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Prima di parlare con gli altri addormenta la tua belva segreta

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Alda Merini

L’altro giorno un amico social mi ha detto che le donne della mia età sono le migliori.
Le  ventenni non fanno testo.
Le trentenni sono tutte omologate, tutte figlie dello stesso danno genitoriale.
Siamo rimaste noi.
Quelle uscite dalle pagine colorate e un filo pop dei libri quindici.
Le quarantenni.

Io ho amato molto il passato decennio. Ho vissuto tantissimo. Lavorato. Messo al mondo figli e progetti. Sono cresciuta.

Sono stati anni densi. Trottati. A volte rincorsi. Ma non è da me l’elogio alla lentezza. Io sempre tutto e subito.
Ogni cosa. In pieno festina lente. Assaporo. Sono viva e a contatto con ogni cosa ma, gente, mi affretto. Dai. Non si può non vedere la soluzione. È lì sotto agli occhi. No?

Molte volte sono stata fraintesa.
Io brucio. Salto. Arrivo al nocciolo. Non mi piacciono le sovrastrutture. I ghirigori. I preliminari. Andiamo. Facciamo. Amiamo.

Voglio l’essenza. Il sangue. Le viscere. Perché è ciò che vedo. E non mi fanno paura. Anzi. Mi fa paura il contrario. Il tergiversare. L’aspettare. Il girare intorno come gli squali.

Bisogna mirare dritto.
Nessun danno collaterale.
Al centro. Nel cuore delle cose.

Non piaccio a tutti. Of course.
Alcuni non sopportano di darsi. Non reggono l’intimità. Altri hanno fatto dei problemi irrisolti il loro business. Non cercano le soluzioni. Vogliono solo restarci ammollo. Nuotarci. Produrre energia negativa con la quale annaffiare tutto intorno.

Cordialmente, detesto.

Il mio decennio di lacrime e sangue non mi ha lasciata indenne. Ha presentato un conto salato.
E ho pagato ogni cosa.
Perchè non sono una da debiti, io.

Così alla fine ho chetato la sete di verità. Della ragione ad ogni costo. Ho fatto pace con lo specchio anche se mi preferivo due figli fa. Ho messo a cuccia il macellaio e le viscere.

Ho freddo. Spesso. Perché non mi affanno come prima.
C’è un qualcosa che mi consuma ma non è più esplosivo.

Ad un certo punto sono cresciuta e dal machete sono passata al laser.
Non serve fare tanto rumore per nulla.
Quando le cose non vanno si recide.
Si taglia il filo al palloncino.
Si lasciano volare via cose e persone.

A quarant’anni la leggerezza è la forza del volo. Se non ti liberi non sarai in grado di salire su.

Avere un punto di vista diverso. Nuove prospettive.


Com’eri a 32 anni? Alla mia età.

Non dimenticherò il vento sulla faccia. L’odore di terra tutto intorno. Le aspettative. Questa domanda.

A 32 anni ero più bella. Meno amara. Più crudele. Rumorosa. Avevo tante ancore a tenermi salda.
Nessun piano di volo.


Ho tagliato le cime.
Buttato le zavorre
Preso la responsabilità con me.
Imparato a volare.

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Non vedevo l’ora di mettere un punto a questa giornata.
A questa data.
Lunghissima.
E mentre aspetto che i bimbi crollino e la testa possa correre dentro qualche sogno ad occhi aperti, mi coccolo il cuore con la Merini.
E domani è un altro giorno.
Mi dico.
E anche domani passerà.

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_La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri…
E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri.
Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili, di finire alla mercé di chi ci sta di fronte. Non ci esponiamo mai. Perché ci manca la forza di essere uomini, quella che ci fa accettare i nostri limiti, che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto.
Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
(…)
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore_

Buonanotte con l’Alda

Un giorno, impazzirò come l’Alda.
Inseguendo immensi amori, lievi creature, teneri ricordi.

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_È Natale e sui Navigli, come in centro a Milano, non si riesce più a entrare nei negozi: i magri o i lauti stipendi consentono a tutti una ressa ingenerosa alla ricerca di una felicità che non c’è, o che almeno non si compra.
Io quest’anno ho spento le candele: tutti mi hanno invitato, ma quella notte non farò nulla di diverso, nulla che io non faccia sempre, proprio come quando ero bambina; al limite si cambiava stanza, si andava dalla camera al tinello per vedere se era arrivato Gesù, e per mangiare il panettone, che allora si chiamava “el pan de Toni”…
Ma oggi Milano si affanna a cambiare faccia, ad abbattere le nostre vecchie dimore per apparire moderna, così i rifacimenti delle case hanno abbattuto anche noi, gli anziani.
C’è una bella poesia dialettale che dice “fai piano, ogni volta che dai un colpo al muro lo dai al mio cuore…”.
Casa: quanto la ami a Natale!
Ricordo quando, sempre bambina, persi la mia, abbattuta anche quella: allora c’erano le bombe, ci rifugiammo chi nelle risaie e chi nei paesi limitrofi, dove tutti eravamo un po’ degli stranieri. Nei granai la sera recitavamo il rosario su dei pagliericci di fortuna, poi di giorno si andava nelle cascine in cerca di pane, in breve… si mendicava dai contadini abbienti.
Oggi, invece, che abbiamo una casa non abbiamo più quella cortesia e quell’amore dei contadini. Io dormivo con una vecchia che ogni notte pregava la morte che la venisse a prendere, e avevo paura. Ma come bambina ho dovuto accontentarmi.
Adesso che sono un’anziana poetessa… continuo ad accontentarmi.
Ma ripenso con nostalgia a quei Natali solenni, quando la mamma faceva enormi presepi, metteva le figurine dei pastori e i laghetti di specchio. Ci facevano trovare il carbone, alle volte, ma eravamo contenti lo stesso: poi, dietro il carbone, c’erano sempre tre caramelle. Però era arrivato Gesù, era questo che importava, vedere che sulla paglia del presepe qualcuno aveva deposto il bambino. E si pregava, si pregava insieme davanti a quella statuina, ignorando che il piede lieve della mamma era andato lì di notte per deporlo… Allora ignoravamo tutto della vita, anche il mistero della nascita, un evento che per noi cadeva dal cielo. La Madonna non appariva sorpresa, neanche San Giuseppe, e noi piccoli eravamo in un regno di favola bello che abbiamo perduto. Ci dimenticavamo dei doni e stavamo piuttosto a guardare quel bambino appena nato domandandoci se aveva freddo, ma la mamma ci diceva che aveva l’amore della Madre… Ecco, forse anche in tarda età chi mi scalda ancora nelle notti di solitudine è l’amore della mamma, che io amavo tanto e che credevo che, come Maria, non sarebbe mai morta.
Sì, si può morire d’amore per un uomo, ma quello che mi fece impazzire, forse, fu quella porta chiusa di mia madre dolcissima, che io credevo eterna, come tutti i figli. E mi sono resa conto, a un tratto, che non avevo mai ascoltato i suoi lamenti tanto ero giovane. Ma quanto si paga la giovinezza! Anch’io, come le mie figlie, quando andavo a casa sua le portavo via gli oggetti più preziosi perché… nella mia casa sarebbero stati bene, e una madre si fa sempre derubare. A lungo andare morì, senza chiedere mai niente, ma era così felice della nostra gioia che forse non morì veramente mai. L’abbiamo derubata, ma soprattutto – e sembra un eufemismo – avremmo voluto (che Dio mi perdoni) portarle via quegli occhi, così verdi, così dolci, così innamorati di noi. Sono passati decenni da quei Natali e ancora cerco l’odore dei mandarini o del bollito, che si mangiava solo quel giorno. Erano i nostri doni. Oggi invece si tende a saltare il Natale, si va direttamente all’arrivo dei Magi, ai doni, la nascita quasi non esiste più, forse perché le nostre donne non sanno essere madri. E i bambini, tra televisione e futili regali, sono i più grandi emarginati del nostro tempo: abbiamo rubato loro l’infanzia e la religiosità della vita. 
Mi si chiede cosa vorrei trovare questa notte sotto il presepe: la mia Barbara, la mia Flavia, le mie figlie che mi furono tolte quando una maestra, assistente sociale, trovando che la casa non era ordinata me le portò via. Sono sempre stata una disordinata perenne, ma avevo quattro bambine felici alle quali suonavo le “nenie” di Natale. Andando in solaio ho trovato le mie vecchie famose poesie tutte imbrattate delle loro figurine: giocavano con le mie grandi poesie! Io non ho pianto su queste, ma su quelle figurine sì. Loro non sapevano cosa vuol dire genio, conoscevano solo due parole: mamma e bambino. Il mio presepe privato_

Alda Merini
“Avvenire”, Natale 2006

I pensieri si fanno piu bui.
E affondano.
Scendono.
E si aggrappano ai sentimenti piu alti per risalire. Improvvisamente tornare. Su.

Buona nuova settimana di finalmente marzo.

_Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia_

Fabrizio De Andrè

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