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Se capitasse a me
Oggi
Di innamorarmi
Lo direi
O sì
Lo direi
Nonostante i legami, i figli,  il cane il gatto il topo e l’elefante
Lo vivrei
Forse
Boh
Ma non butterei via un’occasione
Di amare ancora fortissimamente
Chissà per quanto poi
Che la vita
Dio, la vita vola
E dormire per sempre
È dietro l’angolo
Allora io
Io amerei
E mi lascerei amare
Per un giorno, un anno o una vita intera
Da vicinissimo o anche da lontano
Ma non rinuncerei
Non lascerei alla madre chiesa, al padre di tutti i moralismi e all’umana paura di ciò che sarà di portarmi via il mio desiderio.
Farei un’abbuffata di baci
E di carezze
E di parole
E sguardi lenti
Io mi concederei
Il lusso di sognare
Ancora
Di riempire gli angoli vuoti
Di nutrire il silenzio di certi giorni
Se toccasse a me
Ma no
Non sono io quella in fila con un biglietto per le montagne russe delle emozioni e per il tunnel dell’amore.
Io sono quella che ascolta
Quella che guarda le cose accadere
Quella che poi
Si fa una o due piroette nel filo spinato
E via
Tutti lontani da me
Quella che al lunapark spara al bersaglio con la carabina
E spende tutto in caramelle
E ingrassa
E caria i denti
Poco importa

Se capitasse
A me
Di innamorarmi
Di nuovo
Lo direi
Senza giocare
Senza tergiversare
Senza pretese
Se non quella
Di amare
Essere amata
Un giorno, un anno, una vita intera.

Per questo, cara amica, vai e ama.
Anche per me.
Senza rimorsi.
Senza clamori.
Senza tempo.

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Eccomi reduce dalla settimana di festeggiamenti in onore dei miei ANTA.
Il passaggio dai favolosi trenta ai nuovi 40 è iniziato lunedì 18, giorno in cui ho chiamato a raccolta gli amici, ho cucinato come una forsennata, ho montato ben 3 litri di panna e ho soffiato in un solo colpo tutte e quaranta le candeline. Senza ripensamenti.
Di quella serata ricordo il tremendo mal di piedi dovuto dall’estenuante maratona culinaria e organizzativa della serata iniziata all’alba del giorno prima.
Sarebbe filato tutto liscio se, uno gnomo di dueanniepocopiù non avesse attentato a quanto accadeva intorno a lui.
Senza remore.
Diabolico.
Con studiata tattica per ridurre un’anzianetta come me all’esasperazione.
Partiamo dal classico dei problemi: la nonna, Santa donna esperta nel marcare a uomo, placcare il vandalo e distrarlo con canzoncine e filastrocche (PeppaPig rules) era a letto febbricitante e delirante.
Il nonno era facilmente corruttibile nonché semplice da aggirare con sorrisini azzeccati e mossette da truffatore nato.
Il resto della famiglia era impegnato fra ufficio e scuola e non cooptabile per il babysitteraggio.
Indi per cui, la famosa cena venne preparata fra le incursioni distruttrici del mezz’uomo.
Solo per rispondere ad una telefonata di auguri mi sono giocata due litri di panna montata, volata in tutto il suo candore aldilà del tavolo dove una trepidante base al cioccolato non aspettava altro che d’essere farcita.
Magno gaudio per il cane che, devastato da tanta grazia sparsa su tutto il pavimento, ha speso la successiva mezz’ora in una sorta di estasi glicemica, leccando e guaendo di inaspettata felicita.
Rimonto la panna, butto la ciotola spaccata in due e mi metto a pulire le fragole.
Ma non c’è requiem.
La seconda vittima è un bicchiere di vetro, che lasciato incustodito sul lavandino ben si è prestato alle acrobazie volanti con tanto di atterraggio coreografico in mille frantumi.
Ora, fra un impiattaggio dell’arista e una sfornata di quiche, prendere paletta, scopa per raccogliere i cocci, passare lo straccio dov’è atterrata la panna, preparare il pranzo e il brodino caldo per la malatina, arginare fiumi di cocacola che scendono a cascata dalle scale mentre una lattina birichina rotola incustodita, vi assicuro è deleterio.
La sindrome di Cenerentola è dietro l’angolo e fra una pentola e l’altra viene spontaneo chiedersi chi te lo ha fatto fare.
Cucina, pulisci, apparecchia (manda avanti la lavatrice), prepara l’aperitivo, passa lo straccio (cambia il pannolino bombaH) sciogli la cioccolata per la ganache, frulla la crema di carciofi per la carne, fatti la doccia, fagli la doccia, (sfogati mezz’ora al telefono con la migliore delle tue migliori amiche) riemergi dalla baraonda delle baraonde truccata, vestita, e con un radioso sorriso da padrona di casa.
Arriva il marito.
Arrivano gli amici.
La casa profuma di festa e le candele sono schierate.
Tutti a tavola.
E vi prego, non fate caso alle mie ciabatte 🙂
Me le merito tutte e due.

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Latito.
Sarà forse per le troppe cose da raccontare. O forse per la noia di questi giorni.
Sarà l’attesa. Della primavera. Del sole. Di telefonate che non arriveranno. Dei miei 40 anni.
Sto preparando una cena molto informale per lunedì.
Pochi amici. Molti bambini. Tanti pois bianchi su fondo rosso. La mia passione.
Mi sono chiesta quale sarebbe stato il modo migliore per inaugurare questo nuovo decennio e sentivo forte il richiamo di Parigi. Ma poi ho ripiegato sui tulipani, su un giorno ai fornelli, sulle coccole domestiche.
Con la pancia work-in-progress meglio così dopotutto.
Così stamattina armata di portaborse ottuagenario (porta tuo padre con te che le buste pesano) e di bancomat rovente sono andata al centro commerciale.
Solo i 4 pacchi d’acqua mi hanno tolto la vita.
Pesa metterli nel carrello, pesa metterli nel nastro, pesa rimetterli nel carrello e poi nel portabagagli fra il passeggino e le borse varie. E poi, come ti abitui all’idea del riposo arrivi a casa e ti aspettano due rampe di scale.
Con l’immancabile maniglia di plastica rotta.
Smaltita l’operazione spesa per venti, sono passata a quella “salviamo il salvabile” e d’accordo con la parrucchiera (mai trovata una che non andasse imbrodo di giuggiole alla parola tagliamo) ho dato una sistemata agli indomabili capelli.
Saranno gli ormoni, sarà il tempo, sarà il passaggio di Venere in Pesci, insomma, non stavano in piega per più di due ore.
Poi risalivano su se stessi, si accartocciavano, e sembravo uscita dalla penna di Quino. Mancava solo il fiocco rosso.
Tagliati, colorati e messi in riga dall’esperta sembrano quasi dei buoni capelli, lisci, ordinati. Ma lo specchio davanti alle mie mossette profilo destro profilo sinistro, mento su, mento giu, mi ha lanciato uno sguardo beffardo. Sappiamo entrambi che sarà un risultato di breve durata.
Basteranno le poche ore di sonno stanotte per farmi ritrovare arruffata e molto lontana dal concetto di “piega liscia”.
Non ho ancora idea del dress code. Spero solo che mi ritornino indietro le due paia di jeans pre-maman che ho prestato perché inizio a stare strettina in quelli normali, specialmente la sera.
Del menu invece ho tutto chiarissimo. Molto easy: qualche quiche, qualche bruschetta, un maccheroncino al fumé, un’arista ai carciofi, insalata, patate al forno, torta cioccolato e fragole.
Dulcis in fundo, aprirò un Veuve Clicquot. Un gentile omaggio che l’azienda mi ha fatto portare da un corriere, in preziosa cassettina di legno, accompagnato da gentile biglietto prestampato. Condividiamo insieme certi traguardi.
Sei arrivata a 40 anni.
Brinda.
E no, non pensare che non ti vogliamo più bene. Che sei solo un esubero, un sassolino nelle scarpe, un riccio nelle mutande. Ti abbiamo ferita, umiliata, lasciata senza lavoro, chiesto di licenziarti. Ma quello non è personale.
È la crisi.
Lo sai.
E quindi bevi. Bevi che ti passa. Bevi che dimentichi. Bevi che affoghi i dispiaceri.
E luminosi auguri per questo traguardo.

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