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Archivio mensile:giugno 2016

24 giugno. Esame di terza media. 34 gradi. Pochissime ore di sonno.
È andata pure questa.


Il libro di matematica di mia figlia ha fatto un volo scenografico dal secondo piano. L’ho trovato squadernato e agonizzante sul nostro giardino.
Un paio di metri da quello di tecnica.
È tutto un dire.


Questa mattina il professore di tecnica mangiava un panino incartato nella stagnola.
Anni che non vedevo una cosa simile.
Gli mancava solo la borraccia.


24 giugno. Ultimo giorno di materna e di  primavera per i testosteronici in miniatura. Ci siamo lasciati dietro tre anni difficili per un verso, estremamente positivi per un altro.
Saluta la tua classe amore. Non ci torni più.
Ciao asciutto fatto con la manina.
Voglia di mare in testa.

Non credevo sarei sopravvissuta a questo mese. Gli impegni accatastati come i bastoni shanghai uno sopra l’altro. Le chat bollenti a tutte le ore. Il gruppo genitori medie. Materna. Nido. Rappresentanti. Catechismo. Zumba. E i video per la maestra. Per lo spettacolo di danza. E i regali. Le gite di fine anno.
Le lavatrici. Le valige. La vita.


Stamattina mi sono svegliata con mia figlia galvanizzata dall’orale che ripeteva Mendel e parlava di piselli. Non c’era nessuno con il caffè caldo. Peccato.
Stamattina ho spedito nell’aula professori una tredicenne imbottita di fiori di Bach e mi hanno indietro un’adolescente lucida e sicura di se.
Non sono male come mamma.


E così arriverà settembre.
Apriremo nuove porte. Incontreremo nuove facce.
È la vita che va avanti.
Tenera e spietata.
Ma intanto, 24 giugno, 34 gradi, e quel ramo del lago di Como che a mezzogiorno ci ha portate in spiaggia a festeggiare con una carbonara di pesce e un cesto di nuovi sogni.

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A volte la coscienza bisogna cullarla piano piano e metterla a dormire.
A volte bisogna seguire il cuore.
A volte bisogna entrare per una filetta integrale e uscire con un tiramisù.
Ho sempre più la sensazione che se non ti lecchi la vita godi solo a metà.

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ho l’ansia a palla. il cuore che batte. venerdì 17. cose che vanno storte. uffa però. mia figlia è in piena crisi da “ho tutta una vita davanti” e mi ha preso come sparring partner. vuole studiare. non lo vuole fare. ha una vita sociale che sembra la brutta copia di una serie tv con compagne che si fanno le canne. che fumano una “paglia” di nascosto dalla madre. che si fanno il ragazzo nei bagni del supermercato dove vado anch’io a fare il pipì stop. che devono scegliere con quale mano fare…beh un lavoretto di fino. e io ascolto. e non ne posso più. io alla sua età ero una montagna di libri. e basta. ricordo feste a casa mia dove si cucinava insieme e poi si giocava a bottiglia e forse ci usciva un bacio con qualche pennellata di lingua. fermati lì. io poi ero un cesso stratosferico e quindi osservavo da dietro degli occhiali più grandi di me le mie amiche vivere i primi amori. ho l’ansia a palla. certo che sei ingrassata forte quest’anno. già. sono ingrassata. lo so. no perché lo abbiamo notato tutte e ci dispiace. no dai, vi dispiace? io invece festeggio spalmando somatoline sulle gallette di riso per una parca cena. sono ingrassata perché mangio. perché esco e se mi portano le arachidi con la pina colada me le mangio tutte e chiedo il bis. sono ingrassata perché sentivo un vuoto immenso la mattina quando mi alzavo per fare colazione e la casa non aveva più i rumori di sempre. non c’era la caffettiera sul fuoco mezza piena di caffè freddo, non c’era il tg lanciato a tutto volume. non c’erano mamma e papà. sono ingrassata perché avevo bisogno di sostanza, di un peso specifico che mi tenesse ancorata qui, per non sparire con loro. ho l’ansia a palla e i bambini litigano. volano lego. volano hotwheels e dovrei mettere mano a due lavori ma ho l’ispirazione sotto ai piedi. ieri ho accompagnato un’amica a comprare un vestito speciale. per un appuntamento speciale. molte riflessioni sull’amore. un pizzico di invida.

beh ci credo che non ti piaci. ecco. questo è stato il commento della mia amica sul mio peso specifico. la mia amica anoressica. vegana. iperpalestrata. senza mai figlie. senza mai noie. non mi piaccio ma non mi sento così inadeguata come pensa lei. piaccio ai miei figli. tantissimo. loro si che sono due personcine che vanno al sodo. e passano le mattine a strofinarsi le mani sulla mia schiena e a farmi pensare che siano i momenti più belli del mondo. non mi piaccio ma so che le cose possono cambiare. tutte. e non soccombo per una taglia in più o in meno. loro sì. loro soffrono. loro si privano e non capiscono perché io non faccia altrettanto. non comprendono di quant’altro io mi sia privata. a cosa abbia rinunciato. e a me poco importa. infilo un jeans che ancora mi sta, una tshirt pulita ed esco. ho l’ansia a palla e niente mi fa sentire meglio di un cono panna sotto, panna sopra liquirizia e menta.

 

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Prima di parlare con gli altri addormenta la tua belva segreta

.

Alda Merini

L’altro giorno un amico social mi ha detto che le donne della mia età sono le migliori.
Le  ventenni non fanno testo.
Le trentenni sono tutte omologate, tutte figlie dello stesso danno genitoriale.
Siamo rimaste noi.
Quelle uscite dalle pagine colorate e un filo pop dei libri quindici.
Le quarantenni.

Io ho amato molto il passato decennio. Ho vissuto tantissimo. Lavorato. Messo al mondo figli e progetti. Sono cresciuta.

Sono stati anni densi. Trottati. A volte rincorsi. Ma non è da me l’elogio alla lentezza. Io sempre tutto e subito.
Ogni cosa. In pieno festina lente. Assaporo. Sono viva e a contatto con ogni cosa ma, gente, mi affretto. Dai. Non si può non vedere la soluzione. È lì sotto agli occhi. No?

Molte volte sono stata fraintesa.
Io brucio. Salto. Arrivo al nocciolo. Non mi piacciono le sovrastrutture. I ghirigori. I preliminari. Andiamo. Facciamo. Amiamo.

Voglio l’essenza. Il sangue. Le viscere. Perché è ciò che vedo. E non mi fanno paura. Anzi. Mi fa paura il contrario. Il tergiversare. L’aspettare. Il girare intorno come gli squali.

Bisogna mirare dritto.
Nessun danno collaterale.
Al centro. Nel cuore delle cose.

Non piaccio a tutti. Of course.
Alcuni non sopportano di darsi. Non reggono l’intimità. Altri hanno fatto dei problemi irrisolti il loro business. Non cercano le soluzioni. Vogliono solo restarci ammollo. Nuotarci. Produrre energia negativa con la quale annaffiare tutto intorno.

Cordialmente, detesto.

Il mio decennio di lacrime e sangue non mi ha lasciata indenne. Ha presentato un conto salato.
E ho pagato ogni cosa.
Perchè non sono una da debiti, io.

Così alla fine ho chetato la sete di verità. Della ragione ad ogni costo. Ho fatto pace con lo specchio anche se mi preferivo due figli fa. Ho messo a cuccia il macellaio e le viscere.

Ho freddo. Spesso. Perché non mi affanno come prima.
C’è un qualcosa che mi consuma ma non è più esplosivo.

Ad un certo punto sono cresciuta e dal machete sono passata al laser.
Non serve fare tanto rumore per nulla.
Quando le cose non vanno si recide.
Si taglia il filo al palloncino.
Si lasciano volare via cose e persone.

A quarant’anni la leggerezza è la forza del volo. Se non ti liberi non sarai in grado di salire su.

Avere un punto di vista diverso. Nuove prospettive.


Com’eri a 32 anni? Alla mia età.

Non dimenticherò il vento sulla faccia. L’odore di terra tutto intorno. Le aspettative. Questa domanda.

A 32 anni ero più bella. Meno amara. Più crudele. Rumorosa. Avevo tante ancore a tenermi salda.
Nessun piano di volo.


Ho tagliato le cime.
Buttato le zavorre
Preso la responsabilità con me.
Imparato a volare.

Sono un paio di giorni che mi imbatto in questa vecchia canzone di Pino Mango.
E niente è casuale. Almeno per me.
Così la faccio subito mia. Sono o non sono la prima delle romantiche?
Anche giugno scorre e oggi è il 16. Fra un mese sarà già passato un anno da quella notte in cui ci siamo solo dette ciao, mamma.
Un anno scoordinato, disordinato, disturbato, un anno come non ne avevo mai vissuti prima.

Non sono più io. Sarà stato il dolore. O forse la delusione. L’impotenza. L’amore che latita. I figli vampiri. Gli addii. I treni persi. I picche dati. Non sono più io.
Sono nascosta dietro a una tonnellata di cortesia e stamattina un’amica mi ha detto di smetterla. Smetti di sorridere. Di rispondere alle telefonate alle 11 di sera. Smetti di accogliere cani randagi. Uomini e donne in cerca di conferme.

Mi chiedo se ha ragione. Mi chiedo se tutta questa infinita profusione di affetto tornerà mai indietro. Se sto seminando qualcosa oppure se mi sveglierò un giorno più svuotata e delusa di adesso.
Ho già provato a cambiare.
Ed è stato complicato.
Cambiavo io.
Non cambiavamo noi.
E troppe cose perdevano il loro senso di sempre.

Si fermerà qualcuno nella mia vita o continuerò a staccare biglietti di sola andata?

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Tutto è pensare a te
E così ti penso
La mia carne e l’anima
Fanno il cuore denso
Tu sei, tu sei, lo so
Così vicina
Tu sei, tu sei, lo so
Io vorrei raggiungerti
In trasparenza
Tutto è vedere te
Con i vestiti e senza
Tu sei, tu sei, lo so
La mia rovina
Tu sei, tu sei, lo so
I see your love
I see your love
È amore per te
Come il sole sale e poi va giù
So che tutto il bene mio
Dentro le tue braccia va a finire
Fai tu. tu. tu. tu.
Io passerei tra le tue dita
Ci passerei tutta la vita
Voglio ritrovarti qui
Nei miei risvegli
L’aria dei capelli tuoi
Respirare voglio
Tu sei, tu sei, lo so
Mai come prima
Tu sei, tu sei, lo so
I see your love
I see your love
È amore per te
Come il sole sale e poi va giù
È così vicino il blu
(guardo te)
Mare così
Bello non c’è
Quando sorridi
Fai tu. tu. tu. tu.
Canta così nella mia vita
Fermati qui nella mia vita
E’ amore per te
Tanto più da non sapere quanto
Fai tu. tu. tu. tu.
Io passerei tra le tue dita
Ci passerei tutta la vita

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Io te vurria vasà – sospira la canzone,
ma prima e più di questo io ti vorrei bastare
come la gola al canto e come il coltello al pane
come la fede al santo io ti vorrei bastare.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei bastare.
Io te vurria vasà – insiste la canzone,
ma un po’ meno di questo io ti vorrei mancare,
più del fiato in salita,
più di neve a Natale,
più di benda su ferita,
più di farina e sale.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare.
Io ti vorrei bastare

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Erri De Luca

A  volte dimentico le cose nel microonde. Le metto a scaldare e poi le abbandono lì. Lo faccio anche con i vestiti. Li compro. Li appendo e poi aspetto un’occasione che non arriva.
Li ritrovo spesso con l’etichetta intonsa. Profumano di nuovo ma sono già vecchi.
Succede anche con certe persone. Non fai in tempo ad affezionarti che li hai già    archiviati in rigoroso ordine alfabetico sotto la voce “delusioni”.

Ho la sindrome dell’anno dopo. Ripenso al 2015 e mi sento soffocare. Mi sento Pinocchio uscito indenne dallo stomaco della balena. Sputata via. Frastornata dalla permanenza in un habitat non familiare.

Così mi lavo. Docce su docce.
E lavo ogni cosa mi capiti sotto mano.
Ho bisogno di fare pulizia.
Di buttare via. Tagliare ancora.
E sono felice che piova.
Che l’estate arranchi. Che si respiri ancora vento e nuvole.

Non sono in pace con me stessa.
Sono ancora arrabbiata.
In linea con i violenti acquazzoni del periodo.


Oggi guidavo e ho sentito una canzone di Tiziano Ferro che associo fortissimamente a un momento. A una persona. Ho provato profonda nostalgia e pentimento per le occasioni lasciate.


Se qualcuno pensasse di conoscere intimamente Elizabeth Bennet solo perché Jane Austin ha scritto di lei su Orgoglio e pregiudizio si sbaglia.

Se qualcuno pensasse di assistere ad un intervento a cuore aperto da dietro un vetro, sbaglia di nuovo.

Ciò che noi troviamo nelle storie degli altri è qualcosa che ci appartiene tanto quanto.
È già in noi. Chiuso li. Non lo esprimiamo. O magari lo esprimeremo in maniera diversa. Ma c’è.

Ci si affeziona alle storie. Ai personaggi. Alle persone. Anche ai cani. A quanto porta con se un pezzo di noi.

Dio benedica le affinità elettive, le assonanze, la corrispondenza di amorosi sensi.


E la notte. Il suo silenzio. Le finestre spalancate. Il profumo dell’estate.
I temporali in arrivo.

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In quel momento apparve la volpe.
“Buon giorno”, disse la volpe.
“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
“Sono qui”, disse la voce, “sotto al mo… ”
“Chi sei?” domandò il piccolo principe, “sei molto carino… ”
“Sono una volpe”, disse la volpe.
“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, sono così triste… ”
“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomesticata”.
“Ah! scusa”, fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
“Che cosa vuol dire “addomesticare”?”
“Non sei di queste parti, tu”, disse la volpe, “che cosa cerchi?”
“Cerco gli uomini”, disse il piccolo principe.
“Che cosa vuol dire “addomesticare”?”
“Gli uomini” disse la volpe, “hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche  delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?”
“No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire “addomesticare?”
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.
“Comincio a capire” disse il piccolo principe. “C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato… ”
“È possibile”, disse la volpe. “Capita di tutto sulla Terra… ”
“Oh! non è sulla Terra”, disse il piccolo principe.
La volpe sembrò perplessa:
“Su un altro pianeta?” “Si”.
“Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?” “No”.
“Questo mi interessa. E delle galline?”
“No”.
“Non c’è niente di perfetto”, sospirò la volpe. Ma la volpe ritornò alla sua idea:
“La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non …mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano… ”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
“Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, disse il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che cosa bisogna fare?” domandò il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti“, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino… “
Il piccolo principe ritornò l’indomani.
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.
“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, …dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.
“Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe.
“Anche questa è una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe. “È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedi ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedi è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”.
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi… ”
“È vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“È certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore …del grano”.
Poi soggiunse: “Và a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto”.
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente”, disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo”.
E le rose erano a disagio.
“Voi siete belle, ma siete vuote”, disse ancora. “Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perchè è lei che ho innaffiata. Perchè è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perchè è lei che ho riparata col paravento. Perchè su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perchè è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perchè è la mia rosa”.
E ritornò dalla volpe.
“Addio”, disse.
“Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.
“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.
“È il tempo che ho perduto per la mia rosa… ” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa… ”
“Io sono responsabile della mia rosa… ” ripetè il piccolo principe per ricordarselo.

Non a caso è uno dei miei libri preferiti.
Non a caso ho imparato ad aspettare.
Non a caso conosco a memoria il listino prezzi della felicità. La gamma completa. Inclusi gli optional.