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piccoli mozart crescono

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Mia figlia mi chiede sempre di farmi un tatuaggio.
Non si capacita del come io sia potuta arrivare alla mia età intonsa.
Forse perché mi vede sempre diversa dalle altre mamme. Forse perché suo padre è tatuato e ogni tanto minaccia di tornare a casa con un drago su tutta la schiena. Forse perché sa che qualcosa di indelebile in me c’è e vorrebbe vederlo palesato, comunicato urbi et orbi.
Ma no.
Nessun tatuaggio.
Nessun segno.
Resto irremovibile.
Ogni volta che apre quel discorso io le ricordo che sono stata già marchiata da cose ed eventi.
Ho tante di quelle smagliature che spingerei al suicidio metà staff della Somatoline o Relastyl.
Ho un bacino che dopo il terzo parto va per conto suo.
Ho cicatrici di quelle che solo chi è stato bambino negli anni ’80 può avere. Ferite cucite con uno spesso filo nero che mai potrò dimenticare.
Perché quand’ero ragazzina io si stava in mezzo ai campi, ci si rotolava con la bicicletta, ci si spalmava la tintura di Iodio o la polvere di penicillina e si tornava per strada. A ridere. A vivere.
Non voglio un tatuaggio.
Voglio libri.
Voglio lettere.
E parole scritte su biglietti.
Voglio dichiarazioni d’amore scribacchiate su tovaglioli di carta al pub.
Cartoline di auguri ad ogni Natale.
E post_it di scuse lasciati sotto al cuscino.
O magari un bel graffito sotto qualche ponte.
Quelle sono le tracce di me che preferisco.
I segni degli altri che mi piace conservare.
Ho scatole intere di parole.
Scritte da persone che hanno in qualche modo attraversato la mia vita.
Ho scatole intere di me.
Diari segreti e autocensurati.
Agende piene di biglietti del cinema o del museo, di scontrini di ristoranti o bar.
Ho sempre conservato tutto.
Per anni.
E ne ho memoria. E mi intenerisco a ritrovarli. Rileggerli. Accarezzarli con gli occhi e col cuore.
Perché oggi, sono ormai cosa rara.

Quando nacque Vittoria, mio marito mi scrisse un biglietto che conservo ancora in una scatola di latta.
Quando nacque Leonida mi mandò un sms. Bello. Lo ricordo ancora. Ma chissà in quale sim è andato a finire.
Con il terzo non scrisse nulla. Scelse di fare due tatuaggi.

Anche oggi sono riuscita a distribuire bene le mie parole.
Quelle tenere e semplici per i bambini.
Quelle irriverenti e intime per un’amica.
Quelle aspre per una sciocca commessa che non sa fare il suo lavoro.
Quelle futili e superflue per i pallonari di turno.
Quelle adulte e responsabili per mio padre.
Quelle sussurrate in una preghiera a mia madre

Mi sento già tatuata.
Ho già il corpo pieno di parole e frasi e segni e sogni.
Non ho bisogno di ali o frecce o mongolfiere o farfalle.

Sono già li.
Nel cuore. Irremovibili.

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Ci fu un tempo in cui fui anch’io madre di figlia femmina.
Tempo di trecce ed elastici colorati, di gonne di tulle e maglioncini con le paillettes.
Le madri delle femmine non sanno ciò che vuol dire avere figli maschi.
Entrano da H&M e fanno strage di cerchietti e coroncine, di collant laminati e calzine a pois.
Le loro bambine andranno a feste e cerimonie vestite come meringhe e resteranno intonse e immacolate per almeno tre quarti dell’happening.
Le più vezzose oseranno mollette di strass sulla testa o fiocchi di velluto intorno alla vita. Alle recite avranno sempre un ruolo più o meno da protagonista e si lasceranno immortale da padri gonfi e tronfi in pose plastiche che premettono un futuro da Miss Qualunque cosa ma datemi fascia e corona. Me le ricordo recitare poesie di Pasqua e Natale dondolando il busto e ammiccando a tutti gli auditori presenti; bussare sulla spalla della maestra per informarla della marachella di qualche scalmanato compagno; sedersi composte a tavola, posarsi il tovagliolo sul grembo e aspettare il proprio piatto.
Finché fui una madre di figlia femmina sotto i dieci anni mi sentii una madre fortunata.
Poi arrivarono i maschi.
I demolition men.
I caterpillar formato domestico.
E fu la fine.
La mia bella casa sembra costantemente uscita da un uragano e in ogni stanza spunta una traccia della maschile presenza. Se non è un’auto è un trattore, se non è un pallone, trattasi di montagna di lego in bilico.
Sei al parco, ti giri e lo trovi a brachette calate che annaffia le piante. Sei a cena con gli amici e sotto al tavolo c’è più gente che sulle sedie. Gli metti un bermudino a scacchi, una camicia bianca e un papillon e dopo mezz’ora lo trovi infangato fin sulle mutande.
Quando gioca è tutto un Vrrrrrrrrrrr Fssssssssssss Moooooomoooooomooooooooomoooooooooo o un bumbumbum di martelli e cacciaviti, attacca stacca.
Fare la spesa diventa un’impresa titanica. Voglio un’hotwheels. NO. Voglio un’hotwheels. NO.Due etti di crudo. Per favore. Voglio un’hotwheels. NO.Voglio un’hotwheels. NO. Ace, ammorbidente, sale grosso. Voglio un’hotwheels. NO. Mamma, mi compri l’ovetto? No. L’hai gia mangiato. Ah. Allora…Voglio un’hotwheels. NO. Per favore 1/2 kg macinata. Voglio un’hotwheels. NO.Voglio un’hotwheels. NO. Mamma, allora mi compri l’ovetto. No. L’hai già preso. Grazie! È sì è un bambino vivace. Mamma, mi compri l’ovetto? No tesoro. Guardi prendo anche il petto di pollo. Amore, stai qui. Lascia stare tuo fratello. Non mordere. Grazie. Mamma, mi compri l’ovetto? Oppure un’hotwheels. Dai. Dai. Dai.
I figli maschi stanno alle madri come le emorroidi al proprio deretano. Sono un pezzo di te. Intimo. Profondo. Ma LASCIATEMELO DIRE anche fastidiosissimo. Sono estensione della madre per secoli e nei secoli amen. Restii all’autonomia vincolano la propria indipendenza alla capacità organizzativa della donna che hanno al proprio fianco. Maaaaaammaaaaadovesonoicalzini?lemutande?ilibri?…
TESOROOOOOdovehaimessolacamiciabianca?hairitiratotulagiaccainlavanderia?

Le madri dei maschi vivono il ruolo materno come una missione.
Rendere la protuberanza un adulto tutto intero.
Confidenze poche.
Complicità poca.
Coccole e bacini e mammatuseilamiaprincipessa, sí.
E poi.
Mazzi di fiori di campo raccolti tornando da scuola.
Montagne di disegni con cuori e camion.
Sassi, insetti, jeans strappati e mani sempre sporche. Il quotidiano.

Un giorno crescono.
E si innammorano di una vestita come una meringa.

E portano via con se’ quel profumo di sole nei loro capelli, quelle mani sempre pronte a cercarti, quelle risatine senza fine. Portano via un pezzetto di te.
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Ho chiamato i rinforzi. Lo faccio raramente. Ma il week end è stato pesante. Nonostante il sole splendente e il profumo di primavera noi siamo rimasti a casa, funestati da un virus virulento che prima ha decimato la classe dell’asilo dello spartano e poi ha deciso di trasferirsi in famiglia. Ed ecco palesarsi i nonni. Carichi di doni come i Re Magi, in anticipo sulla tabella di marcia che prevede il soffio delle mie 41 candeline (un lampadario, in sostanza) domani. Il cadeau si compone di tortina con portatorta adatto anche al microonde, pianta (e non fiori recisi) con vaso in ceramica fucsia e busta rossa contenente carta stampata dal Conio. Eccellente. Se non fosse per i pellegrinaggi miei e dello spartano da qui al bagno e dal bagno al letto sarebbe un buon lunedì. Se non fosse per quest’occhio sinistro dove ho l’insistente percezione di avere qualcosa dentro, ma non è così, sarebbe davvero un buon lunedì. Se non fosse per il telefono di mia figlia distrutto dal suo professore di musica in un eccesso di enfasi contro l’uso improprio dei cellulare in classe (lei cercava un fazzoletto nella tasca del piumino), sarebbe senza dubbio un buon lunedì. Ma. E’ difficile mantenere un costante malumore in giornate di primavera così. Il sole è caldo. Gli alberi colorati, l’aria tiepida. Le persone sembrano diverse con l’arrivo delle belle giornate. Escono con leggerezza dall’inverno e da situazioni pesanti. Mia figlia ha scritto “primavera di vento e fiori”. Che bella immagine ho pensato quando l’ho letto. Posso quasi sentirne l’odore. E invece la sua insegnante l’ha trovato incomprensibile. Cosa vuol dire “cinquanta primavere di vento e fiori?” e cosa sono “gli autunni, cinquanta e rossi”? Professoressa, io volevo solo scandire il tempo, le stagioni, gli anni e augurare buon compleanno alla nostra dirigente con i ricordi più belli. E invece no. Non si fa così. Non si sottolinea che compie 50 anni. Il tempo è il tempo. Le stagioni sono le stagioni e tu questa poesia non la presenti. Già trovavo imbarazzante che l’insegnante chiedesse ai suoi alunni di fare degli auguri per la dirigenza. Già trovavo irritante che non apprezzasse quei pensieri naif che i ragazzini avevano scritto e li correggesse ad  uno ad uno infarcendoli di “lei che tutto può, tutto cambia, tutto insegna, tutto vede”. Figuriamoci prendere un elaborato scritto con piglio creativo, punteggiatura con licenze poetiche e rime baciate, stampato con tanto di cornicetta di fiorellini su foglio marmorizzato e considerarlo impresentabile. La detesto questa scuola che rende i nostri figli pecoroni e accusa noi genitori di non fare abbastanza per loro. Detesto andare ai consigli di classe, sentire come vengono ingabbiati, incasellati “troppo vivaci” ” non scolarizzati” “incontenibili” e non poter rispondere come sarebbe opportuno. Detesto questo appiattimento delle competenze che pone un tetto fatto di numeri, che schiaccia qualsiasi iperbole, che stabilisci tempi di apprendimento e modi, che non tiene conto della Primavera, della gioia di vivere, di ridere, di scoprire. Non solo quello che è sui libri, o sui sussidiari scelti dagli insegnanti.

Tramortiti da programmi obsoleti, annoiati da una scuola lontana anni luce dal mondo che è fuori, privati della loro creatività se non per quelle due misere ore di arte, valutati quotidianamente a suon di numeri, e senza mezze parole, eccoli i nostri figli alle scuole Medie. Che non si chiamano più Medie ma secondarie. Farà più fico? chissà.

Possono dare di più. Lo chiedi a me? io sono la mamma. Controllo che la mattina sia vestita in maniera decorosa, che abbia fatto colazione, si sia lavata i denti, abbia la merenda, la borsa per ginnastica, che sia tutto ok con le sue amiche, che sia pagata la quota del pulmino, che i suoi quaderni e i suoi libri siano in ordine in camera. Sono la mamma. Non posso studiare per lei. Posso ascoltare la poesia che ha scritto, posso suggerirle un verbo, posso spiegarle una metafora. Ma poi sta a lei scrivere. A lei comporre. A lei esporre.

Sta a lei vivere. La sua vita. E faccio già tanta fatica a volte a non urlare perché la sua, di vita, non è proprio come io la vorrei. Ti ci metti anche tu?

Possono dare di più.

Lo so. Ho 41 anni domani. Io lo so. Ora, adesso. Dopo tre figli, tutte le scuole che ho fatto, il lavoro, le delusioni, le riconquiste. Lo so. L’ho imparato.

Da adulta ho compreso. Che sì, i ragazzi possono dare di più. Ma anche tu insegnante puoi fare di meglio. Davvero. Puoi non portare le tue frustrazioni a scuola, puoi lasciare fuori le tue sconfitte, puoi evitare di rispondere “anch’io devo divertirmi” o anche “io i compiti non glieli correggo”.

Tu puoi fare la differenza. E credo anche che valga la pena.

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Tempo.

Benedetto tempo.

Tempo bello. Piove. Poi c’è il sole. Magari un accenno di primavera. Tuona. E si alza il vento e il ricordo di un un bacio rubato tanti anni fa.

Manca il tempo, quello manca sempre. Ma il sentimento invece no. Provato magari,ma c’èancora tutto.

Ascolto “stand by me” cantata da John Lennon e i ricordi e il futuro si accavallano uno sopra un altro come panni stirati e impilati con cura.

Succedono le cose. Improvvise arrivano e portano novità. Vento di novità allora. O magari è la solita vecchia storia.

Prendi una piccola idea, e la metti in circolo perché in fondo è quello che ti viene meglio. Pensare qualcosa. Volevi o no diventare un’art director tanti troppi anni fa?

E l’idea cresce e arriva a coinvolgere milleseicento persone. Troppe. O forse ancora troppo poche. Non so. Non mi serve neanche saperlo. Per me i numeri sono solo segni grafici. Belli da vedere. Da sentire.

Voglio dire, non è bellissimo quando pronunciate “nove”? Nove, sì, proprio lui. Nove.

Nove è un maschio. Indubbiamente. E non sa di No. Di negazione. Sa più di qualcosa di nuovo. E c’è quella bellissima lettera V e le due sole sillabe. NO VE. Tac. Parola detta.

Amo il Nove anche se mi sono sposata in un caldo otto otto novantotto (inutile cercare di aprire la mia valigia, non è questa la combinazione). Una ridondante data totalmente in balia del simbolo dell’infinito.

Per dirla tutta non disdegno neanche il sette. Sette nani, sette mari, sette giorni della settimana, sette spose per sette fratelli, e il suo multiplo: ventuno.

Stoppo la divagazione numerica dicendo che, nonostante quest’affezione al carattere dei singoli numeri della loro nostalgica presenza sui quadernini della mia infanzia sotto forma di tavola pitagorica, io li detesto.

Cordialmente. Li odio, e non li capisco. Non ci lego. Non ci prendiamo. Non ci vado proprio d’accordo.

Se sono a dieta odio i numeri della bilancia. Se guardo l’estratto conto i numeri spesso mi fanno piangere, e poi… diciamocelo, i voti, espressi in numero sono un incubo che ti perseguita anche in anni non sospetti.

Per me le feste riuscite non sono quelle con folle osannanti il tuo nome. I siti migliori, come pure i blog, non sempre hanno i follower più numerosi, e le aziende dove è più bello lavorare non sempre sono le più grandi.

Eppure, per una straordinaria coincidenza, lungo la mia strada trovo sempre persone che invece sembrano vivere per loro. Due mie care amiche sono insegnanti di matematica. La mia best friend lavora nell’ufficio tributi, e non c’è raro essere a tavola circondati da bancari.

BRIVIDO.

Loro i maledetti numeri li devono vedere. Li sommano. Li analizzano. Li abbinano a nomi e volti.

No. Non fate per me. Io sono una donna ALFA. Amo tutte le lettere dell’alfabeto. Dalla A alla Z passando a quelle accentate, alle famose XYW così inusuali nella nostra lingua vera. E le font poi. Belle, calligrafiche. Che lasciano le maiuscole svolazzare o le minuscole diventare così dignitose, spiritose, cicciotte o molto, molto narrow.

Oggi vado elucubrando e voi mi perdonerete perché era tanto che non scrivevo e le cose che vorrei dire sono ammonticchiate come quelle due o tre lavatrici che ti sogghignano dal cesto dei panni.

Allora vado con le ultime notizie dalla famiglia, come scrisse un giorno il mio amato Pennac.

Il bebè cresce e riconosce ormai tutta la famiglia. Regala sorrisi in formato poster ed è caduto vittima di una dermatite atopica che mi costringe ad ungerlo con creme e oli al punto da renderlo quasi scivoloso. Rischia sempre di sgusciarmi dalle mani così lo agguanto in prese che neanche un lottatore di catch oserebbe.

Il fratello a volte lo sopporta e lo bacia e lo accarezza a volte lo detesta con tutto il cuore. Le sue sono trappole mortali. Mamma guarda, è nato. Sì tesoro. Lo so. Mamma, gli faccio le coccole. Guarda mamma. E zac. Fulmineo gli pizzica una guancia o gli graffia la testa.

Non c’è scampo. Si muove lesto e silenzioso. Infido. Studiato. Micidiale.

La sorella è sempre più immensa. Larga. Lunga. Con dei piedi di almeno due misure più di me. E occupa spazi da quasi adulta con serenità. A scuola ingombra. Parla troppo. Interviene con davvero tanta enfasi. Esuberante. Pesante.

Però è di una tenerezza incredibile. Una tenerezza paragonabile solo alla sua incapacità di introspezione. Mi domando. Ero anch’io così?

Una mamma si fa sempre delle domande di questo tipo. Sarà come me. Avrà preso da me? Sarà grassa come lo sono stata io? La mortificheranno come hanno fatto con me. La spianeranno. Le uccideranno l’autostima. E quei ragazzi. Un giorno si innamorerà e capirà che il cuore si rompe. I sogni si spezzano. Le amicizie vere sono rare e che la vera unica felicità nasce dentro di te. Non la trovi da nessun’altra parte.

Introspezione. Guardarsi dentro. Lasciar galleggiare i sentimenti, saper gestire le pulsioni, organizzare i sogni.

Oh mio Dio. Non ce la faremo mai. Non ho messo al mondo una figlia ma un caterpillar.

Ha più grinta di me. La vende a sacchi. La presta alle compagne. Contagia.

Prestami un cerotto per il cuore figlia mia. Tu che hai il sole dentro. Lasciami il tempo di digerire certe sconfitte, ricordami di guardare il lato più bello di questa nostra vita.

Sai, hai ragione. Sei grassa, ma sei davvero “figa” come dici tu. E mia è la colpa di volerti diversa. Di legarti ad uno stupido numero, ad un parametro, un dato. È colpa mia che scordo quanto si possa essere felici un pomeriggio chiuse in camera fra smalti e pensieri spensierati.

Ecco. Sono le otto. Ora di cena.

Mamma scendi?

Mamma, mi senti?

Mamma.

Mamma scende. Mamma ti sente. Mamma ti porta nel cuore Sei grande e grossa. Più grande di me. Migliore di me. Ma nel mio cuore ci stiamo ancora comode comode.

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È solo quando ti ritrovi a farfugliare qualcosa in camera di tua figlia e a borbottare come una vecchia caffettiera che ti rendi conto che è davvero troppo tempo che non aggiorni il tuo blog.
Si sono succedute cose su cose e il tempo per postare non arrivava mai.
In compenso, sotto la doccia, in uno di quei momenti in cui lo scroscio dell’acqua copre urla, lamenti, porte che si aprono e richiudono, gente affamata che reclama il rancio, bebè con crisi astinenza tette, beh…in quei rari momenti ho concepito post bellissimi.
A mente li ho scritti tutti corredandoli anche di foto.
Ho parlato del biglietto di Natale che abbiamo fatto con la pila di panni di casa e del B&B. Un giro di luci e via. Ho accennato della decadenza di mia madre. Ormai assegnataria di una sedia a rotelle e di una bombola d’ossigeno 24 ore al giorno. Ho raccontato della recita di Natale e della rocambolesca fuga del Tato dal palco con lancio alla Morgan (e per gli appassionati anche di Joe Black in School of Rock) verso il pubblico di genitori gonfi e tronfi come tacchini nel giorno del Thanksgiving. Tutto per raggiungere me.
Ho costruito un post polemico dedicato alle mamme che,vi prego, passatemi il termine, zoccoleggiano in giro e lasciano la prole a casa per il loro spritz con le amiche. Si, una volta può capitare. Ma perchè farne un’abitudine? Perché mettersi i tacchi, le gonne parochiappa, il rossetto rosso Boccadirosa e non invitare tuo marito o compagno che sia? I tuoi figli ti vedono. E agiscono di conseguenza.
Poi mi sono permessa di dilungarmi anche nel raccontarvi il Battesimo. Li è stato quando, per errore ho usato lo shampoo di mia figlia,che, non perde mezzo grammo ma coltiva la sua leggerezza di spirito postando su fb foto dei suoi nuovi capelli ultra lisci, effetto di una contropermanente doppia. Uno shampoo così schiumoso che tre lavaggi non bastano e si fa in tempo a ricostruire la giornata dall’arrivo trafelato in chiesa con dieci minuti di ritardo e occhiata inceneritrice del Parroco, al taglio della torta doppia farcita crema chantilly e nutella.
Una giornata magnifica. Una cerimonia intima. Tanti amici. Tanto amore. Almeno il mio c’era tutto.
Certo, con voi che siete state così carine da esplicitarmi via mail una certa nostalgia dei miei raffazzonati scritti, avrei condiviso anche quella serie di emozioni che ho provato mentre decidevo chi invitare chi no. Chi escludere e chi rendere partecipi.
Mai senza un pizzico di dolore.
Certo. Si fanno le somme delle amicizie. Quelle presenti. Quelle che hanno retto. Quelle che si sono rafforzate. E quelle che, invece, sono state inghiottite dall’orgoglio, dalla mancanza di tempo, dall’assenza di un vero sentimento.
E questo passaggio mi avrebbe portato a sconfinare nei ricordi. Riaprire la valigia della press officer di grande azienda con piccola testa e bla bla bla. Che noia. Mi annoio da sola. Basta rabbia. Basta rimuginare. Basta.
Mentre mi tampono i capelli in genere partorisco post sui favolosi anni ’90. Ricordo la serate attappate in bagno con rossetti pennelli e grandi storie d’amore in corso, le mie disco-amiche ed io. Oppure le serate al pub, fumose, unte, a flirtare con tutti a pensare all’unico che non c’è.
È all’asciugatura che si tocca l’apice. Quando, spazzola di ferro in mano, attacchi con Bonnie Tyler e Totally Eclipse of the heart..
Ecco, lì capisci che ti manca una socia.
E chiami la tua best friend. E la convinci a venire con te a Ferrara per un Capodanno emozionante dotto il Castello Estense.
Altro post che meriterebbe tempo e carrellata fotografica.
Eccoci invece in una grigia mattina di metà gennaio.
Ho una nuova ricetta da provare ma non trovo l’estratto di vaniglia.
Ho un nuovo portafogli ma non trovo un lavoro che si addica ai miei 40+1 anni.
Ho un vecchio amore che fatica a rinnovarsi e ci si barcamena nel caos di questi mesi, confidando in un oroscopo positivo, una fiera che deve finire, tempo per noi da ritrovare.
Altro che aperitivino con le amiche.
Io vorrei mio marito. Al mio fianco. Vorrei noi come forse non saremo più.
Troppe cose ci legano. Nel bene e nel male.
E si tira avanti.
Intanto, per recuperare spazio e arginare la totale occupazione del sacro talamo nuziale abbiamo piantato un lettino short dell’ikea di fianco al nostro.
Per il Tato. Il Bebè è ancora tettadipendente night&day e non può essere sfrattato.
Lo guardo dormire in quei 160cm di letto e lo vedo cosi scricciolo. Eppure ha già una sua prorompente personalità. Ieri ce l’aveva con le femmine. Tze tze…donne…parlano sempre. Via! Giulia! Via! Ambra! Via.
Io voglio bene a Diego. E a Corrado. Corrado è mio fratello.
No.
Corrado è tuo amico.
Amico?
Fratello?
Mamma, ma non è uguale?
Ecco.
Sono già sotto la doccia ad elucubrare su questa straordinaria, tenerissima affermazione.

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Eccoci emersi dal grande pathos della final destination: la nuova classe, con sezione nuova fiammante, della nuova scuola, del vecchio plesso.
La prima media, anzi come la chiama la (preside) dirigente scolastica, la “secondaria”.

Toto sezione fatto.
Elenco nomi pronunciato.
Abbinamento professori-sezioni pubblicato online.

Una valle delle lacrime.

Comunque, partiamo dai saluti di fine anno.
Drammatici.
Piangevano in molti e in più organizzavano feste, cene, pizzate.
Per salutarsi a pancia piena.

Devo dire, in tutta onestà, che pagherei perché anche il mio secondo, vivesse un quinquennio di simile felicita. Maestre brave, competenti e soprattutto comprensive, attente, votate alla completa integrazione dei bambini nel sistema classe.
Abbiamo faticato un po’ ma davvero, solo un po’, e tra genitori, fatte salvi certi straordinari elementi di cui ho già accennato, ci si è trovati bene.

Ma il toto classe rovina il sonno di molti, comunque e non nego di aver spinto a destra e sinistra affinché mia figlia e la sua attuale anima gemella (che è ancora l’amica e non il ragazzetto di turno) restassero insieme.

Il diktat della nuova dirigente scolastica (la preside per gli studenti vecchia guardia) era nessuna preferenza sul compagno di scuola.
Panico.
Collettivo.
Cori di protesta.
Ma si è sempre, sempre, sempre indicata una preferenza.
Da quest’anno, NO.
Da quest’anno, anzi, due sezioni 2.0 ovvero, niente libri, solo tablet.
E già mi viene da ridere e farei un fuori pista incredibile sul post per avventurarmi in ciò che penso al riguardo.
Ricordatemi di riprendere il discorso in altri lidi.

Comunque, sprovvisti della sicurezza dell’amico del cuore, vicini al baratro della tuttologia digitale e stipati in una stanza con finestre siliconate e sedie di formica, ieri abbiamo ascoltato il verdetto.
Sei manine innocenti hanno estratto dall’urna di vetro (ribattezzato così il vaso di cristallo della segreteria al piano superiore) la lettera abbinata al singolo gruppo.
È stato tutto un mugugno, brontolio, singulto, ovazione, pianti, risa, abbracci e commenti da stadio.

Ragazzi, che pathos!
Ho pensato quasi di sfornare il pupo li con quel mese e mezzo di anticipo.

La mia amica, con figlia nominata nel secondo gruppo e orfana di tutte le sue compagne, è scappata ammutolita e incazzata come una iena al sesto giorno di dieta vegetariana.

Cori alpini si levavano dalla fila seduta di fronte a me con manifesta felicità per gli abbinamenti voluti dal fato.

Tutti che cercavano di capire con chi, oltre ai vecchi compagni, fossero capitati i figli.
La tua, in che sezione sta?
Allora, tu sei in 2.0 o antica maniera?
Quanti compagni hai in classe?

C’erano facce smarrite. Perse.
Ho visto due compagne di mia figlia uscire in lacrime. Entrambe in sezioni diverse, abbinate solo a un paio di maschi della loro vecchia classe.
Ho sentito di persone che conoscevano già tutto il parco professori.
Nel giro di cinque minuti, anche mia figlia sapeva quali insegnanti, quali difetti, quali pregi.

Io sempre ignara.
Volutamente forse.
Tanto sapere o non sapere cosa cambia?
Li sta e li navigheremo. Acque nuove, tutte da esplorare.

Però, nella sezione di mia figlia, in quell’elenco di 23 nomi, il suo e quello della sua best friend vengono uno dopo l’altro. Con magno gaudio loro e di noi genitori che lo speravamo fiduciosi.
Perché si vogliono bene, loro.
Perché ci piacciamo, noi.
E ho tirato dubito un enorme sospiro di sollievo.

Dirò di più. Anche l’altra compagna, inserita in quel gruppo classe mi va più che bene.

Virtuale inchino al fato, alla fortuna, al destino e sms immediato alle maestre. Qualcosa avranno pur fatto.

L’uscita dalla toto-sezioni è stata tosta. Capannelli di persone che si scambiavano opinioni sui prossimi tre anni.
Chi si asciugava una lacrimuccia.
Chi andava via sottobraccetto.
Chi faceva la disanima della situazione generale e quasi quasi dava la colpa ai nuovi F35.
Chi iniziava ad ignorare i vecchi compagni e a coltivare le nuove relazioni.
Chi minacciava ricorsi.

Io, con un buco nello stomaco formato famiglia, ho recuperato la raggiante prole, edotta anche su tutti i suoi futuri professori e già esperta della macchinetta distributrice delle merendine della nuova scuola.
Verso casa. Verso cena. Verso i prossimi tre anni.
Tutti nuovi.
Per lei alle Medie. Per il piccolo alla materna. E per quello che verrà. La grande incognita con la valigia in mano e il fiocco nascita pronto.
Sarà un settembre…che settembre!

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