbiamo fatto una settimana di patate fritte.patate della nonna. patate del MacDonald. patate stick. patate in fattoria. patate in pizzeria. porzione doppia. con la maionese. senza. vedo patate ovunque. anche nella testa degli altri.

l’amore latita. ha deciso di prendere una lunga pausa per ritrovare se stesso. nel frattempo ci sopportiamo. il caldo non ci fa bene.

comprati delle scarpe con il tacco. con quelle mi sembri una rumena che va a fare le pulizie. guarda amore ho comprato dei sandali altissimi. e quello che tacco è? ma una cosa un po’ più da donna no?

una cosa da donna.

non so con precisione il momento in cui sono cambiata. so con precisione il momento in cui sono stata lasciata sola davanti al dolore. ho tirato su le lacrime, sono cresciuta. e sono donna in ogni centimetro della mia pelle. non più una ragazza vanitosa e insicura. una donna. nonostante le mie scarpe da rumena che va a fare le pulizie. non ho bisogno di cose da donna per sapere come si ama un uomo. quello che prendi. quello che perdi.

il cuore della notte. il mio tempo preferito. il silenzio della casa. i pensieri che rotolano via sotto le coperte.

 

 

IMG_7273certi giorni spazzano via tutto. arrivano. si abbattono e inghiottono. sono stufa marcia di questo momento che era un giorno, poi un mese, e poi è diventato un quinquennio. invecchiata. annichilita. abbrutita. uffa. senza maiuscole neanche oggi. tutto d’un fiato come piace a me con i punti che si infilano da tutte le parti e vorresti scrivere tanto e lasciare lo sguardo scorrere sulle righe e accompagnare il lettore verso un viaggio sereno…e invece no. zac. stop. taglio e ricomincio. un po’ come nel mio stile di vita reale. via i rami secchi. via le zavorre. via i vestiti stretti. e le amicizie che sono solo un dare e avere senza un briciolo di sentimento dentro. sono circondata da serpi. le sento sibilare. le vedo muoversi lente e mortali. me le sento sul collo e sul seno. sssssssss. il loro veleno è duro da macinare. da digerire. ho passato un weekend a spurgarmi come una lumaca a bagno per 24 ore prima di diventare piatto gourmet. la paura del fallimento non perdona e crea capri espiatori. ruolo che ho giocato per troppo tempo in azienda e che mi sono scrollata di dosso con piglio decisamente selvaggio. non mi rimetto il cappello con le orecchie da somaro. non mi accollo gli errori di valutazione degli altri. io non do che il meglio e pretendo altrettanto. se questo gioco va bene si gioca altrimenti ciao. volasse maggio e passasse giugno. finissero le elezioni e tutto il corollario di suoni stonati che producono. finissero le scuole e le gite e i regali alle maestre e le recite con i bambini ansiosi e piangenti e le maestre ansiose e astiose. finissero gli esami. arrivasse la montagna fatta di verde e di silenzio e di passi leggeri nel bosco. sono circondata da serpi che intingono il calamaio nella cicuta. che inneggiano la libertà di espressione e di pensiero e sono i peggiori egoisti nella storia della informazione. maleducati. presuntuosi. rumore di sottofondo. come l’acciottolio dei piatti o l’antifurto di qualche auto nel cuore della notte. non conti niente. sei solo rumore.

di persone che fanno rumore ne conosco a bizzeffe. ci sono quelle che giocano all’amica del cuore e sono tutte un baci e saluti e ohmioDiochebellaborsaprendiamouncaffèinsieme e poi a quattrocchi e davanti al primo pianto che ti fai ti dicono, senti tipo non ti appoggiare troppo che mi sgualcisci il golfino firmato che ho comprato mangiando pane e cipolla per un mese. ci sono quelli che ti chiamano e non sai perché. ti cercano e non sai perché. ti leggono. ti scrivono. e quando gli chiedi perché ti dicono che il problema sei tu. ci sono quelli che urlanosbraitanotenoreggiano. due ottave sopra la media nazionale. decidono loro per te e per gli altri. urlanosbraitanotenoreggiano che faranno ma più di quello non sanno fare. ci sono i parassiti di cui si sente solo il costante lappare delle dorate chiappe. o i fantasisti dalla sparata facile. le mamme scontente e scoglionate. e i professionisti del dolce far niente.

vaderetro a tutti voi.

specchio riflesso.

pussavia.

 

oggi spazzo via tutto. addento una crostata. mi metto la tuta. e ve ne uscite allegramente da tutti i pori.

 

image

Due amanti felici fanno un solo pane,
una sola goccia di luna nell’erba,
lascian camminando due ombre che s’uniscono,
lasciano un solo sole vuoto in un letto.
Di tutte le verità scelsero il giorno:
non s’uccisero con fili, ma con un aroma
e non spezzarono la pace né le parole.
E’ la felicità una torre trasparente.
L’aria, il vino vanno coi due amanti,
gli regala la notte i suoi petali felici,
hanno diritto a tutti i garofani.
Due amanti felici non hanno fine né morte,
nascono e muoiono più volte vivendo,
hanno l’eternità della natura

chiamami. quando meno me lo aspetto. chiamami. nel cuore della notte quando accompagno le pecore davanti all’ostacolo e le spingo per il sedere oltre, o come sorge il sole e la testa mi resta a cavallo fra la realtà e il sogno che non voglio lasciare andare.

chiamami, fammi sentire come pronunci il mio nome, come ti immagini il mio volto, quanto avevi voglia di parlare con me.

chiamami senza false illusioni, senza grandi pretese, senza ne se’ ne ma. chiamami per il piacere di chiamarmi. di scoprire. di sentirsi parte di un gioco a due che profuma di complicità e cose nuove.

chiamami perché ti manco. perché mi eviti. perché ti nascondi. perché mi pensi. perché lo so.

chiamami. ho bisogno di sorridere oggi. di una risata profonda. di leggerezza. di buttare alcune cose alle spalle incluse tutte le telefonate che ho ricevuto finora e che parlavano di tutto fuorché di te. o di me.

chiamami. non ti perdono altrimenti. faccio di te carta straccia. lancio nel cestino. non ci sei più.

pensieri sparsi e acchiappati al volo col retino delle farfalle. molti punti. nessuna maiuscola. nel pieno del mio stile da piccola ape furibonda. martedì 17 e poche ore di sonno. molti baci (il lastOne promette benissimo come cavamutande). una lite prima di dormire. una prima di mangiare. assertività ai massimi livelli, pronta a inserire la chiave e a pigiare il tasto rosso. livello di allerta massimo. esplosione in corso. salvatemi. fra pochissimi minuti 18 maggio. mamma che non c’è. nessun pigiama, o pantofola, o pianta, o foulard da regalare. c’era il sole e ho comprato delle margherite gialle. avrei voluto sprofondare in un cappuccino e invece ho preso un tè. ho comprato un’auto. non ho ritrovato la borsa. ho capito che quando due persone si piacciono tanto tanto e non riescono a dirselo poi arrivano a detestarsi. ed è un peccato per la fonte di energia amorosa di cui il mio osteopata parla con tanta veemenza. se mia madre fosse qui saprebbe aggiustarmi. lei aggiustava tutto. sedeva paziente e a capo chino. rattoppava. cuciva. rimediava. se mia madre fosse qui la inonderei di parole. quelle che non dico più. ho scoperto che dopo i 40 si parla sempre di sesso e gli uomini hanno la tendenza ad uscire dal seminato per misurare la potenza del loro fucile. poiché la faccia da quaglia non ce l’ho, io mi mimetizzo fra una battuta e l’altra e alla domanda “non mi merito un bacio” io rispondo che non bacio nessuno. tutt’al più mi faccio baciare. i mariti delle amiche sono off limits. è il dodicesimo comandamento. i mariti delle amiche non ti dovrebbero whatsappare, o mandare emoticon bacianti. i mariti delle amiche dovrebbero ricordare i voti scambiati davanti a questo cristo che si immola. ho capito che detesto i cascamorti, i piacioni, quelli che trasudano corna da ogni poro. pensieri sparsi e attaccati al foglio come un collage. coccoina spalmata col pennello. pezzi di vita ritagliati così come viene. non sempre otteniamo ciò che vogliamo. due giorni che vedo “io che amo solo te”. me lo sono gustato domenica sera in una delle mie sessioni di “stiring” come le chiama la mia bestfriend. e lunedì. e anche oggi perché mia figlia voleva vederlo. e poi rivederlo. perché alla sua età si cerca ancora di capire l’amore. io ho capito che due persone che si piacciono tanto se sono sposate non si possono piacciare. questo cristo che si immola scenderebbe dalla croce e siederebbe fra loro per ricordargli che l’amore è uno e unico e nei secoli dei secoli amen. ma l’amore ai tempi di mia figlia è un’onda che va e viene e lascia e porta via. e lei mi contamina e mi contagia e io sogno sempre i miei vent’anni. anzi, per la precisione ventuno. la notte è lunga e ho tanto da fare. raccatto i pensieri e li butto in fondo ad un cassetto dove brilla ancora il ditale di mia madre, la sua scatola di fili colorati e la ciotola del mascarpone piena di vecchi bottoni. se lei fosse qui lei mi avrebbe chiuso lo strappo al cuore con la cucitura a punto fitto che le aveva insegnato suor maria pia. mi avrebbe accarezzato il viso. mi avrebbe fatto sentire importante come nessun altro al mondo sa fare. nessun uomo, marito, compagno, marito di amica, trentaduenne, o piacione di turno che sia. mezzanotte e venti. buon compleanno mamma. pensieri sparsi solo per te.

image

Le giornate storte le vedi subito.
Infili 3 o 4 cose pessime e il quadro della giornata è fatto. Puoi anche tornare a dormire senza ostinarti a voler cambiare qualcosa.
Se cominci male finirai peggio.

Giovedì avevo appuntamento in spiaggia alle 8. Chiedermi di portare un agnello sacrificale e immolarlo sulla sacra pietra sarebbe stato piu semplice, purché alle 9…9.30.
Ma un cappuccino e un caffè a distanza di 15 minuti hanno aiutato.
Ho incastrato tante piccole cose da fare ma arrancando. Nulla andava via liscio, qualcosa tentava di prendere un’altra via. Di deviare rispetto alla tabella di marcia.
Il messaggio stava arrivando forte e chiaro “scappa! corri!  Torna a letto” ma io ostinata remavo forte contro la sfiga.

Ma senza chance.
La sfiga è sovrana.
Sovrasta.
Governa.

Ho mollato i figli a casa. Corsa al cimitero per vedere la nuova lapide. 5 minuti. Vetro della macchina rotta. Borsa sparita.

Pieno giorno.
Nel mio paesello dove nei bei tempi che furono le chiavi si lasciavano sulla porta.

Che amarezza.

Non tanto per i soldi quanto per le piccole cose personali che erano dentro la borsa. Le foto dei bimbi. Di mia madre. Qualche bigliettino d’amore. Un disegnino con tanti cuori.

Altri pezzi di me che se ne vanno.

Corri. Scappa. Torna a letto.
Sciocca ragazza sempre di corsa.

E invece io no. Io sempre in prima linea. A sfidare le scie catastrofiche e le macumbe virtuali scagliate via facebook.

Chiamate Padre Amorth.
L’esorcista.
Il beatificatore.
Chiamate i carabinieri, la polizia e pure il mio osteopata.
Mi sento a pezzi.
Tante ossa. Molta ciccia.
A piedi nudi cammino sul ciglio. L’equilibrio latita.

Corri, scappa, torna a dormire. A sognare.

image

Manca l’amore in giro. Manca quel senso di comunità che ti faceva sentire mai solo. Protetto ovunque camminassi. E non credo sia solo colpa dell’uomo nero. Siamo diventati indifferenti alla vita altrui. Senza empatia. Con le braccia chiuse e la voglia di un posto al sole ad ogni costo. In un villaggio di 10mila anime votanti di cui un ventesimo attivo politicamente le persone si tolgono il saluto, ti guardano in cagnesco se sei da una parte piuttosto che dall’altra, riducono un progetto di bene collettivo a pura gara a chi ce l’ha più grosso spazzando via anni di evoluzione sociale. Noi vogliamo tutti andare avanti. Vogliamo tutti il meglio per il luogo in cui il nostro cuore ha piantato radici. Questo dovremmo ricordarci. Prima di offenderci l’un l’altro uscendo alla grande dalla sana competizione  politica per entrare in un meccanismo perverso che nutre solo rancore e invidia. Questa è Porto Recanati. Non lo sai? Lo so com’è Porto Recanati so cos’è il giornalismo. So qual’è il confine fra informazione e la comunicazione. Il sapere non giustifica l’amarezza di vedere e leggere amici che perdono tempo a infangare piuttosto che a spalare la merda che ci ha portati ad essere una città balneare sulla riviera del Conero senza bandiera blu o piste ciclabili o servizi per portatori di handicap. Senza una spiaggia degna di questo nome o una scuola superiore meglio ancora università. Siamo nel 2016 e ancora c’è chi piange Porto Recanati salotto sul mare come da cartolina anni ’50. Amici, quel sentimento lì va bene per le feste dei Cugi non per un programma amministrativo. Basta nostalgia. E basta veleno. 6 liste e 6 programmi. Va bene. Cercate il progetto che meglio vi identifica e puntate a far alzare la testa a questo paese che ha bisogno di competenza e non di competizione. Di convergere e non di spaccare. Basta tutto e il doppio di tutto. Basta nascondersi dietro un tesserino giornalistico, l’anonimato di un blog o di una pagina fb per alimentare animosità. La politica è fatta dalle persone e se le persone non hanno più a cuore il bene del singolo e della comunità tutta indipendente dal vestito politico che indossano, la politica fallisce. La città va a rotoli. E noi non ce lo possiamo più permettere. Non accettiamolo oltre. Non sono l’informazione o la comunicazione che salveranno il mondo. Quello è il rumore di sottofondo. Il tam tam che accompagna il passo lesto di chi ha voglia di fare, si rimbocca le maniche e fa.

P.s. per chi non lo sapesse si avvicinano le amministrative. E sarà un maggio di comunioni ed estreme unzioni.