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mamme oggi


oggi è una di quelle giornate in cui vorrei dire tante parolacce ma non lo farò. un rosario di episodi mi hanno portato a nuotare a rana sul fondo del barile e quand’è così, ho da tacere.

le balls girano e mangio popcorn caramellati che avevo nascosto dietro ai barattoli di mais a lunga conservazione per portarli con me a vedere il terzo episodio di Bridget Jones.

oggi è una di quelle giornate che il blog è la salvezza. le parole che corrono e scorrono, escono e strabordano, esondano e splash, portano via l’amarezza, il senso di frustrazione, la pesantezza di questi giorni.

sono una cattiva madre. dopo oltre tre mesi di vacanze estive io sono una cattiva madre. non li soffro più. venitemi a salvare. miss paturnie mi ha presa per il suo taxi privato. mi chiama e mi dice portami qui, portami la, ho una vita io. lo spartano apre e chiude il frigo ingurgitando quanto di commestibile c’è dentro senza neanche alzare mai lo sguardo dal suo ipad. thelastone non si arrende all’idea di farmi caccapipì laddove sarebbe consono e io passo la giornata a pulire lui, pulire i pavimenti, buttare mutande, comprare mutande.

anche i gatti, il cane e la tartaruga non hanno un karma felice. sono in un certo qual modo turbati dallo stress familiare. il cane uggiola, il gatto si acciambella sulla pila di panni lavati e stirati seminando peli ovunque, la tartaruga sogna la california e a furia di bussare con la testa sulla vaschetta replica il Vajont in versione domestica.

sono una cattiva madre ma la mia vicina mi fa compagnia. urliamo entrambe come due ossesse. la cosa mi conforta. non sono sola in questa follia pre-scolastica. in questo lumicino di sopportazione che mi sale a sprazzi dopo oltre 90 giorni senza scuola.

la mattina è tutto un coro. alzati, dai, forza, vestiti, lavati le mani, lavati la faccia, allora, dai. alzati, dai, forza, vestiti. alzati, forza, allora. ALZATI. NON BUTTARE I CEREALI. devi fare pipì? dillo a mamma. devi fare la cacca? dillo a mamma. Allora? ALLORA? ALLLLLLORAAAAA?

e mentre gli allora, i forza, i su, i dai volano per casa come aghi di pino al primo refolo di vento, cadono bicchieri, si rovesciano bottiglie, si mollano cacchepipì ovunque ed io pulisco.

mi lamento, borbotto, strepito, scalpito, urlo, e pulisco.

sono nel pieno della sindrome di cenerentola e non mi conforta sapere che c’è un principe azzurro che mi aspetta. perché, ahimè. un altro da accudire, lavare e stirare non mi da affatto gioia.

le balls girano. finalmente anch’io ho maturato la convinzione che i social network sono la fuffa più fuffa della storia delle fuffe. aria fritta venduta a peso d’oro da fuffatori doc travestiti da gentili utenti.

blaif.

blaif.

e ancora blaif.

lascio qui ad imperitura memoria il senso di delusione cosmica che provo.

l’insieme non è la somma delle parti.

le parti dicono che un cretinetti qualsiasi fa lo scemo su instagram e ci prova un po’ con tutte quelle che, come lui, non hanno mai superato la sindrome di peter pan. io assisto allo spettacolo e da brava ragazza di mondo, osservo mentre soffriggo una padellata di affaracci miei. il cretinetti mi fa fuori perché non vado a sperticarmi in applausi. ho da pulire cacchepipì io e da lavare e stirare per il fu il principe azzurro. amen dico io, perché alle cose bisogna saper dare il giusto peso nel mondo e il cretinetti è nient’altro che un cretinetti. ma l’amica invaghita dalla personalità peterpaniana invece, quella è un’altro paio di maniche.

tra me e lei mette il cretinetti e una manciata di like ed improvvisamente mi ricorda perché l’amicizia è il più grande e il più raro dei valori.

detesto il disordine.

detesto essere trascurata.

detesto i cetrioli.

detesto le persone che entrano a piedi pari nella tua vita e poi spariscono come neanche Houdini.

detesto quelli che è tutto un grande amore, baci abbracci, sentiamoci, ti chiamo e poi il silenzio catacombale.

detesto le mamme di figlie femmine che vengono al mare con le nonne e le sorelle e sono campionesse olimpioniche dello spupazzamento della bambolina. se la passano di mano roteandola sopra sotto con lievi colpetti sul sederino pampersizzato mentre placide conversano del menù pranzo cena e intervallo.

detesto chi dimentica gli anniversari, le date importanti, i momenti condivisi, te.

oggi è una di quelle giornate no.

niente ciclo o preciclo come scusante.

semplicemente l’afastellarsi di piccole cose storte, fastidiosi pruriti dell’anima che nessuna crema consigliata da nessuna madre può far passare.

una montagna di parolacce.

le penso tutte.

vorrei, ma non posto.

 

 

 

 

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ho l’ansia a palla. il cuore che batte. venerdì 17. cose che vanno storte. uffa però. mia figlia è in piena crisi da “ho tutta una vita davanti” e mi ha preso come sparring partner. vuole studiare. non lo vuole fare. ha una vita sociale che sembra la brutta copia di una serie tv con compagne che si fanno le canne. che fumano una “paglia” di nascosto dalla madre. che si fanno il ragazzo nei bagni del supermercato dove vado anch’io a fare il pipì stop. che devono scegliere con quale mano fare…beh un lavoretto di fino. e io ascolto. e non ne posso più. io alla sua età ero una montagna di libri. e basta. ricordo feste a casa mia dove si cucinava insieme e poi si giocava a bottiglia e forse ci usciva un bacio con qualche pennellata di lingua. fermati lì. io poi ero un cesso stratosferico e quindi osservavo da dietro degli occhiali più grandi di me le mie amiche vivere i primi amori. ho l’ansia a palla. certo che sei ingrassata forte quest’anno. già. sono ingrassata. lo so. no perché lo abbiamo notato tutte e ci dispiace. no dai, vi dispiace? io invece festeggio spalmando somatoline sulle gallette di riso per una parca cena. sono ingrassata perché mangio. perché esco e se mi portano le arachidi con la pina colada me le mangio tutte e chiedo il bis. sono ingrassata perché sentivo un vuoto immenso la mattina quando mi alzavo per fare colazione e la casa non aveva più i rumori di sempre. non c’era la caffettiera sul fuoco mezza piena di caffè freddo, non c’era il tg lanciato a tutto volume. non c’erano mamma e papà. sono ingrassata perché avevo bisogno di sostanza, di un peso specifico che mi tenesse ancorata qui, per non sparire con loro. ho l’ansia a palla e i bambini litigano. volano lego. volano hotwheels e dovrei mettere mano a due lavori ma ho l’ispirazione sotto ai piedi. ieri ho accompagnato un’amica a comprare un vestito speciale. per un appuntamento speciale. molte riflessioni sull’amore. un pizzico di invida.

beh ci credo che non ti piaci. ecco. questo è stato il commento della mia amica sul mio peso specifico. la mia amica anoressica. vegana. iperpalestrata. senza mai figlie. senza mai noie. non mi piaccio ma non mi sento così inadeguata come pensa lei. piaccio ai miei figli. tantissimo. loro si che sono due personcine che vanno al sodo. e passano le mattine a strofinarsi le mani sulla mia schiena e a farmi pensare che siano i momenti più belli del mondo. non mi piaccio ma so che le cose possono cambiare. tutte. e non soccombo per una taglia in più o in meno. loro sì. loro soffrono. loro si privano e non capiscono perché io non faccia altrettanto. non comprendono di quant’altro io mi sia privata. a cosa abbia rinunciato. e a me poco importa. infilo un jeans che ancora mi sta, una tshirt pulita ed esco. ho l’ansia a palla e niente mi fa sentire meglio di un cono panna sotto, panna sopra liquirizia e menta.

 

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Un lunedì qualunque. Un lunedì lungo.
Figli a casa. Testa altrove. Ginocchia a pezzi.
Le giornate mi sembrano interminabili. La casa immersa nel kaos. La pioggia ovunque.
Primo giorno di esame per la figlia che stasera se ne esce con “stanotte ho deciso, vado a fare il classico” e poi mi chiede di segnarla al linguistico perché vuole viaggiare, lei.
Santa Coerenza prega per noi.

Il giorno fu pieno di lampi, ma ora verranno le stelle.

Ieri altro photowalk.
Borgo medievale incantevole. Pioggia che Dio la mandava. Profumo di anice in ogni dove. Soliti siparietti dei soliti buffoni che producono tanto rumore per nulla. Sonno tanto sonno.

Ho fatto 5 docce in due giorni. Cantato sotto l’acquazzone. Annaffiato le orchidee. Mangiato troppo tardi e troppo di corsa.

Non mi chiamate la mattina. Vi prego. Odio dire le bugie. Raccontarvi di un fantomatico mal di gola. Sembrare la moglie imbolsita dello Yeti.
Odio la mattina. La gente pimpante. Quelli che vogliono fare conversazione. I figli che piangono.
Lasciatemi scongelare.
Aprire gli occhi.
Capire dove sono e perché sono ancora qui.
Portatemi un caffè sul vetro macchiato con troppo zucchero e poi portatemene un altro. Lasciatemi vagolare per casa. Ascoltare il getto della doccia. Mettere a posto il cassetto dei sogni.


Sabato la casa si è riempita di vita. Mia figlia armata di teli e vademecum online della moderna OstetriCat ha assistito al parto di Neve. Abbiamo 4 bocche in più da sfamare con croccantini e scatolette.
4 pulci miagolanti e zampettanti che hanno richiamato più ospiti del circo Takimiri.
Ho cucinato arista per tutti.

Oggi ho incontrato il fratello di mio padre e ho avuto un tuffo al cuore. Per un momento era così lui. E allora gliel’ho detto e zio ha pianto per tutti e due.
Che bella figlia. (Io)
Che bei figli (loro)
E via lacrime.

Montagna dove sei?
Profumo di pino e silenzio e ciao ciao mare.
Necessito andare.
Non pensare più.
Cancellare tanto e tanti.

Ho un nuovo libro e l’amore conta.
Mi nascondo dentro.
Non cercatemi più.

 

IMG_7273certi giorni spazzano via tutto. arrivano. si abbattono e inghiottono. sono stufa marcia di questo momento che era un giorno, poi un mese, e poi è diventato un quinquennio. invecchiata. annichilita. abbrutita. uffa. senza maiuscole neanche oggi. tutto d’un fiato come piace a me con i punti che si infilano da tutte le parti e vorresti scrivere tanto e lasciare lo sguardo scorrere sulle righe e accompagnare il lettore verso un viaggio sereno…e invece no. zac. stop. taglio e ricomincio. un po’ come nel mio stile di vita reale. via i rami secchi. via le zavorre. via i vestiti stretti. e le amicizie che sono solo un dare e avere senza un briciolo di sentimento dentro. sono circondata da serpi. le sento sibilare. le vedo muoversi lente e mortali. me le sento sul collo e sul seno. sssssssss. il loro veleno è duro da macinare. da digerire. ho passato un weekend a spurgarmi come una lumaca a bagno per 24 ore prima di diventare piatto gourmet. la paura del fallimento non perdona e crea capri espiatori. ruolo che ho giocato per troppo tempo in azienda e che mi sono scrollata di dosso con piglio decisamente selvaggio. non mi rimetto il cappello con le orecchie da somaro. non mi accollo gli errori di valutazione degli altri. io non do che il meglio e pretendo altrettanto. se questo gioco va bene si gioca altrimenti ciao. volasse maggio e passasse giugno. finissero le elezioni e tutto il corollario di suoni stonati che producono. finissero le scuole e le gite e i regali alle maestre e le recite con i bambini ansiosi e piangenti e le maestre ansiose e astiose. finissero gli esami. arrivasse la montagna fatta di verde e di silenzio e di passi leggeri nel bosco. sono circondata da serpi che intingono il calamaio nella cicuta. che inneggiano la libertà di espressione e di pensiero e sono i peggiori egoisti nella storia della informazione. maleducati. presuntuosi. rumore di sottofondo. come l’acciottolio dei piatti o l’antifurto di qualche auto nel cuore della notte. non conti niente. sei solo rumore.

di persone che fanno rumore ne conosco a bizzeffe. ci sono quelle che giocano all’amica del cuore e sono tutte un baci e saluti e ohmioDiochebellaborsaprendiamouncaffèinsieme e poi a quattrocchi e davanti al primo pianto che ti fai ti dicono, senti tipo non ti appoggiare troppo che mi sgualcisci il golfino firmato che ho comprato mangiando pane e cipolla per un mese. ci sono quelli che ti chiamano e non sai perché. ti cercano e non sai perché. ti leggono. ti scrivono. e quando gli chiedi perché ti dicono che il problema sei tu. ci sono quelli che urlanosbraitanotenoreggiano. due ottave sopra la media nazionale. decidono loro per te e per gli altri. urlanosbraitanotenoreggiano che faranno ma più di quello non sanno fare. ci sono i parassiti di cui si sente solo il costante lappare delle dorate chiappe. o i fantasisti dalla sparata facile. le mamme scontente e scoglionate. e i professionisti del dolce far niente.

vaderetro a tutti voi.

specchio riflesso.

pussavia.

 

oggi spazzo via tutto. addento una crostata. mi metto la tuta. e ve ne uscite allegramente da tutti i pori.

 

Perché è sconsigliabile di perdere la testa?

Perché allora si è sinceri.

Ho trovato questa frase di Cesare Pavese mentre cercavo notizie sul ddl Cirinnà. Molti amici staranno festeggiando la legittimazione del loro legame e va bene così. L’amore andrebbe sempre accolto anche quando non è come lo vogliamo noi. L’amore muove il mondo. Le stelle. Le persone da un continente all’altro. E va guardato con rispetto perché non c’è niente di più pericoloso al mondo dell’amore. E’ indubbiamente la forza che tutto può.

Sto andando a pieno regime e anche un po’ di più. Vuol dire che ho il telefono bollente. Le chat multiple. Dormo ad orari assurdi. Mi godo la notte.

Mia figlia è sempre più votata alla chirurgia generale ed è in totale crisi mistica da matematica. Aveva deciso di imboccare la via del bosco saltellando col cestino sottobraccio. Studiare q.b. uscire e divertirsi. Lasciarsi vivere. Non aveva fatto i conti con il “sogno”, quello che ti trovi in tasca e che diventa la bussola di ogni tuo passo.

 

Quel “voglio” che improvvisamente governa ogni nostra azione.

Essendo lei figlia di tanta madre, dubito che mollerà l’osso facilmente. Ci girerà intorno per giorni e giorni e poi si butterà a testa bassa seguendo l’istinto, passando sopra ai problemi con i cingoli, spianando una strada tutta sua. Anche questo, va bene così.

“tu mi piaci tutta”. Ecco. Con questo non avevo fatto i conti. Sì la battuta, sì l’abbraccio però…il nero su bianco spiazza. E sono arrossita. E ho ingurgitato una fetta di torta al cioccolato talmente burrosa che le parole mi scivolavano da tutte le parti.

Santi numi.

“tu mi piaci tutta”. Lui mi ha detto questo. E tu? tu niente. Come sempre.

La mia migliore amica mi conosce tanto quanto il suo riflesso nello specchio.

Io niente. Io, mai.

Tu sei la donna delle parole. Glielo hai detto?

No.

Non gliel’ho detto. Ho pensato fosse difficile da spiegare. E anche un po’ umiliante da sentirsi dire.

Scusa caro. Non è che non mi piaci. Cioè mi piaci pure. Ma vedi, io non sono interessata all’articolo. Cioè, il set di pentole a casa già ce l’ho. E neanche le uso. E lo so che rido, scherzo, abbraccio, e sembro sempre così diretta, così viva, ma questa sono io e non noi. Non esiste noi.

La donna delle parole è difficile da accontentare. Una personcina frustrante che si nutre di sentimenti e poesia e sussurri fra i capelli. Qualsiasi cosa di fisico passa attraverso il setaccio della coscienza (non si fa!), della fiducia (spogliarmi? chi, io?), della passione (Oh, sì!) che c’è o non c’è. E da me, non c’è mai.

Quando le mie compagne di università saltavano da un letto all’altro, io ero soprannominata Iceberg. Loro si divertivano così. Io mi divertivo ad ascoltare le loro storie. Io volevo la mia. Intera. Totalizzante. A tutto tondo.

Sono troppo perbene per un “tu mi piaci tutta”. Troppo esigente. Anche troppo vecchia, in questo caso. E mi dispiace. Perché mi farebbe bene un po’ d’amore. Mi servirebbe proprio.

Quando mio figlio mi bacia mi sento invasa dalla tenerezza e penso a quanto già odio quella che lo avvolgerà nella sua vita e lo porterà via. Mi resterà il ricordo delle sue manine sui miei fianchi, del suo baciarmi ancora e ancora ogni volta che glielo chiedo, del suo spalmarmisi addosso come fosse marmellata sul toast.

 

un tu mi piaci tutta detto così fra un magnum classic e una torta al cioccolato non è facile da digerire. Ci vuole un mega bicchiere di citrosodina per buttar giù i pensieri impuri, un no comment politico che sa tanto di picche e una valigia in soffitta dove nascondere qualche rimpianto di troppo. Apri, butti dentro, chiudi. Non è successo niente.

eventi meritevoli di nota:

lo spartano è andato a vedere la sua futura classe. Non ha incendiato nulla. Ha capito che dovrà star seduto. Alla domanda com’erano le maestre? la risposta è stata “tutte strane”. Ok. Passiamo oltre.

ho comprato un paio di scarpe rosse perché non possono mancare un paio di scarpe rosse nell’armadio di una donna delle parole. Fanno tanto Mago di Oz.

ho superato 1000 like su instagram con una foto che si porta dentro tutta l’intensità di quel “tu mi piaci tutta”. la fotografia cattura i sentimenti. Non ci piove.

detesto le persone che mi detestano. Tipo la mammacagacazzodellaclassedimiofigliolassistentedelmiodentistaeunpaiodipersoncinequaelasparpagliatefralaboriaelapuzzasottoilnaso.

Domani all’alba sarò in spiaggia a fare foto. A respirare il mare. A pensare a un mi piaci di troppo che scioglie la neve come fosse sale.

 

 

 

ho una vita semplice. marito. figli. casa. cane. gatto e tartaruga.

ho scremato gli amici. ho tolto la superficie come la pellicina che fa il latte quando è troppo caldo e sotto è rimasto il meglio.

ho una serie di fan. dentro al blog. fuori dal blog. che bello. ogni tanto ricevo qualche messaggio davvero emozionante. e più che scandalizzarmi, formalizzarmi, genuflettermi e fustigarmi, vivo come piccole gioie il fatto di piacere ancora a qualcuno. come persona intendo. nella mia interezza. da donna a donna. o anche da qualche uomo che non ha paura di passeggiare per le stanze del cuore, in comode ciabatte.

l’intimità ai nostri tempi è un dono raro. per me poi più che mai. perché vengo da una famiglia di quelle all’antica, sono estremamente pudica e sempre eccessivamente controllata. neanche l’alcool giova. io non è che allento la presa. io improvvisamente dormo come un angioletto.

come mi ha fatto notare qualcuno un po’ di tempo fa, a me serve il metodo “muro” per ogni cosa. per dire, fare, baciare. mi serve un muro. e qualcuno più forte di me che mi ci spinga.

sono diventata pigra. più pigra che mai. e me ne sbatto di dire, fare, baciare. ho altro da sognare. altro intorno al quale far girare il mio tempo.

palliativi. mi sono data ai palliativi. alle cose neutre. poche viscere. tanti sorrisi. conversazioni da ascensore. le ultime persone con le quali ho scambiato qualche commento fuori dagli schemi mi hanno guardato come fossi l’unico bicchiere d’acqua nel deserto o, al contrario, hanno pensato che fossi ubriaca d’amore.

e dire che io non bevo quasi mai. non mi espongo quasi più. mi diverto a guardare con quanta facilità le persone si lasciano o stanno insieme solo per i figli. si ritrovano innamorati ma non lo dicono. si sposano pur avendo l’amante da un anno. si tatuano il viso della moglie sul braccio e poi lo coprono con il disegno di una natura morta.

la mia è una vita semplice. pochi vizi. qualche virtù. e ieri, primo di maggio, mentre aspettavo 15 amici per pranzo, qualcuno mi ha portato un biglietto non rimborsabile per il futuro e io non l’ho preso. ho lasciato partire il treno senza di me.

perché, come ha detto la mia saggia figlia, io non ho bisogno di rimpiangere i treni che passano. il treno sono io. io decido dove andare. e per chi spalmarmi di pritt l’adiposo stomaco e ricoprirlo di pelo.

ho rotto il telefono. come da prassi. e con la scusa della campagna elettorale le persone mi chiamano alle otto della mattina senza scomporsi minimamente se rispondo con la voce di una che è stata fino alle tre di notte a farcire panini per la figlia che va in gita. senza curarsi minimamente del tono da pavarotti con la faringite e della difficoltà di mettere in fila per sei col resto di due le parole necessarie ad una normale conversazione.

ieri ho ricevuto persone in pigiama. proposte in pigiama. treni che passano in pigiama. e sono rimasta nervosa tutto il giorno. e ho sbranato il marito di una mia amica, predicatore solitario della sana alimentazione macrobiotica. fatto a brandelli. sminuzzato al punto che ho temuto che i gas prodotti da tutti i macrobioticisti del mondo si riversassero per vendetta su di me e mi lasciassero senza fiato per sempre.

qui giace per aver difeso strenuamente e fino alla fine sua maestà la bistecca.

non sono stata una buona padrona di casa. anche se avevo ragione (del resto, ho sempre ragione 😉 avrei dovuto glissare sulla presa di posizione e scivolare via come di consueto.

a volte dimentico di avere una vita semplice. da brava mammina. moglie amorevole che controlla se le carotine che i bimbi mangiano a scuola hanno conservanti o meno.

a volte sento la brughiera portare le voci e sento il cuore nella tormenta e Heathcliff. Heathcliff, dove sei?

 

 

 

 

 

 

 

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Il tramonto era così bello ieri che invece di andare a fare la spesa sono andata in spiaggia.
Il vento portava il profumo del mare e nonostante l’aria, era indiscutibilmente una tiepida serata di primavera.
Ho scattato qualche foto. Ho riempito le scarpe di sabbia. Ho guardato con una leggera nostalgia le coppie che passavano tenendosi per mano.
I colori del cielo sembravano innaturali e un anziano armato di bastone bussava tutte le porte dei casotti alla ricerca del bagno. Mi ha ricordato papà. Ho buttato il pensiero fra le onde. Sono andata via.

È stata una settimana a incastro. Mille cose da fare. Persone da vedere. Problemi. Ho un ginocchio che se potesse parlare griderebbe pietà ma stamattina sono andata a zumba. Avevo ancora i colloqui di ieri da buttar fuori. Ho sudato. Ho smaltito la rabbia di non poter dire davvero quello che penso. Della scuola. E di mia figlia in quella scuola.
Ciò non toglie che mi farei volentieri di voltaren. Che mi fanno male anche gli addominali e che anche per quest’estate punterò tutto sulla simpatia.
Anche se, inizio a dubitare anche di lei.
Mia figlia dice che sono stronza.
E io non mi sento di darle torto.
Non sento (più) il bisogno di piacere a tutti.
Anzi.
Ho quasi il rigetto degli altri.
E mi rifiuto di assecondare la sequela di ego espansi che attraggo come calamite.
A volte, semplicemente, scivolo via.
Non mi concedo.
Non creo occasioni.

Non che sia motivo di orgoglio. Ma non reggo più certe relazioni. Certe schermaglie.
Ho solo bisogno di affetto.
Di risate.
Di tramonti che ti riempiono gli occhi e di parole buone.
Sto bene come sto. Senza più l’ansia del posto al sole. Del chilo di troppo. Dell’improvviso cambio di programma.

Mi resta addosso il famoso “una come te” che mi obbliga uno standard di intelligenza che a volte vorrei non avere.
Una come te capisce.
Una come te ha la soluzione.
Una come te si rialza.

La maestra di mio figlio butta là fra una maglietta per la recita e la chiusura per far posto ai seggi che forse soffriamo di SDA. E vede nel forte attaccamento dello spartano a me un suo possibile e futuro deficit di apprendimento.
Non sarà niente.
Incasso. Porto a casa.

Mio marito, dopo aver detto che l’amore non esiste 21 anni dopo di noi, è stato sequestrato ad una riunione agenti per tre giorni, contagiato da una malattia esantematica tipica dell’età pediatrica, e poi si è perso dentro al suo iphone nuovo.

Il pediatra dei miei figli mi chiede fra un’ascultata e l’altra _a sesso come andiamo_ e suggerisce che io faccia incetta di tanga di pizzo.

Siamo di nuovo in campagna elettorale. Sono di nuovo dentro. Le aspettative sono alte. I tempi stretti. Le sfumature ben oltre cinquanta.

Suggerisco a certi lettori anonimi di chiamarmi personalmente se hanno voglia di vedermi. Noi donne vicino alla menopausa soffriamo della sindrome _nessuno mette Baby in un angolo_ e siamo per la platealità di certi sentimenti. Non c’è niente dentro questo blog che dia risposte più esaustive di me. Basta chiedere.

Mia figlia mi chiede come sai quando sei innamorata.
Entro in cabina.
Metto le cuffie.
Rispondo.
Sei innamorato quando vedi l’altra persona in tutto. La riconosci nelle canzoni. La ritrovi nelle frasi di un libro. E il suo pensiero ti suona dentro come una musica che non vuoi mai smettere di sentire. E annulla tutto il resto sovrapponendosi a ciò che fino a quel momento eri.
Improvvisamente anche il tuo cuore cambia ritmo. E accelera se si prospetta l’occasione di un bacio.

La risposta è piaciuta.
Aspettiamo il bacio.