archivio

golosoni!

Stasera si cena dai suoceri. Finalmente. Dopo la lunga invernata e infornata di bacilli, salvo forfait last minute, riusciremo a riunirci tutti. I cognati grandi con Giulio e Alice, i cognati piccoli con i terrible_twins, qualche nonna single e noi.
Leggenda narra che come portata principale ci sarà del cinghiale.
Da dove sia razzolato fino alla nostra tavola non mi è dato di saperlo ma posso sopportare il peso di questo dogma e iniziare ad annodarmi il tovagliolo alla Totò.
Sono sicura che la cognata grande farà una bella teglia di verdure, molte dell’orto di sua madre, e questo mi da una grande gioia.
Mia suocera arrotolerà l’arrotolabile, siano esse fette di prosciutto intorno al formaggio, foglie di cavolo verza intorno al cotto, indivia belga sul Philadelphia.
Mio suocero avrà già lucidato il pentolone da pozione, quello che per bollire ci mette un’ora e più lo guardi e più ti snobba. Due chili di pasta ci sguazzano con serenità.
La pasta sarà: troppo cotta (mio marito), troppo salata (mia suocera), troppa (mia cognata piccola), con troppa roba (mio nipote Giulio), poco condita (di nuovo mia suocera).
Io mangerò.
Seduta.
Con calma.
Mentre mio figlio viene domato dalla nonna, sollazzato dalle zie, intrattenuto dai cugini.
Ci sarà un gran passamano di piatti: mi passi il parmigiano? Scusa, posso avere il vino? Che c’è un tovagliolo in più? La riprendi? E la confusione manderebbe in estasi Dioniso.
Arriverà lui, Mr. Cinghiale e tutti scenderemo nel muto silenzio dei mangiatori. Bocca piena, primo bottone slacciato, leggero senso di rossore sul viso.
Applaudiremo il cuoco, mio cognato piccolo, che da settimane studia ricette e prepara le giuste spezie per insaporire il selvatico zannuto.
Poi sarà il turno dei dolci.
E anche il mio.
Che son qui ancora a leccare fruste e cucchiai e a rimirare il Profiterole alla cioccolata bianca preparato per l’occasione.

In alto i cucchiai, miei Prodi e via, tuffarsi nel ripieno…

20130302-130853.jpg

Annunci

Padre Dukan, perdono. Non sapevo ciò che facevo.
Cioè, non è che non lo sapevo, ma, diciamo, insomma, ecco, presumo che, i fumi (già da soli nocivi, si, si, nocivi!) del fritto, abbiano in qualche modo influito sulla mia capacita di raziocinio.
Non ero lucida.
Non rispondevo più di me.

Anni, Padre, anni interi che non ci mettevo piede. Giuro. La prego, controlli, chieda in giro, si faccia fare rapporto dai suoi tutor. Nessuno mi aveva mai visto da quelle parti.
Padre. Io lo guardavo venir su dal nulla di quel campo e pensavo che niente mi avrebbe spinto a parcheggiare li, un giorno, o meglio, un sera, scendere e ritrovarmi d’improvviso a contare i passi che mi separavano dalla porta.
Lo stomaco era sazio. Lo yogurt e la crusca lo domavano. Ma era il naso che guidava. Impaziente, nervoso. Fiutava quell’inconfondibile odore, lo stesso di Roma, Londra, Parigi o Tokyo.
E mentre la scia invadeva abiti e ricordi, il pensiero richiamava viaggi in Costa Azzurra, tanto amore e pochi soldi; serate in campeggio, un hamburger e via in tenda, per bearsi di quella provvisoria e provvidenziale intimità; sabati dopo-cinema, un frappè e tante chiacchiere con gli amici.
Penso sia stata la nostalgia a darmi il colpo di grazia. Non la fame, non l’ingordigia. Non merito Padre di essere punita per questo.
Sapevo cosa facevo, mentre lasciavo mia figlia al tavolo della festeggiata e mi dirigevo con passo sempre più risoluto verso la cassa.
Prima ho pensato ad un caffè. La vetrina dei dolci era decisamente allettante. Una cheesecake bigusto mi occhieggiava sensuale e, per un momento capitolavo.
Poi Rue Le Littrè, noi stanchi del volo, usciamo e ci sentiamo fortunati davanti a quell’insegna. E ancora noi un’estate di tanti anni fa, con Vivì principiante al vasino, che molla il mollabile sullo scivolone gigante e fa scappare tutti i bambini e tante risate. E sempre noi, noi con gli amici, con i figli degli amici, amici presenti, amici presto andati.
Padre, li sono crollata.
E a quel ragazzetto contento del suo distintivo del mese l’ho detto, forte e chiaro:
Un Crispy Mac Bacon Menu, grazie. Con coca senza ghiaccio e patatine grandi.

20130119-171404.jpg

Fra tutte le qualità di cui un’essere umano può essere dotato, la capacita di cavarsela sempre, raffazzonando una soluzione più che dignitosa, è forse una delle mie preferite.
E non è cosa da poco.

Gli esterofili la chiamano “problem solving” e gli fa fico sia pronunciarla, scandendo bene la “ING” finale, sia piazzarla con elegante nonchalance fra le perle del loro curriculum vitae.
Coloro dotati di problem solving redigono graziose check list, evidenziano gap, plaudono plus, si sentono smart e consumano brunch di lavoro.

L’arte di arrangiarsi trova invece la sua magna espressione nella preparazione dei pasti quotidiani.

Ah! la questione che unisce intere generazioni di donne: madri e figlie, suocere e nuore, casalinghe provette e cuoche last minute.

Cosa -diamiane, diavolo, accidenti, acciderbola – cucino oggi_
???

Baratro. Un grande buco nero.
Lo sguardo inizia a vagare nel vuoto, il pensiero passa da Cracco a Gordon Ramsey – numi alari della cucina moderna- sfiora padelle, pietre ollari, wok e pentole a pressione, e si posiziona gambe aperte e salde, mani sui fianchi, davanti allo sportello del frigo.

E li, vai di check list degli alimenti che rispondono alla chiamata alle armi.

Una brava casalinga conserva in frigo un tot di alimenti perpetui. Sono li, sempre. Si subentrano l’un l’altro senza mai scindere il contratto.
Il must sono le uova. Seguono i limoni, il sedano e la carota, una bottiglia di passata di pomodoro, una maionese residuato bellico di qualche compleanno con tramezzini e sandwich, il latte, lo zovirax.

Tutto il resto è itinerante e governato dalla stagione (calda o fredda), dall’umore (resisto o divoro), dalla vita sociale (amici a cena o minestrina per tutti) e, last but not least, dalle strepitose, irresistibili, imperdibili…offerte promozionali del supermercato.

In estate, l’arte di arrangiarsi tocca il suo culmine nelle insalatone. Qualsiasi cosa di commestibile transitasse in frigo (escluso lo zovirax), si impalma sull’altare dell’amore eterno, con la lattuga.
La cena diventa un tourbillon di dadini di emmental, crostini di pane, olive, uova sode, noci di macadamia e fettine di mele verdi con aceto balsamico. E se l’insalata fa la timida, don’t worry, c’è il riso, da mangiare freddo e con la maionese, ma a parte.

In inverno la problematica richiede più ingegnose soluzioni. Che mica si può sempre sbattere due fettine in padella e lasciarle simpatizzare con il rosmarino.

In nostro aiuto vengono le zuppe di legumi e cereali. Le guardi sobbollire e pensi ad Heidi nella baita con il nonno. L’AdA impone di accompagnare con un bel pecorino stagionato (apri il frigo, controlla, ce l’hai?) e un cucchiaino di miele, che fa chic e non impegna.
E se la zuppa fa la ritrosa, dontworry, c’è sempre il riso, da mangiare in bianco e con il parmigiano grattugiato fresco sopra.

Fra le mie migliori performance sull’arte dell’arrangiarsi rientrano senza dubbio gli “stracci di maiale ai carciofi” presentati ad un pranzo di Pasqua con la suocera in matronale posizione a capotavola.
La ricetta originale prevedeva una bella arista al limone con cuori di carciofo.
Il danno fu causa della mia perenne fretta: cotta l’arista, l’affettai sottile sottile e impilai le fette in un contenitore per impiattarla poi con i cuori di carciofo al centro.
MAI ERRORE FU PIÙ FATALE!
La carne ritornò ad un unico blocco. Le fette si ritrovarono e nel calore del momento si abbracciarono promettendosi di non lasciarsi più.
Fulminea iniziai a sbrindellare le fettine accorpate, con casualità e verve creativa (per gli epiteti, pagina 777 di televideo), frullai i cuori di carciofo con l’olio e il limone, un pizzico di pepe, sale, un cucchiaio di panna fresca.
E unii il tutto.
Fu un successone.
Riempii il mio gap, mi sentii smart e salvai il brunch.

20130117-115405.jpg

Citava così, vero, lo slogan di qualche agente lievitante con tanto di putti svolazzanti.
Sarà pure vero, ma per me, chi fa dolci, ingrassa.
O per lo meno, nel mio specifico caso è così.

Guardo il pacco di zucchero semolato e sento la bilancia lanciare improperi. Con tutto che l’ho mimetizzata sopra quei canotti fucsia che sono le Crocs di mia figlia.

No, non lo fare, Padre Dukan ti scomunicherà!
Aaaargh…olio, vuoi mettere dell’olio in quella ciotola?
Ma lo sai quanto ci mette il tuo corpo a bruciare le calorie in eccesso?
Tu, mia cara, non sai apprezzare la purezza di uno yogurt magro, quel approccio acidulo, quel sapore cremoso che ti rinfresca e ti gratifica il palato senza provocare danni alla circonferenza delle tue cosce.
Dammi retta, allontanati da quella farina bianca.
B I A N C A
Ma, cioè, ma non lo hai letto?
La farina bianca fa male, malissimo. Non ti senti già un po’ svenire?
Ah…ci metti il farro, brava, cerchi di smacchiarti la coscienza.
L’ho vista che annaspava fra le macchie d’olio e i blocchi di barbabietola raffinata.
Assassina.
Tu il tuo amico colesterolo lo ascolti solo quando fa il divo in tv.
E poi, amen.

Ecco, pure il burro prendi. Ah, per lo stampo.
Donna sfacciata e peccaminosa.
Nonostante la mole, ti muovi con grazia intorno a quella planetaria.
Le uova, la cannella, il rumore ritmato delle fruste.

Una leccata all’indice e l’hai già messa in forno.
Guarda che vedo tutto. Hanno i buchi le Crocs.
Avresti dovuto affossarmi sotto i Moonboot.
Dici che non fanno pendent con il mio rosa?
Bah…poco importa. Il giro di boa è fatto.
Siamo in discesa verso la prova costume. E dopo, dopo si che ce la ridiamo, tu, io e quella palletta danzerina di tua figlia.
Rigore ci vuole. Movimento. Non ciambelloni ipercalorici (va be’ il farro è integrale…) che puoi tagliare e farcire con strati di Nutella.
No…perché, la Nutella li, è la morte sua, giusto.

Oddio, ma cos’è?
O gloriosa Astrea, tu protettrice di tutte le bilance del cosmo, non lasciare che io ceda a questo richiamo lussurioso.
Perdindirindina, è solo un ciambellone.
Posso farcela.
Numeri, giratevi dall’altra parte. Non fissate quella doratura perfetta. E tu, ago, trattieni il fiato, cuciti la bocca.

Allora senti, sciocca casalinga che trae godimento da atti di pura golosità, convoca qualcuna di quelle tue garrule amiche di merende e facciamola finita una volta per tutte.
Almeno, quest’estate avrete un argomento comune di cui ciarlare: la dieta.

Destino beffardo.
Tu mangi ed io qui, a sopportare il peso della tua incontinenza culinaria.
Ah…ma dovrà venire la prova costume…ah ah. E dopo si che avrò la mia bella rivincita morale.

Intanto, beh, che fai, non affetti?
:-)>

20130116-132302.jpg

Per addolcire questo 26 dicembre funestato dall’influenza (la mia), la terza sconfitta di seguito di mia figlia a Monopoly, e il mal di denti dello spartano, oggi ho deciso di preparare la torta Tenerina.

L’abbiamo conosciuta grazie a Roberta del room&breakfast Ai frutti di una volta Ferrara, e ce ne siamo innamorati.
Una ricetta cioccolatosa e veloce che delizia tutti, in particolare la mia amica Fede.

La ricetta che ho adottato io richiede:

200 gr di cioccolato fondente, di buona qualità
100 grammi di burro
3 uova
150 grammi di zucchero
60 grammi di farina
3 cucchiai di latte tiepido

Io sciolgo il cioccolato nel microonde per tre minuti ad una temperatura media. Una volta caldo, aggiungo il burro e piazzo mia figlia a mescolare i due composti.

Separo tuorlo e albume. Monto prima gli albumi con un pizzico di sale e una volta fermi continuo ad aggiungere la metà dello zucchero (diciamo 3 cucchiai).
Il composto diventa quasi solido.
Poi sposto il frullino sulla ciotola con i tuorli, aggiungo il resto dello zucchero (4 cucchiai) e sbatto fin quando diventa cremoso. Allora aggiungo la farina, e i tre cucchiai di latte.

Mi ritrovo con tre composti: il ciocco/burro, l’uovo sbattuto, gli albumi a neve.
Li unisco dolcemente e dolcemente li giro finche non diventa tutto bello cremoso e monocolore.

Prendo la teglia, la fodero con la carta forno imburrata e leggermente infarinata, verso il composto e via…nel forno!
in quello di mia madre cuoce a 180* per un 35 minuti.
Nel mio che è ventilato a 150* per un mezz’ora.

Comunque…dopo un po’, controllate il colore sopra.

Uscita dal forno fatela riposare e poi decorate con zucchero a velo.

Io l’ho usata anche come base per la torta di compleanno di mia figlia. L’ho decorata con una cialda di nello kitty (la perfida non passa ancora di moda!) e fiocchetti di panna montata fresca.

Adesso pesco le foto e le pubblico.

😛

Direi GNAM

20111226-172702.jpg