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E proprio perché sono piezz e core, sabato 12 marzo ho rinunciato al concerto del mio amatissimo Roberto Vecchioni per portare Miss Paturnie a quello di Michele Bravi.

Stento a fatica a farmene una ragione. Per una serie di coincidenze, non riesco mai ad andare ad un suo concerto. O lo so troppo tardi, o sono fuori, o sono finiti i biglietti, o qualche improrogabile impegno mi impedisce di andare a fare il coro a Luci a San Siro con l’accendino di mio marito in mano e i lucciconi sugli occhi.

E così sabato invece di cavalcare fino a Samarcanda, saremo al Vidia Rock Cafè di Cesena. Un locale che già  basta il nome per farmi sentire vecchia, e prossima alla menopausa (dicono). Una di quelle mamme con il capello bigodinato e la scarpa bassa sanagens style, che profuma di violetta e sforna biscotti a forma di stampini Ikea, seduta nella penombra del locale alternativo, con un cocktail tutto ombrellini davanti e un golfino misto cachemire allacciato fino al mento.

Prima dovevamo partire Miss P. la sua ex amica del cuore non più ex, ed io. Poi abbiamo deciso che potevano venire anche i bimbi, e il marito, naturalmente. Al volante. Poi abbiamo esteso l’invito alla mia migliore amica e prole.

Insomma, un paio di amici in più e potevo prenotare la corriera e la vendita on the road del pentolame in fondo antiaderente.

Cosa faremo a Cesena prima e dopo il concerto è mistero. Ma poco mi importa. Ho talmente bisogno di cambiare aria che sarebbe andato bene anche Monte Canepino, ridente frazione limitrofa, 146 metri above sea level.

Le previsioni prevedono bel tempo. E partire anche per una sola notte segna la fine del periodo di lutto stretto vissuto finora. Ci rimettiamo in moto. Com’è giusto che sia. E partiamo. Armi e bagagli come non ci fosse un domani. E poi partiamo di nuovo. E questa volta per Londra.

Prenderò di nuovo l’aereo. Finalmente. Butterò lo sguardo dentro le nuvole. Sarò sospesa nell’azzurro e via via metterò chilometri di distanza fra me e questi anni così dolorosi; mesi, giorni, momenti e persone che mi hanno triturata, ingoiata e sputata fuori con un’altra forma e un’altro sapore.

Volerò di nuovo. E non vedo l’ora. Sentirò rollare i motori e attapparsi le orecchie; vedrò le luci della raffineria di Falconara diventare sempre più piccole e le persone far finta di non provare nessuna emozione; penserò di essere così vicina al cielo e a chi ho perso, e forse piangerò.

Ma non oggi. Oggi c’è da imparare le canzoni dell’ultimo cd di Michele Bravi perché sia mai che si va ad un concerto e non si canta a squarciagola tenendosi per mano. Ed io, finito il drink con gli ombrellini, mi slaccio il golfino, mi sciolgo i capelli e mi butto fra le adolescenti.

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facce da antony di francesco e alberico

 

domenica pomeriggio la figlia ha deciso che era ora di andare in discoteca.

ho caricato la macchina del suo altalenante buonumore e sono passata a prendere le veline!, le sue due attuali migliori compagne di classe. La bionda e la mora. La milanese e la brasiliana. Il diavolo e l’acquasanta.

una tripletta di tutto rispetto. tre personalità che più diverse non si potevano combinare, ma unite dal grande amore per i già citati youtuber di qualche post fa.

alla volta del Palabaldinelli, salone delle danze di adolescenti sudaticci e già atteggiati a gente di mondo, si recavano, nel ruolo di ospiti vips tal Antony di Francesco (mamma, mi raccomando senza l’H!) e Alberico.

non chiedete. non mi guardate incuriosite. non fate domande trabocchetto. So. So quello che serve di questi idoli. Il resto è  disperso nel continuo bla bla bla di quel gomitolo di ormoni di mia figlia che, se fosse per lei, limiterebbe la conversazione alla narrazione ininterrotta di vitamorteemiracoli dei tizi in questione.

mai pomeriggio fu più esilarante. entusiasmante al punto che, una volta scese le ragazze dalla macchina, sono caduta in una sorta di raptus malinconico che mi ha spinto a trovare rifugio nella mecca delle quarantenni frustrate: CASA in pieno orgasmo prenatalizio.

fatto sta che le due ore passate con loro sono state magnifiche. io al volante e la brasiliana come navigatore. ignorato il cesare cremonini con il quale trascorro le mie solinghe trasferte in macchina, si cantavano a squarciagola cambiando la tonalità e il ritmo, un paio di strofe in dialetto milanese buttate su da mia figlia per gioco. la versione natalizia superava ogni aspettativa, poi.

forse per colpa mia che ho il senso dell’orientamento di una tartaruga nella vasca, o della mia distratta secondo pilota, fatto sta che ci siamo trovate disperse per le meravigliose campagne marchigiane.

l’autunno le colorava di giallo e rosso. un principio di tramonto rendeva tutto quasi irreale, e gli scorci, i sentieri, le nuvole, vecchie porte e perfino le galline, sono diventati soggetti perfetti per una serie di scatti da perfette instagramers.

è stata l’ansia di non arrivare in tempo che poi, ci ha fatto rinsavire, chiarire un paio di questioni con il navigatore e infilare il turbo.

già all’apparire del palazzetto, non ricordo quale delle tre, voleva aprire lo sportello e fiondarsi passando per i campi dalle zolle morbide.

i 4 gradi segnati sul contachilometri ha per fortuna fatto scemare l’idea.

sono scese veloci come il vento. e rientrate un paio d’ore dopo con un sorriso che solo la leggerezza dei 13 anni regala.

e vederle così vive, sentirle così libere, è stato bello. contagioso. tenero.