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mamme oggi

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Eravamo in treno. Era caldo d’estate e buio di notte. Non eravamo soli. C’erano altri con noi. Ma fu lì che Gianluca mi baciò. Il primo bacio. Lungo. Abbracciato. Lo ricordo ancora con infinita tenerezza. Ricordo lo sferragliare sulle rotaie e la voce che chiamava stazione dopo stazione. Tornavamo da Genova. Tornavo a casa dopo la mia prima vacanza da sola. A casa d’amici. A casa sua.
Fu il primo bacio ma non l’ultimo e quello dei miei tredici anni fu un bellissimo agosto. Mare. Concerti. Cinema all’aperto. Amore. Non ricordo perché finì. Lui tornò a Genova. Io restai. Lui restò il fratello della mia amica. Io tornai a scuola.
Capitò di rivedersi. Ma non capitarono più baci. Ci furono abbracci, e domande che suonano sempre un po’ imbarazzanti. Che fai. Con chi stai. Come stai. Affetto. Ma nulla come quelle ore in treno, nella penombra della notte illuminata dalla luna d’estate. Stretti. Ragazzi.
Il mio primo bacio compie trent’anni e mia figlia si è dichiarata. Ha preso il suo piccolo cuore e un paio d’etti di fegato e  gliel’ha detto. E poi si è pentita. E poi ha pianto. E poi ha capito che lui le vuole bene ma non tanto quanto lei. E le ha fatto male. Ed è andata in crisi.
Mamma, che faccio.
Mamma, e adesso lui lo sa.
Lo sa.
E non ama me.
Che parola grande AMORE a tredici anni. Che parola grande AMORE anche dopo i quaranta.
Dopo trent’anni da quel primo bacio. Quando ancora, sentire un cuore che batte insieme al tuo, ti toglie il fiato.
Sarà forse per il ricordo di quello scompartimento, di quel viaggio verso il mare, che amo il treno. E capisco mia figlia. Il rischio che si è assunta con quel “mi piaci” buttato lì dopo oltre un anno di attesa. Io non ne sarei stata capace. Non lo avrei mai fatto. Sarei andata avanti. Avrei perso un’occasione.

Per questo, mi inchino davanti a lei. Alla sua meravigliosa fiducia nell’amore.

AMORE, che grande parola AMORE.
A tredici come a quarant’anni.
E provarci.
Rincorrere treni.
Dire.
Fare.
E addirittura baciare.

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Thanks to my friend Paolo Carlini

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Insonnia e vento forte.
Colpa di una chat dal sapore piccante che mi sono regalata stasera con un’amica.
E forse anche del raffreddore.
Il post di oggi non trovava corpo.
O forma.
Un po’ come la mia vita in questo intervallo di tempo.
Continua a non trovare requie pur nella sua immobilità.
Eventi meritevoli di racconto quasi nessuno.
A parte un cielo davvero strabiliante dall’alba al tramonto e la brioche al pistacchio nella quale ho trovato conforto a colazione.
Prosegue il trend negativo nella prole under 6. Tafferugli. Tranelli. Pianti e urli ad oltranza.
Il gatto è spesso vittima della situazione. Il cane ha imparato la lezione e si tiene lontano dai due barbari in miniatura.
Miss Paturnie non brilla in simpatia. Continua a detestare il suo prof. di storia che la ricambia con lo stesso astio e qualche ignobile 6 per punizione.
In compenso ha scelto la sua scuola e
iniziato il countdown al lancio verso la sua nuova vita da liceale e pittrice neoromantica.
So già che ne vedremo davvero di tutti i colori.

L’amore invece è stato rimandato a data da destinarsi.
Non c’è tempo.
Non c’è voglia.
A volte proprio non c’è.
Come ieri quando mi è caduta addosso mezza cucina, ho rotto due piatti, staccato il tubo dell’acqua, allagato due stanze e passato la mattina a raccogliere vetri, acqua e quella fila di pensieri e parole che avrei voluto dire ma non potevo. Pena il declassamento da cara moglie a classica rompiballe.
Ce ne faremo una ragione.

Nel frattempo ho fatto un patto con Morfeo e stanotte farò sogni belli.
Magari incontrerò il Duca Bianco e annegherò nella sua bicromia mentre canta per me ancora una volta.

E allora, ciao insonnia.
Chiudo gli occhi.
Mi lascio cullare dal vento.
Mai elemento mi fu più caro, stasera.

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Ciao Duca!

Sabato. Gennaio. 11 gradi.
Lavatrice rotta.
Figlio tre in disallineamento planetario con frigni e pianti.
Figlio due in totale estasi da lego nuovo.
Figlia uno lost in translation.
Gatto scampato dalle fauci del cane.
Stiamo tutti bene insomma.
E domani è domenica.
Mamma farebbe bollire il sugo con la gallina dentro e papà staccherebbe un pezzo di pane fresco per farci scarpetta.
Le campane dei Salesiani chiamerebbero a messa ed io con le mie 500 lire di carta andrei a comprare le figurine.

Nel 1989 avevo 16 anni, ero innamorata di un ragazzo del 4° che ho rivisto poco tempo fa stempiato e imbolsito.
Dal 1989 _when Harry met Sally_ è il mio film.
Perché c’è l’amore con tutti i suoi errori, i suoi pregiudizi, i suoi tempi così lenti, i suoi giri incoerenti.

E oggi è proprio un giorno da _Harry ti presento Sally.
Un sabato impaziente.

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_Adoro il fatto che tu abbia freddo quando fuori ci sono 25 gradi. Adoro il fatto che ci metti un’ora e mezzo per ordinare un panino. Adoro la piccola ruga che ti si forma sul naso quando mi guardi come se fossi matto. Adoro il fatto che dopo aver passato una giornata con te, possa ancora sentire il tuo profumo sui miei vestiti. E adoro il fatto che tu sia l’ultima persona con la quale voglio parlare prima di addormentarmi la notte. Non è che mi senta solo, e non c’entra il fatto che sia Capodanno. Sono venuto qui stasera perché quando ti rendi conto che vuoi passare il resto della tua vita con una persona, vuoi che il resto della tua vita inizi il prima possibile_

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Ho visto cose che voi donne senza figli non potete neanche immaginare.
Madri pubblicare foto con pargoli sorridenti dopo 15 giorni (QUINDICIGIORNI) di vacanze natalizie e scrivere stati allucinati del genere “amore mi mancherai” “come farò senza di voi?” Faccina triste. Due punti, trattino, aperta parentesi.

I miei figli dopo aver devastato casa, spostato il ritmo sonno-veglia di almeno 4 ore, fatto cadere il nonno in trance con maratone di cartoni animati, trincato litri di latte come se non ci fosse un domani, ridotto il gatto a chiedere asilo ai vicini, questa mattina al sorgere del sole sono stati debitamente accompagnati a scuola, colazionati, grembiulati e salutati.

Nessun rimorso.
Lacrima.
O senso di amorevole assenza.

Consapevole del silenzio di casa dopo due settimane ininterrotte di mammamammamamma ad ogni ora del giorno e della notte, per ogni minimo episodio del quotidiano vivere, dopo il Deo Gratias è scattata l’atto liberatorio per eccellenza:

cantare come una rock star.

Gratificante. Energizzante. Come sempre un po’ folle e ridicolo.

Ma dopo QUINDICI giorni sepolti in casa fra lego, cartoni di Natale, mamma ho perso l’aereo e crocchette di pollo anche a colazione, agguantare una spazzola e assumere la posa da animale da palcoscenico è l’unica cosa che ti può salvare.

E tanti baci alla maestra da parte mia.

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Mia figlia mi chiede sempre di farmi un tatuaggio.
Non si capacita del come io sia potuta arrivare alla mia età intonsa.
Forse perché mi vede sempre diversa dalle altre mamme. Forse perché suo padre è tatuato e ogni tanto minaccia di tornare a casa con un drago su tutta la schiena. Forse perché sa che qualcosa di indelebile in me c’è e vorrebbe vederlo palesato, comunicato urbi et orbi.
Ma no.
Nessun tatuaggio.
Nessun segno.
Resto irremovibile.
Ogni volta che apre quel discorso io le ricordo che sono stata già marchiata da cose ed eventi.
Ho tante di quelle smagliature che spingerei al suicidio metà staff della Somatoline o Relastyl.
Ho un bacino che dopo il terzo parto va per conto suo.
Ho cicatrici di quelle che solo chi è stato bambino negli anni ’80 può avere. Ferite cucite con uno spesso filo nero che mai potrò dimenticare.
Perché quand’ero ragazzina io si stava in mezzo ai campi, ci si rotolava con la bicicletta, ci si spalmava la tintura di Iodio o la polvere di penicillina e si tornava per strada. A ridere. A vivere.
Non voglio un tatuaggio.
Voglio libri.
Voglio lettere.
E parole scritte su biglietti.
Voglio dichiarazioni d’amore scribacchiate su tovaglioli di carta al pub.
Cartoline di auguri ad ogni Natale.
E post_it di scuse lasciati sotto al cuscino.
O magari un bel graffito sotto qualche ponte.
Quelle sono le tracce di me che preferisco.
I segni degli altri che mi piace conservare.
Ho scatole intere di parole.
Scritte da persone che hanno in qualche modo attraversato la mia vita.
Ho scatole intere di me.
Diari segreti e autocensurati.
Agende piene di biglietti del cinema o del museo, di scontrini di ristoranti o bar.
Ho sempre conservato tutto.
Per anni.
E ne ho memoria. E mi intenerisco a ritrovarli. Rileggerli. Accarezzarli con gli occhi e col cuore.
Perché oggi, sono ormai cosa rara.

Quando nacque Vittoria, mio marito mi scrisse un biglietto che conservo ancora in una scatola di latta.
Quando nacque Leonida mi mandò un sms. Bello. Lo ricordo ancora. Ma chissà in quale sim è andato a finire.
Con il terzo non scrisse nulla. Scelse di fare due tatuaggi.

Anche oggi sono riuscita a distribuire bene le mie parole.
Quelle tenere e semplici per i bambini.
Quelle irriverenti e intime per un’amica.
Quelle aspre per una sciocca commessa che non sa fare il suo lavoro.
Quelle futili e superflue per i pallonari di turno.
Quelle adulte e responsabili per mio padre.
Quelle sussurrate in una preghiera a mia madre

Mi sento già tatuata.
Ho già il corpo pieno di parole e frasi e segni e sogni.
Non ho bisogno di ali o frecce o mongolfiere o farfalle.

Sono già li.
Nel cuore. Irremovibili.

Un giorno, impazzirò come l’Alda.
Inseguendo immensi amori, lievi creature, teneri ricordi.

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_È Natale e sui Navigli, come in centro a Milano, non si riesce più a entrare nei negozi: i magri o i lauti stipendi consentono a tutti una ressa ingenerosa alla ricerca di una felicità che non c’è, o che almeno non si compra.
Io quest’anno ho spento le candele: tutti mi hanno invitato, ma quella notte non farò nulla di diverso, nulla che io non faccia sempre, proprio come quando ero bambina; al limite si cambiava stanza, si andava dalla camera al tinello per vedere se era arrivato Gesù, e per mangiare il panettone, che allora si chiamava “el pan de Toni”…
Ma oggi Milano si affanna a cambiare faccia, ad abbattere le nostre vecchie dimore per apparire moderna, così i rifacimenti delle case hanno abbattuto anche noi, gli anziani.
C’è una bella poesia dialettale che dice “fai piano, ogni volta che dai un colpo al muro lo dai al mio cuore…”.
Casa: quanto la ami a Natale!
Ricordo quando, sempre bambina, persi la mia, abbattuta anche quella: allora c’erano le bombe, ci rifugiammo chi nelle risaie e chi nei paesi limitrofi, dove tutti eravamo un po’ degli stranieri. Nei granai la sera recitavamo il rosario su dei pagliericci di fortuna, poi di giorno si andava nelle cascine in cerca di pane, in breve… si mendicava dai contadini abbienti.
Oggi, invece, che abbiamo una casa non abbiamo più quella cortesia e quell’amore dei contadini. Io dormivo con una vecchia che ogni notte pregava la morte che la venisse a prendere, e avevo paura. Ma come bambina ho dovuto accontentarmi.
Adesso che sono un’anziana poetessa… continuo ad accontentarmi.
Ma ripenso con nostalgia a quei Natali solenni, quando la mamma faceva enormi presepi, metteva le figurine dei pastori e i laghetti di specchio. Ci facevano trovare il carbone, alle volte, ma eravamo contenti lo stesso: poi, dietro il carbone, c’erano sempre tre caramelle. Però era arrivato Gesù, era questo che importava, vedere che sulla paglia del presepe qualcuno aveva deposto il bambino. E si pregava, si pregava insieme davanti a quella statuina, ignorando che il piede lieve della mamma era andato lì di notte per deporlo… Allora ignoravamo tutto della vita, anche il mistero della nascita, un evento che per noi cadeva dal cielo. La Madonna non appariva sorpresa, neanche San Giuseppe, e noi piccoli eravamo in un regno di favola bello che abbiamo perduto. Ci dimenticavamo dei doni e stavamo piuttosto a guardare quel bambino appena nato domandandoci se aveva freddo, ma la mamma ci diceva che aveva l’amore della Madre… Ecco, forse anche in tarda età chi mi scalda ancora nelle notti di solitudine è l’amore della mamma, che io amavo tanto e che credevo che, come Maria, non sarebbe mai morta.
Sì, si può morire d’amore per un uomo, ma quello che mi fece impazzire, forse, fu quella porta chiusa di mia madre dolcissima, che io credevo eterna, come tutti i figli. E mi sono resa conto, a un tratto, che non avevo mai ascoltato i suoi lamenti tanto ero giovane. Ma quanto si paga la giovinezza! Anch’io, come le mie figlie, quando andavo a casa sua le portavo via gli oggetti più preziosi perché… nella mia casa sarebbero stati bene, e una madre si fa sempre derubare. A lungo andare morì, senza chiedere mai niente, ma era così felice della nostra gioia che forse non morì veramente mai. L’abbiamo derubata, ma soprattutto – e sembra un eufemismo – avremmo voluto (che Dio mi perdoni) portarle via quegli occhi, così verdi, così dolci, così innamorati di noi. Sono passati decenni da quei Natali e ancora cerco l’odore dei mandarini o del bollito, che si mangiava solo quel giorno. Erano i nostri doni. Oggi invece si tende a saltare il Natale, si va direttamente all’arrivo dei Magi, ai doni, la nascita quasi non esiste più, forse perché le nostre donne non sanno essere madri. E i bambini, tra televisione e futili regali, sono i più grandi emarginati del nostro tempo: abbiamo rubato loro l’infanzia e la religiosità della vita. 
Mi si chiede cosa vorrei trovare questa notte sotto il presepe: la mia Barbara, la mia Flavia, le mie figlie che mi furono tolte quando una maestra, assistente sociale, trovando che la casa non era ordinata me le portò via. Sono sempre stata una disordinata perenne, ma avevo quattro bambine felici alle quali suonavo le “nenie” di Natale. Andando in solaio ho trovato le mie vecchie famose poesie tutte imbrattate delle loro figurine: giocavano con le mie grandi poesie! Io non ho pianto su queste, ma su quelle figurine sì. Loro non sapevano cosa vuol dire genio, conoscevano solo due parole: mamma e bambino. Il mio presepe privato_

Alda Merini
“Avvenire”, Natale 2006

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Elisabeth: E si può dire che sia un evento irreversibile?
Darcy: Senza dubbio! Perché me lo domandate.
Elisabeth: Per decifrare il vostro carattere Signor Darcy.
Darcy: E che avete scoperto di me.
Elisabeth: Molto poco. Sento cose troppo diverse su di voi, sono oltremodo confusa.
Darcy: Mi auguro di fornirvi maggior chiarezza in futuro.

“Orgoglio e pregiudizio” resta insieme a “Se questo è un uomo” uno dei libri che, almeno una volta l’anno rileggo.
E nei giorni di raffreddore e pioggia funziona come coperta calda e brodino di pollo per anime inquiete.
Mi piace tutto ma più di tutto mi piace Mr. Darcy in quel suo uomo tutto intero che è sempre più raro incontrare.
Scavalcati i pregiudizi e accantonati gli orgogli, Mr Darcy non teme la dichiarazione,  improvvisa e sfrenata. E porta a casa un picche di un certo rilievo. Ciò non gli impedisce di prendersi comunque cura degli affetti di Elizabeth dimostrando coerenza con i sentimenti dichiarati (se ti amo, ti proteggo) e capacità di cambiare. Prima pensavo questo di te, ma poi tu mi hai stregato l’anima.
E niente é come prima.
E tutto è come dev’essere.

Questo fa l’amore vero.
Ti strega l’anima.
Ti libera dai condizionamenti.
Ti addomestica.

Un bacio al giorno #5 Darcy&Elizabeth

Darcy: Signorina Elizabeth, ho lottato invano, ma non c’è rimedio…! Questi mesi trascorsi sono stati un tormento, sono venuto a Rosings con lo scopo di vedervi, dovevo vedervi, ho lottato contro la mia volontà, le aspettative della mia famiglia, l’inferiorità delle vostre origini, il mio rango e patrimonio, tutte cose che voglio dimenticare e chiedervi di mettere fine alla mia agonia…
Lizzie: “Non capisco!”
Mr. Darcy: “Vi amo con grande ardore”

https://youtu.be/L5MaMNw1640