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È solo quando ti ritrovi a farfugliare qualcosa in camera di tua figlia e a borbottare come una vecchia caffettiera che ti rendi conto che è davvero troppo tempo che non aggiorni il tuo blog.
Si sono succedute cose su cose e il tempo per postare non arrivava mai.
In compenso, sotto la doccia, in uno di quei momenti in cui lo scroscio dell’acqua copre urla, lamenti, porte che si aprono e richiudono, gente affamata che reclama il rancio, bebè con crisi astinenza tette, beh…in quei rari momenti ho concepito post bellissimi.
A mente li ho scritti tutti corredandoli anche di foto.
Ho parlato del biglietto di Natale che abbiamo fatto con la pila di panni di casa e del B&B. Un giro di luci e via. Ho accennato della decadenza di mia madre. Ormai assegnataria di una sedia a rotelle e di una bombola d’ossigeno 24 ore al giorno. Ho raccontato della recita di Natale e della rocambolesca fuga del Tato dal palco con lancio alla Morgan (e per gli appassionati anche di Joe Black in School of Rock) verso il pubblico di genitori gonfi e tronfi come tacchini nel giorno del Thanksgiving. Tutto per raggiungere me.
Ho costruito un post polemico dedicato alle mamme che,vi prego, passatemi il termine, zoccoleggiano in giro e lasciano la prole a casa per il loro spritz con le amiche. Si, una volta può capitare. Ma perchè farne un’abitudine? Perché mettersi i tacchi, le gonne parochiappa, il rossetto rosso Boccadirosa e non invitare tuo marito o compagno che sia? I tuoi figli ti vedono. E agiscono di conseguenza.
Poi mi sono permessa di dilungarmi anche nel raccontarvi il Battesimo. Li è stato quando, per errore ho usato lo shampoo di mia figlia,che, non perde mezzo grammo ma coltiva la sua leggerezza di spirito postando su fb foto dei suoi nuovi capelli ultra lisci, effetto di una contropermanente doppia. Uno shampoo così schiumoso che tre lavaggi non bastano e si fa in tempo a ricostruire la giornata dall’arrivo trafelato in chiesa con dieci minuti di ritardo e occhiata inceneritrice del Parroco, al taglio della torta doppia farcita crema chantilly e nutella.
Una giornata magnifica. Una cerimonia intima. Tanti amici. Tanto amore. Almeno il mio c’era tutto.
Certo, con voi che siete state così carine da esplicitarmi via mail una certa nostalgia dei miei raffazzonati scritti, avrei condiviso anche quella serie di emozioni che ho provato mentre decidevo chi invitare chi no. Chi escludere e chi rendere partecipi.
Mai senza un pizzico di dolore.
Certo. Si fanno le somme delle amicizie. Quelle presenti. Quelle che hanno retto. Quelle che si sono rafforzate. E quelle che, invece, sono state inghiottite dall’orgoglio, dalla mancanza di tempo, dall’assenza di un vero sentimento.
E questo passaggio mi avrebbe portato a sconfinare nei ricordi. Riaprire la valigia della press officer di grande azienda con piccola testa e bla bla bla. Che noia. Mi annoio da sola. Basta rabbia. Basta rimuginare. Basta.
Mentre mi tampono i capelli in genere partorisco post sui favolosi anni ’90. Ricordo la serate attappate in bagno con rossetti pennelli e grandi storie d’amore in corso, le mie disco-amiche ed io. Oppure le serate al pub, fumose, unte, a flirtare con tutti a pensare all’unico che non c’è.
È all’asciugatura che si tocca l’apice. Quando, spazzola di ferro in mano, attacchi con Bonnie Tyler e Totally Eclipse of the heart..
Ecco, lì capisci che ti manca una socia.
E chiami la tua best friend. E la convinci a venire con te a Ferrara per un Capodanno emozionante dotto il Castello Estense.
Altro post che meriterebbe tempo e carrellata fotografica.
Eccoci invece in una grigia mattina di metà gennaio.
Ho una nuova ricetta da provare ma non trovo l’estratto di vaniglia.
Ho un nuovo portafogli ma non trovo un lavoro che si addica ai miei 40+1 anni.
Ho un vecchio amore che fatica a rinnovarsi e ci si barcamena nel caos di questi mesi, confidando in un oroscopo positivo, una fiera che deve finire, tempo per noi da ritrovare.
Altro che aperitivino con le amiche.
Io vorrei mio marito. Al mio fianco. Vorrei noi come forse non saremo più.
Troppe cose ci legano. Nel bene e nel male.
E si tira avanti.
Intanto, per recuperare spazio e arginare la totale occupazione del sacro talamo nuziale abbiamo piantato un lettino short dell’ikea di fianco al nostro.
Per il Tato. Il Bebè è ancora tettadipendente night&day e non può essere sfrattato.
Lo guardo dormire in quei 160cm di letto e lo vedo cosi scricciolo. Eppure ha già una sua prorompente personalità. Ieri ce l’aveva con le femmine. Tze tze…donne…parlano sempre. Via! Giulia! Via! Ambra! Via.
Io voglio bene a Diego. E a Corrado. Corrado è mio fratello.
No.
Corrado è tuo amico.
Amico?
Fratello?
Mamma, ma non è uguale?
Ecco.
Sono già sotto la doccia ad elucubrare su questa straordinaria, tenerissima affermazione.

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Non sono mai stata una talebana dell’allattamento al seno.
Per la “tua prima figlia”, come si firma adesso Miss Paturnie 2013, mi sono armata di biberon e tettarelle e si, diciamolo con serenità, di varie tipologie di ciuccio.
Dopotutto, avere un marito che lavora in ambito prima infanzia e bambini, dovrà pur avere un qualche vantaggio.
Un bel corredino di ammennicoli lattosi, utili per tutta la famiglia in caso di allattamento artificiale, rimasto a dir poco intonso se non per le grandi bevute di camomilla con la quale, ad un certo punto, tentavamo di stimolare un benchè minimo effetto soporifero.
Niente.
Tetta forever.
Tetta in everywhere.
Tetta al vento night&day.
Scrissi già a tal proposito che, non c’è luogo scampato all’abile arte della suzione dei miei figli.
Includo anche la sagrestia nel giorno del battesimo del Lellocuordizucchero, perché, come disse padre Eg, “questo bambino piange perché ha dei bisogni,ed ora la mamma, provvederà”.
E la mamma ha provveduto.
Anche troppo, mi ha fatto notare qualcuno.
La Viko però si è staccata con serenità. Ad un certo punto, prima dei due anni ha detto, “ed ora passatemi i tortellini” ed è rimasta di quell’avviso,
La mole da campionessa di rugby lo conferma.
Mollata la tetta ha abbracciato con entusiasmo forchetta e coltello e si è dedicata con cura alla scoperta di un’alimentazione onnicomprensiva, che dai broccoli passa al baccalà, dalle verze arriva alle sogliole, senza disprezzare nuovi sapori, esotici piatti, cucine di altre culture.
Insomma, se non la arginassimo, lei mangerebbe no- stop per 24 ore. Come del resto ciucciava.
Il secondo invece, pur alla soglia dei tre anni, non molla.
Ha rinunciato alla suzione, ma al contatto non ci pensa proprio.
Le sue manine ravanano sempre li.
Gli sembra di alzare il volume della radio.
Annusa, aspira, agogna, soffre di nostalgia, sogna di essere ancora un bebè e poi si sveglia guarda malinconico la sua amata tetta.
È stato un incallito ciucciatore. Abile da subito. Nemmeno una ragade, una feritina, un ingorgo.
Il suo top lo dava al supermercato, quando collocato sul carrello, arrivava paro paro altezza seno e scandalosamente si accostava per una “toccata e fuga”.
Da quando i nostri amici hanno avuto la terzagenita poi è tutto un revival. Come vede la pupina al lavoro quatta quatta, lui ci rimugina su.
Osserva, guarda, osserva, mi guarda, lancia affermazioni sul generis “io grande, basta tetta” ma poi esige la sua dose di strofinamenti, annusamenti, contemplazioni estatiche, trance da tettomane all’ultimo stadio.
Ieri ha addirittura riesumato l’unico ciuccio che abbiamo provato a dargli – senza nessun vittorioso risultato- e ha passato la serata a girare per casa così.
Il pediatra, interpellato sulla possibilità di un attaccamento “morboso” ha sghignazzato una risposta tipo “questo è un ragazzo che ha capito tutto” e liquidato le mie ansie.
Però, lasciatemi dire che al suono di “tetta MIA, NO DI BEBÈ” ho immaginato il prossimo allattamento come un campo di battaglia.

Ahimè, ne vedremo delle belle.

Una buona domenica a tutte e ricordate, la tetta è sua e non di BEBÈ_

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Sto professionalmente attraversando una fase ermetica che mi
porterebbe a rispondere, nel mio caso, ” ovunque”. Ma lascerebbe troppo spazio all’immaginazione e con chissà quali risultati ;-).

Il più classico dei posti è stato sicuramente il letto. E la preferenza (non mia ma dello gnomo) é sul fianco sinistro.
Seguono parimerito poltrona e divano. Di casa nostra, certo, ma soprattutto degli amici.
Sicuramente in Chiesa. E che nessuno si formalizzi. Tutto fu autorizzato dal parroco!
Poi…davanti ai genitori, ai suoceri, alle colleghe, al capoufficio.
A scuola.
Al ristorante
In campeggio.
Al mare.
In montagna.
In pizzeria, su una scomodissima sedia.
In banca nella saletta del consulente finanziario.
Nell’autosalone mentre sceglievo l’auto nuova.
Nella mia auto e nell’auto di mio marito.
Al parco acquatico
Alla stazione.
In autogrill.
In ospedale.
Al centro commerciale.
Subito dopo i vaccini.
Prima di andare a lavoro.
In Triennale, a Milano.
In metropolitana.
Per le scale.
Davanti a un piatto di carbonara fumante.
Sulla panchina dei giardinetti
A ben due matrimoni (con parenti diversi)
Ad un battesimo
In piedi
Dalla parrucchiera

Quando leggiamo o parliamo di allattamento, le immagini che vediamo o che la mente evoca, sono quelle di una mamma seduta su una sedia a dondolo che accarezza il poppante con lo sguardo.

Che incredibile tenerezza! Che poesia!

Ma la realtà è più bella, più dinamica, più arrangiata (forse, sicuramente) ma nettamente più divertente.