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allattamento

Sarà lo sbalzo termico fra i comodissimi 25 gradi della montagna e i nostri 36 – tasso di umidità 80%.
Sarà il settimo mese, quello che spinge fuori la pancia, accorcia il fiato, triplica i pipì-stop.
Saranno i chili in più, quelli che c’entrano poco con la gravidanza ma c’entrano più con un eccessivo consumo di carboidrati.
Sarà.
Ma mi sento una balena spiaggiata.
E peggio dovrà venire.
Già so. Già passato.
E su, ditemi che le donne incinte sono belle.
Si, ne avete tutte le ragioni. Belle, floride, cariche di vita, abitate.
Non mi conforta.
Se mi vesto di bianco, sembro una torta nuziale.
Se mi metto i tacchi, le zeppe o qualsivoglia scarpa o sandalo che contribuisca al sollevamento del gluteo, i piedi diventano un tutt’uno con le fascette, le stringhe, emergono cicciottosi e gonfi obbligando al ritorno rasoterra. E di conseguenza, mal di schiena.
Se mi scordo la protezione solare, le macchie fioriscono sul mio viso come funghi in atmosfera umida. Baffo incluso.
Se opto per i fiori rischio l’effetto Botticelli.
Se scelgo abiti ampi sembro un tendone da circo.
Se scelgo abiti stretti mi sento pancerizzata, compressa, sottovuoto.
L’apice di questo senso di inadeguatezza verrà toccato comunque nelle settimane successive al parto.
I tuoi vecchi abiti sono un miraggio. Almeno tre-sei mesi di prospettiva. Se va bene.
I tuoi abiti pre-maman sono deformi. Senza l’apice vitale inclusa, senza la miracolosa rotondità, non hanno senso.
Comprarne nuovi anche peggio.
La fase è talmente tanto transitoria che non è giustificabile.
E poi la ciccia è in punti precisi e per accontentare uno stomaco/utero ammorbidito, si prendono taglie totalmente inadatte al resto di noi.
E così vai di leggins, mutande a vita alta, maglie comode, ballerine. Pre e post parto.
Sembri perennemente pronta ad andare in palestra.
Sembri sempre “quasi” pronta per uscire. Quasi.
La maglia magari è carina, ampia, neanche tanto demodè….ma sotto, sotto non ti ci sta bene niente e sembri un sacco di patate.
E poi il seno. Ampio, gonfio, di dodicimila taglie in più.
Ti cambia anche l’espressione del viso tanto spinge verso l’alto.
E necessita di tshirt, maglie, casacche, camice con costante via d’uscita.
Il massimo però sono i jeans.
I peggiori amici delle neo mamme.
Ti pressurizzano.
Creano una sorta di ciambella di salvataggio intorno al tuo corpo.
Li infili e la ciccia dal basso lentamente sale, e sale, e sale e nel mistico momento in cui stesa sul letto tiri la cerniera e allacci il bottone, ti ritrovi anche l’appendice adiposa circolare, tua best friend per i prossimi mesi.
La spingi sotto ma torna su.
Fai il conto delle ore in cui dovrai trattenere il fiato ma ti arrendi all’evidenza.
Lei è li.
Con la sua ingombrante presenza.
E se poco poco tiri su la maglietta per porgere il seno al pupino adorato, tutti, TUTTI la vedranno.
Va de retro corpo floscio.
Lascia che il tonico torni a noi.
Che i tessuti si riossigenino.
Che l’ombelico si ricollochi li, al centro del mondo.

Domani mia figlia vuol portarmi in spiaggia.
Avrei comprato un apposito due pezzi a pois sopra sotto.
Bolli, come li chiama mia madre. Bianco su nero.
Una scelta lontana anni luce dal bikini arancio con tanto di brasiliana di Michelle Hunziker.
Che non condividerà mai questo stato di abbondante euforia, di disorientamento fronte ante dell’armadio, di incredibile, magica, accettazione – prima o poi, si, succederà – di un corpo rimodellato sul nuovo ruolo di mamma.
Necessariamente più morbida. Dentro e fuori.

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Non sono mai stata una talebana dell’allattamento al seno.
Per la “tua prima figlia”, come si firma adesso Miss Paturnie 2013, mi sono armata di biberon e tettarelle e si, diciamolo con serenità, di varie tipologie di ciuccio.
Dopotutto, avere un marito che lavora in ambito prima infanzia e bambini, dovrà pur avere un qualche vantaggio.
Un bel corredino di ammennicoli lattosi, utili per tutta la famiglia in caso di allattamento artificiale, rimasto a dir poco intonso se non per le grandi bevute di camomilla con la quale, ad un certo punto, tentavamo di stimolare un benchè minimo effetto soporifero.
Niente.
Tetta forever.
Tetta in everywhere.
Tetta al vento night&day.
Scrissi già a tal proposito che, non c’è luogo scampato all’abile arte della suzione dei miei figli.
Includo anche la sagrestia nel giorno del battesimo del Lellocuordizucchero, perché, come disse padre Eg, “questo bambino piange perché ha dei bisogni,ed ora la mamma, provvederà”.
E la mamma ha provveduto.
Anche troppo, mi ha fatto notare qualcuno.
La Viko però si è staccata con serenità. Ad un certo punto, prima dei due anni ha detto, “ed ora passatemi i tortellini” ed è rimasta di quell’avviso,
La mole da campionessa di rugby lo conferma.
Mollata la tetta ha abbracciato con entusiasmo forchetta e coltello e si è dedicata con cura alla scoperta di un’alimentazione onnicomprensiva, che dai broccoli passa al baccalà, dalle verze arriva alle sogliole, senza disprezzare nuovi sapori, esotici piatti, cucine di altre culture.
Insomma, se non la arginassimo, lei mangerebbe no- stop per 24 ore. Come del resto ciucciava.
Il secondo invece, pur alla soglia dei tre anni, non molla.
Ha rinunciato alla suzione, ma al contatto non ci pensa proprio.
Le sue manine ravanano sempre li.
Gli sembra di alzare il volume della radio.
Annusa, aspira, agogna, soffre di nostalgia, sogna di essere ancora un bebè e poi si sveglia guarda malinconico la sua amata tetta.
È stato un incallito ciucciatore. Abile da subito. Nemmeno una ragade, una feritina, un ingorgo.
Il suo top lo dava al supermercato, quando collocato sul carrello, arrivava paro paro altezza seno e scandalosamente si accostava per una “toccata e fuga”.
Da quando i nostri amici hanno avuto la terzagenita poi è tutto un revival. Come vede la pupina al lavoro quatta quatta, lui ci rimugina su.
Osserva, guarda, osserva, mi guarda, lancia affermazioni sul generis “io grande, basta tetta” ma poi esige la sua dose di strofinamenti, annusamenti, contemplazioni estatiche, trance da tettomane all’ultimo stadio.
Ieri ha addirittura riesumato l’unico ciuccio che abbiamo provato a dargli – senza nessun vittorioso risultato- e ha passato la serata a girare per casa così.
Il pediatra, interpellato sulla possibilità di un attaccamento “morboso” ha sghignazzato una risposta tipo “questo è un ragazzo che ha capito tutto” e liquidato le mie ansie.
Però, lasciatemi dire che al suono di “tetta MIA, NO DI BEBÈ” ho immaginato il prossimo allattamento come un campo di battaglia.

Ahimè, ne vedremo delle belle.

Una buona domenica a tutte e ricordate, la tetta è sua e non di BEBÈ_

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