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no woman no cry

quando il cuore fa male, serve il minestrone. serve la pazienza del tagliare le verdure e poi farle scivolare nell’acqua. serve il borbottio della pentola che bolle e dell’odore che via via invade casa.

quando il cuore fa male, serve una tazza di thè, la pioggia fuori, il gatto addosso.

le persone attraversano la vita con superficialità. entrano. si prendono pezzi di te ma non hanno il tempo o il modo di ascoltare tutto il racconto.

le persone promettono. cose alte come montagne, bianche come la neve, potenti come il primo bacio.

promettono più che per te, per loro. ed è questo il vero problema.

quando il minestrone bolliva ed io facevo i compiti, mia madre mi insegnava che non si fanno promesse che non si possono mantenere; che se si prende qualcosa in prestito, lo si deve rendere; che la vita è fatta di scelte e niente è immune al dolore; che l’orgoglio è il primo nemico dell’amore.

ho imparato tutto. ogni lezione spiegata sbucciando piselli e pelando patate, l’ho vissuta sulla mia pelle.

ho accolto l’arte del perdere. tutto. tranne forse la dignità. anche se, in fin dei conti, a calci me ce l’hanno presa.

non prometto nulla ma faccio sempre il possibile per dare tutto. 

ho raggiunto un’età in cui conosco l’amore cosi bene che so già il punto preciso in cui il cuore curverà lanciando il mio buonsenso in un precipizio.

quando il cuore fa male mi manca mia madre da morire. mi manca essere amata senza condizioni. essere baciata sulla testa. accarezzata nel sonno.

mi manca lei che mi dice che tutto passa. spalle forti. via camminare.

fuori piove e il coperchio continua a tenere il tempo.

il profumo del minestrone ha coperto qualche nota nostalgica.

quando il cuore fa male bisogna lasciarlo pigro sotto il suo piumone di ricordi. cullarlo con i piccoli sogni. ricamarci le iniziali dei grandi amori.

una spolverata di neve.

e via.

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quando mi cerchi, fosse anche solo con il pensiero, immaginami davanti.

io sono sempre davanti a qualcosa.

potresti trovarmi davanti alla scuola ad aspettare uno dei tanti figli che ho messo al mondo  nella speranza che un giorno diano un serio contributo alla diffusione della pace e dell’amore.

oppure davanti ad un caffè mentre distribuisco chiacchiere da ascensore e buongiorno di cortesia.

potrei essere davanti ad una vetrina a guardare cose che poi cercherò su amazon perché sono pigra e adoro il furgoncino del corriere che arriva e mi consegna una scatola per me. mi fa sempre tanto Natale.

la mattina, spesso sono davanti alla tomba dei miei genitori. in un posto che mai avrei pensato di amare. eppure mi conforta. arrivare. portare i fiori. cercare perdono. sentirli ancora vicini.

quando sono particolarmente incazzata in genere sono davanti al piano della mia cucina d’acciaio che tiro a lucido il lucido. che strofino. e poi strofino ancora fin quando i pensieri si smussano e tutto torna a brillare.

non ho paura neanche di stare davanti ad una scelta. la testa in automatico mi seleziona il flag. il più delle volte quello giusto. almeno per me. almeno in quel momento.

dire che sto davanti al mac o ai fornelli o alla lavatrice o al banco frutta e verdura è poco poetico ma fa parte della mia quotidianità.

e in questa mia quotidianità, nonostante tutto, ho sempre trovato il bello.

così quando mi cerchi e io invece sembra di no, pensami persa nella mia vita dove tutto è in disordine e ogni cosa è al suo posto, dove tutti si appoggiano e io tengo botta, dove gli anni passano e i desideri restano ed io sono sempre sul filo di un’apparente stabilità emotiva.

più di ogni altra cosa, comunque, pensami davanti al mare. che respiro. che scatto. che fermo il tempo ed i pensieri.

 

 

 

 

 

Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto non ne abbia già vissuto.


Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle e le prime le ha mangiate velocemente, ma quando si è accorto che ne rimanevano poche ha iniziato ad assaporarle con calma.
Ormai non ho tempo per riunioni interminabili, dove si discute di statuti, norme, procedure e regole interne, sapendo che non si combinerà niente…Ormai non ho tempo per sopportare persone assurde che nonostante la loro età anagrafica, non sono cresciute.
Ormai non ho tempo per trattare con la mediocrità.Non voglio esserci in riunioni dove sfilano persone gonfie di ego.
Non tollero i manipolatori e gli opportunisti. Mi danno fastidio gli invidiosi, che cercano di screditare quelli più capaci, per appropriarsi dei loro posti, talenti e risultati.
Odio, se mi capita di assistere, i difetti che genera la lotta per un incarico maestoso. Le persone non discutono di contenuti, a malapena dei titoli. Il mio tempo è troppo scarso per discutere di titoli.

Voglio l’essenza, la mia anima ha fretta…
Senza troppe caramelle nella confezione…
Voglio vivere accanto a della gente umana, molto umana. Che sappia sorridere dei propri errori. Che non si gonfi di vittorie. Che non si consideri eletta, prima ancora di esserlo. Che non sfugga alle proprie responsabilità. Che difenda la dignità umana e che desideri soltanto essere dalla parte della verità e l’onestà.

L’essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta.

Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle persone…gente alla quale i duri colpi della vita, hanno insegnato a crescere con sottili tocchi nell’anima.

Sì… ho fretta… di vivere con intensità, che solo la maturità mi può dare. Pretendo di non sprecare nemmeno una caramella di quelle che mi rimangono…Sono sicuro che saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora.
Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza. Spero che anche il tuo lo sia, perché in un modo o nell’altro ci arriverai.

Ecco. La mia anima ha fretta. Ho come l’impressione che il giro in giostra sia finito. Niente divertimento. Niente montagne russe. La quiete prima del tramonto.

E blaif! E chi la vuole la quiete? 

Io voglio i sentimenti. Le viscere. Una sporta di emozioni che rotolano come arance sul tavolo della cucina quando torni dalla spesa. 

E voglio la pioggia. L’aria carica di elettricità. Il rumore del vento e le persiane che sbattono. Il profumo nell’aria. L’aria nuova che c’è dopo il temporale.

Voglio l’essenza. Tu no?

giravo intorno a questo post da giorni. l’ho già scritto e riscritto centinaia di volte. luglio lo sapevo che sarebbe arrivato. e sapevo che avrei dovuto combattere con i fantasmi dello scorso anno. chi dice che l’assenza pian piano si attenua sbaglia. l’assenza resta e pesa sul cuore come non mai. dell’anno scorso ho ricordi indelebili. chiudo gli occhi e sono ferma su un vicolo con alcuni amici. sono stata a zumba in spiaggia.  mio marito mi ha fatto uscire un’ora. la mia ora. e posso correre e ballare e far finta che il dolore al ginocchio che mi porto dietro da mesi, non esista. far finta che mia madre non stia morendo su quel letto d’ospedale che due uomini hanno portato e montato a casa nostra una calda mattina di primavera. chiudo gli occhi e vedo l’ambulanza ferma a casa. è caldo. caldo da morire e sono sudata e affannata. ho i bimbi in macchina. la spesa. e mia madre ha chiamato l’ambulanza. sta male. vuole ricoverarsi. non sa che i medici mi hanno detto che non la possono trattenere più. che le sue campane per me hanno già suonato. così urlo e sbraito e vorrei piangere e spaccare qualcosa come nelle mie migliori performance da bisbetica indomata e invece niente. chiamo i suoceri che mettono il muso perché facevano la siesta pomeridiana. chiamo mio marito. invoco il padre eterno e seguo l’ambulanza fino all’ospedale. stiamo lì. io sono sudata e affannata e anche affamata. mangio la prima cosa piena di grassi saturi e olio di palma del distributore e aspetto. sento già che sto ingrassando ma faccio finta di niente. non mi importa di me. non mi importa più niente. potrei sparire, morire, esplodere. non se ne accorgerebbe nessuno. un qualche mio ologramma sul quale dare pacche sulle spalle e dire “ma sei forte tu” sono certa che si paleserebbe. ci rimandano a casa dopo ore e ore di sala d’attesa. mia madre non respira più. io non faccio che trattenere il fiato e i liquidi. chiudo gli occhi. entro a casa. è sempre un caldo infernale e mio padre ha attappato un water non so cosa. c’è acqua di fogna dappertutto. l’idraulico smonta il bagno. è dramma. chiamo l’italspurgo. mi armo di crocs secchi, palette e stracci. infilo dei guanti. metto i bimbi in una safe zone a guardare il camion dalla finestra. l’odore è nauseabondo. passo due ore in ginocchio a raccogliere liquame. il tizio dell’italspurgo mi guarda impietosito. ecco, è luglio e ho i capelli bianchi e incollati ovunque. sono a bagno nella nostra pipùpupù e chissà cos’altro. sono sola. in un mare di merda. la mia amica barbara mi ha detto che le faccio paura. che non mi riconosce più. così dopo un suo film mentale esposto via whatsapp ha alzato bandiera bianca verso la mia situazione poco trendy, divertente, o meglio, troppo impegnativa. e c’eravamo tanto amati. sono sola. chiamo l’ambulanza. non vuol venire. mia madre piange. mio padre bestemmia. è caldo. un caldo da morire e io denuncio tutti. vi denuncio tutti. animali senza cuore. arrivano due ambulanze e un’auto medica. me la portano via. e dire che dieci minuti fa ero al mac con mio figlio. arrivo in ospedale. un ospedale nuovo. mia madre indossa la sua camicia rosa di sempre. quella che profuma non so perché di fiori. le hanno messo la maschera per la ventilazione artificiale. non parla. è in piena crisi. mi fanno firmare per la morfina. autorizzo. e so. so cosa vuol dire per lei. la spengono. come si fa con la tv. una macchina vecchia. stiamo ore a parlare fra un respiro e l’altro. ci teniamo per mano. io piango. lei no. ci diciamo ciao. mi mandano via. ho caldo e sono sudata. nell’obitorio invece fa un freddo boia e mi hanno lasciato tutti sola. mio padre ha scelto mio marito come oggetto transizionale. devono chiudere la bara. devono chiudere uno dei capitoli più belli della mia vita. che sia un volto amico a farlo mi conforta ma non mi asciuga le lacrime. sono sola. ho caldo. salgo in auto. mi piovono addosso tanti di quei ricordi che potrei rimanerci sotto. mia madre al mio fondamentale di inglese il primo anno di università. mia madre con le guance in fiamme che non riesce ad annodare la cravatta di papà al mio matrimonio. mia madre che scopre la maternità attraverso me. mia madre alle tre di mattina, due caffè e qualche fetta biscottata.

ho girato intorno a questo post per giorni. non volevo pensarci. pensare allo scorso anno. al dolore della perdita. all’assenza. alla mancanza di amore che ho accumulato in tutti questi mesi. alla ciccia che ho messo su. guardatemi. esisto. ci sono. perchè non mi vedete?

ieri la mia ex-amica mi ha fermata e da un metro di distanza come se ci separasse un vetro mi ha attaccato un bottone. uno qualsiasi. un discorso da ascensore. un sorriso a mio figlio.

forse pensava che dopo un anno avessi in qualche modo elaborato la rabbia, avessi imparato a convivere con il dolore. sì. certo. sono sopravvissuta. ho seppellito mia madre. e poi ho seppellito mio padre e adesso so tutto di funerali, successioni, lapidi, diritti di tumulazione etc etc. so tutto di come far correre due ambulanze e un’auto medica. so leggere la risposta di una tac. so dare il giusto peso alle presenze e alle assenze delle persone intorno a me. io non conto poi molto. loro neanche. questo ho imparato. che sono sola. rotta. a pezzi. irreparabile. e comunque sono io.

ho perso di vista l’amore pur conoscendolo, pur sentendolo. ho perso e  me ne sono fatta una ragione e come mi ha detto un amico l’altra sera questo è il mio punto di forza. essermi spezzata e poi ricomposta. aver sparpagliato le mie viscere ovunque. avere spalmato i miei sentimenti come burro tutto intorno alla mia rete salvifica. amatemi. fatevi amare. aiutatemi. fatevi aiutare.

senza veli. senza finzioni. senza tempo da perdere. con violenza a volte.

luglio per me sarà sempre caldo. troppo caldo. caldo da morire. caldo che sudi e la maglia ti si appiccica al cuore e le lacrime si asciugano sul viso. e mi manca mia madre. e mi manca mio padre e mi manco anch’io. persa troppo dolore fa. e mi sento sola. e vorrei sparire. sciogliermi come un cubetto di ghiaccio nella coca cola fresca. lentamente. salire su fra le bollicine.

invece resto. sono qui. l’insieme che non è più la somma delle parti. e ho caldo. e io detesto il caldo. detesto le assenze. chiudo gli occhi. sono tutti morti. eppure è ancora tutto così vivo. così vero.

sabato sarà un anno che è morta mia madre. e poi mio padre. 6 mesi. il tempo passa. le ferite restano. gli amici se ne vanno. i temporali arrivano.

dio benedica la pioggia. e certi abbracci speciali. che durano tantissimo e tu puoi perdertici dentro e quasi quasi non tornare più.

 

La donna forte ha bisogno di affetto e protezione come chiunque altra. Perché quasi sempre quel “lei è forte” significa solo “lotta da sola

Paulo Coelho

 

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Prima di parlare con gli altri addormenta la tua belva segreta

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Alda Merini

L’altro giorno un amico social mi ha detto che le donne della mia età sono le migliori.
Le  ventenni non fanno testo.
Le trentenni sono tutte omologate, tutte figlie dello stesso danno genitoriale.
Siamo rimaste noi.
Quelle uscite dalle pagine colorate e un filo pop dei libri quindici.
Le quarantenni.

Io ho amato molto il passato decennio. Ho vissuto tantissimo. Lavorato. Messo al mondo figli e progetti. Sono cresciuta.

Sono stati anni densi. Trottati. A volte rincorsi. Ma non è da me l’elogio alla lentezza. Io sempre tutto e subito.
Ogni cosa. In pieno festina lente. Assaporo. Sono viva e a contatto con ogni cosa ma, gente, mi affretto. Dai. Non si può non vedere la soluzione. È lì sotto agli occhi. No?

Molte volte sono stata fraintesa.
Io brucio. Salto. Arrivo al nocciolo. Non mi piacciono le sovrastrutture. I ghirigori. I preliminari. Andiamo. Facciamo. Amiamo.

Voglio l’essenza. Il sangue. Le viscere. Perché è ciò che vedo. E non mi fanno paura. Anzi. Mi fa paura il contrario. Il tergiversare. L’aspettare. Il girare intorno come gli squali.

Bisogna mirare dritto.
Nessun danno collaterale.
Al centro. Nel cuore delle cose.

Non piaccio a tutti. Of course.
Alcuni non sopportano di darsi. Non reggono l’intimità. Altri hanno fatto dei problemi irrisolti il loro business. Non cercano le soluzioni. Vogliono solo restarci ammollo. Nuotarci. Produrre energia negativa con la quale annaffiare tutto intorno.

Cordialmente, detesto.

Il mio decennio di lacrime e sangue non mi ha lasciata indenne. Ha presentato un conto salato.
E ho pagato ogni cosa.
Perchè non sono una da debiti, io.

Così alla fine ho chetato la sete di verità. Della ragione ad ogni costo. Ho fatto pace con lo specchio anche se mi preferivo due figli fa. Ho messo a cuccia il macellaio e le viscere.

Ho freddo. Spesso. Perché non mi affanno come prima.
C’è un qualcosa che mi consuma ma non è più esplosivo.

Ad un certo punto sono cresciuta e dal machete sono passata al laser.
Non serve fare tanto rumore per nulla.
Quando le cose non vanno si recide.
Si taglia il filo al palloncino.
Si lasciano volare via cose e persone.

A quarant’anni la leggerezza è la forza del volo. Se non ti liberi non sarai in grado di salire su.

Avere un punto di vista diverso. Nuove prospettive.


Com’eri a 32 anni? Alla mia età.

Non dimenticherò il vento sulla faccia. L’odore di terra tutto intorno. Le aspettative. Questa domanda.

A 32 anni ero più bella. Meno amara. Più crudele. Rumorosa. Avevo tante ancore a tenermi salda.
Nessun piano di volo.


Ho tagliato le cime.
Buttato le zavorre
Preso la responsabilità con me.
Imparato a volare.

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Io te vurria vasà – sospira la canzone,
ma prima e più di questo io ti vorrei bastare
come la gola al canto e come il coltello al pane
come la fede al santo io ti vorrei bastare.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei bastare.
Io te vurria vasà – insiste la canzone,
ma un po’ meno di questo io ti vorrei mancare,
più del fiato in salita,
più di neve a Natale,
più di benda su ferita,
più di farina e sale.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare.
Io ti vorrei bastare

.

Erri De Luca

A  volte dimentico le cose nel microonde. Le metto a scaldare e poi le abbandono lì. Lo faccio anche con i vestiti. Li compro. Li appendo e poi aspetto un’occasione che non arriva.
Li ritrovo spesso con l’etichetta intonsa. Profumano di nuovo ma sono già vecchi.
Succede anche con certe persone. Non fai in tempo ad affezionarti che li hai già    archiviati in rigoroso ordine alfabetico sotto la voce “delusioni”.

Ho la sindrome dell’anno dopo. Ripenso al 2015 e mi sento soffocare. Mi sento Pinocchio uscito indenne dallo stomaco della balena. Sputata via. Frastornata dalla permanenza in un habitat non familiare.

Così mi lavo. Docce su docce.
E lavo ogni cosa mi capiti sotto mano.
Ho bisogno di fare pulizia.
Di buttare via. Tagliare ancora.
E sono felice che piova.
Che l’estate arranchi. Che si respiri ancora vento e nuvole.

Non sono in pace con me stessa.
Sono ancora arrabbiata.
In linea con i violenti acquazzoni del periodo.


Oggi guidavo e ho sentito una canzone di Tiziano Ferro che associo fortissimamente a un momento. A una persona. Ho provato profonda nostalgia e pentimento per le occasioni lasciate.


Se qualcuno pensasse di conoscere intimamente Elizabeth Bennet solo perché Jane Austin ha scritto di lei su Orgoglio e pregiudizio si sbaglia.

Se qualcuno pensasse di assistere ad un intervento a cuore aperto da dietro un vetro, sbaglia di nuovo.

Ciò che noi troviamo nelle storie degli altri è qualcosa che ci appartiene tanto quanto.
È già in noi. Chiuso li. Non lo esprimiamo. O magari lo esprimeremo in maniera diversa. Ma c’è.

Ci si affeziona alle storie. Ai personaggi. Alle persone. Anche ai cani. A quanto porta con se un pezzo di noi.

Dio benedica le affinità elettive, le assonanze, la corrispondenza di amorosi sensi.


E la notte. Il suo silenzio. Le finestre spalancate. Il profumo dell’estate.
I temporali in arrivo.

Non cucinavo granché. Pranzavo a mensa. Cenavo con i miei.
La mia vita ruotava intorno al mio lavoro.
I miei vestiti.
I miei amici.
I testosteronici di turno.
Tutto nella norma.
Tutto li.
Poi improvvisamente mi sono trovata a casa.
Con due figli.
Con tre figli.
Con due anziani.
Con due malati.
Con pranzi e cene e lavatrici su lavatrici.
Ho nuotato a rana sul fondo.
Apnea.
Bolle.
Obnubilamento.
Addio.

Mi ha tenuto a galla la ciccia.
Oh si.
Quella ciccia di cui mi lamento sempre.
Per cui oggi guardavo una metà del mio armadio a sei ante e pensavo che devo buttare via tutto.
Giacche e gonne così belle e con così tanti ricordi addosso che mi sembra di buttare via un pezzo di me.
Benvenuta vita alternativa.
Lo so che ce l’hai con me perchè ti considero una seconda scelta.
Perché preferivo Milano al Paesello. 12 ore fuori casa alle 6 lavatrici quotidiane.
Che ci posso fare se la casalinghitudine non fa per me?
Tutte queste donne che parlano di altre donne e di altri uomini che non sono i mariti e di cosa fai per pranzocenamerendaeCapodanno?
Fregaunkaiser a me.
Non mi frega un tubo dell’olio di palma, dei semi macrobiotici, dei vegani e della frutta biologica. Ho fatto vent’anni di mensa fra università e lavoro. Avrò ingoiato famiglie di cimici pensando fossero zucchine.
Io sto bene quando lavoro.
Quando progetto.
Quando non dormo e tutto tace.
Tutti tacciono.
Le casalinghe si annoiano e molti uomini si offrono come passatempo.
Che grasse risate.
Se ho del tempo io leggo.
Non sto a sollazzare l’ego di qualche perdigiorno.
Detesto i trastullatori.
I nullafacenti.
I cazzeggiatori.
Il tempo è prezioso.
Il tempo è tutto.
E il mio tempo deve produrre.

Oggi nuoto con grandi bracciate nella nostalgia.
Sento fortissima l’assenza di mia madre.
E nonostante non sia in zona ciclo, mi si continuano a riempire gli occhi di lacrimoni.
Mi manca e non so cosa darei per rovesciarle sopra tutte le mie paure e poi farmi abbracciare.
Mi manca e non so con chi parlare.
Così non parlo più.
Converso.
Sono sempre più abile nel tenere graziose conversazioni con le viscere impacchettate con la carta paglia sotto il banco del macellaio e una montagna di parole vuote e leggere a riempire il silenzio.
Vorrei qualcuno che mi stringesse. Mi stritolasse. Mi accorpasse al suo se’ per non essere più solo io. Perchè sono stanca. Stanca da morire.
E invece continuano tutti a chiedere.
E io continuo a dare.
Perché in questo sono brava.
A dare.
Ad amare.

Piove. Sarà per questo che scivolo via come una goccia sul parabrezza. Scendo veloce. Mi espando. Divento pozza. Poi lago. Poi mare.

Nuoto lontana.
Non torno su più.