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Sono tornata ad Osimo oggi.
Vento e sole e fiori.
Ho parcheggiato sotto all’ospedale. E poi sono salita in centro.
Il senso di smarrimento era enorme.
È ancora enorme.
E le parole sembrano non trovare la strada per uscire.
Per fortuna febbraio che porta via un mese di cassetti svuotati e armadi pieni di ricordi.

Non è facile lasciare andare chi ti ha amato.
Per niente.
E non è facile vedere che il resto del mondo va avanti nonostante me.
Nonostante tutto.

Ciò che mi consola_
_mangiare cinese, fritto, unto, colorato.
_ballare un ballo immaginario cantando canzoni sconclusionate a metà fra lo zecchino d’oro e i cartoni di rai yoyo abbracciata a due soldi di cacio
_dormire con il gatto che mi morde i piedi
_farmi di dosi massicce di cappuccino
_avere ben chiaro in testa chi sono gli amici e chi non lo sono mai stati
_la presenza di mia madre e mio padre nel profumo del mare alla mattina, in una pentola dove lento bolle un ragù, nel ricamo delicato di un lenzuolo, nello strappo di un asciugamano consumato

Ciò che ancora mi fa male
_le sedie vuote
_qualche capello bianco sui cappotti appesi in giro
_la sofferenza muta e capricciosa di mio figlio
_ i post it scritti in una calligrafia traballante con i nostri nomi e i numeri
_le assenze dei vivi, ingiustificabili


E grazie Vecchioni. Le tue parole. Le mie emozioni.

_Fu allora che madonna gli disse:” Hai gli occhi belli
vorrei che accarezzassi ‘sta notte i miei capelli”
Fu allora che rispose: “Grazie madonna no!
Io sono un cavaliere e il re non tradirò”
E a lei non valse niente comprare la memoria
di sentinelle e servi mandati a far baldoria
e a lui negli occhi grigi l’amore ritornò
l’attesa di una vita per dover dire no
“Che fai sotto le stelle? chi vuoi dimenticare?”
Socchiuse gli occhi e volle andarsene, sparire
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
poi, come tutti, si risvegliò
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
poi, come tutti, si risvegliò

Tornò di lì a tre giorni il re dalla gran caccia
e lei gli corse incontro graffiandosi la faccia
l’ira le fece dire: “Puniscilo perché
lui non portò rispetto alla moglie del re”
E a lui non valse a niente il sangue sui castelli
or sua la spada e il sole sul viso dei duelli
quando sentì di dire di dover dire sì
con un cavallo e l’acqua fu cacciato di lì
“Che fai sotto le stelle? chi vuoi dimenticare?”
Socchiuse gli occhi e volle andarsene, sparire
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
poi, come tutti, si risvegliò
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
poi, come tutti, si risvegliò

Capì d’aver ucciso per essere qualcuno
capì d’aver amato il giorno di nessuno
La strada all’improvviso, la strada si accorciò
e sotto un sicomoro la gola s’impiccò
Sentì tagliar la corda, gli tesero una mano
ma dentro c’era l’oro, l’oro del suo sovrano
il re ti paga e chiede di non parlare ma monta a cavallo e fila più lontano che vai
“Che fai sotto le stelle? chi vuoi dimenticare?”
Socchiuse gli occhi e volle andarsene, sparire
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
ma quella volta non si svegliò
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
ma quella volta non si svegliò
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
ma quella volta non si svegliò
sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno, sogno
ma quella volta_

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Chi di noi non ha impresso, marchiato a fuoco, inciso indelebilmente, un particolare momento?
Non dico tanto.
A volte è solo un attimo.
Un fugace sorriso.
Una memoria che, archiviata li, fra mente e cuore, ci regala un pizzico di gioia nostalgica e inossidabile.

La felicità è, a mio avviso, fatta di questi specialissimi momenti.

Li viviamo e neanche siamo consapevoli di quanto ci faranno compagnia negli anni a venire. Quando li richiameremo per confortarci, per strapparci un sorriso, per ricordarci che non tutto di quella relazione, amicizia, lavoro, era sbagliato.
Che abbiamo salvato qualcosa di bello, magari guadagnato un amico inaspettato, o un bacio improvviso.

La mia è una collezione vasta, ma oggi, parlando con mia figlia sul perché la vita vale la pena viverla sempre e comunque, ne ho ricordati dieci tutti d’un fiato.
Li condivido con voi e spero davvero di leggere i vostri.
Amplifichiamo l’amore_

E quindi, ecco dieci istanti preziosi sui quali spesso mi cullo il cuore:

Nonno Nannì ed io, vicini alla finestra della nostra vecchia casa. Lui mi tiene sulle ginocchia e mi insegna a contare le dita delle mani, i giorni della settimana, i mesi del calendario. Con noi un canarino giallo che non aspetta altro che qualcuno apra la sua gabbia per volare via.

Terza o forse quarta elementare, mia madre mi accompagna in classe e al mio arrivo, Bernardo mi dice che sono bella come un fiore di primavera.

Maggio, sole e temperatura estiva. Mio cugino ed io, vestiti da scuola facciamo il bagno al mare. Un rimprovero a non finire. Ma che spasso.

Agosto, notte di San Lorenzo. Ascolto rapita e con occhi innamorati tutto il funzionamento del tubo catodico.

Mia madre che mi prende i piedi fra le sue mani e me li strofina dolcemente per scaldarli. Tante, tante volte.

Un carnevale alcolico e libertino. Io vestita da Biancaneve,lui da dalmata della carica dei 101. Più di due anni a sospirare per quella sequela baci. Sono tornata a case a macchie ma ne valeva la pena.

Sulla clio bianca, io vestita di un abito lungo di lino, bianco, lui al volante. Entrambi consapevoli delle promesse che ci saremmo fatti di li a un po’. Destinazione ristorante cinese. E quel vuoi sposarmi che ancora mi fa annodare lo stomaco.

Gennaio. Vento e profumo di mare d’inverno. Noi due che ci annusiamo, ci troviamo,nonci lasciamo più.

Un pomeriggio d’aprile al telefono con l’amica del cuore per capire il senso di quei valori hcg. Prima lei del futuro papà. Perché certe complicità hanno il loro grande valore.

Due mattine intense. Due mattine con la stessa identica intensità. Lo stesso dolore. La stessa felicita. La mia mano su quella pelle. Calda, intonsa, appena venuta al mondo. E la mano di mio marito con noi.

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Latito.
Sarà forse per le troppe cose da raccontare. O forse per la noia di questi giorni.
Sarà l’attesa. Della primavera. Del sole. Di telefonate che non arriveranno. Dei miei 40 anni.
Sto preparando una cena molto informale per lunedì.
Pochi amici. Molti bambini. Tanti pois bianchi su fondo rosso. La mia passione.
Mi sono chiesta quale sarebbe stato il modo migliore per inaugurare questo nuovo decennio e sentivo forte il richiamo di Parigi. Ma poi ho ripiegato sui tulipani, su un giorno ai fornelli, sulle coccole domestiche.
Con la pancia work-in-progress meglio così dopotutto.
Così stamattina armata di portaborse ottuagenario (porta tuo padre con te che le buste pesano) e di bancomat rovente sono andata al centro commerciale.
Solo i 4 pacchi d’acqua mi hanno tolto la vita.
Pesa metterli nel carrello, pesa metterli nel nastro, pesa rimetterli nel carrello e poi nel portabagagli fra il passeggino e le borse varie. E poi, come ti abitui all’idea del riposo arrivi a casa e ti aspettano due rampe di scale.
Con l’immancabile maniglia di plastica rotta.
Smaltita l’operazione spesa per venti, sono passata a quella “salviamo il salvabile” e d’accordo con la parrucchiera (mai trovata una che non andasse imbrodo di giuggiole alla parola tagliamo) ho dato una sistemata agli indomabili capelli.
Saranno gli ormoni, sarà il tempo, sarà il passaggio di Venere in Pesci, insomma, non stavano in piega per più di due ore.
Poi risalivano su se stessi, si accartocciavano, e sembravo uscita dalla penna di Quino. Mancava solo il fiocco rosso.
Tagliati, colorati e messi in riga dall’esperta sembrano quasi dei buoni capelli, lisci, ordinati. Ma lo specchio davanti alle mie mossette profilo destro profilo sinistro, mento su, mento giu, mi ha lanciato uno sguardo beffardo. Sappiamo entrambi che sarà un risultato di breve durata.
Basteranno le poche ore di sonno stanotte per farmi ritrovare arruffata e molto lontana dal concetto di “piega liscia”.
Non ho ancora idea del dress code. Spero solo che mi ritornino indietro le due paia di jeans pre-maman che ho prestato perché inizio a stare strettina in quelli normali, specialmente la sera.
Del menu invece ho tutto chiarissimo. Molto easy: qualche quiche, qualche bruschetta, un maccheroncino al fumé, un’arista ai carciofi, insalata, patate al forno, torta cioccolato e fragole.
Dulcis in fundo, aprirò un Veuve Clicquot. Un gentile omaggio che l’azienda mi ha fatto portare da un corriere, in preziosa cassettina di legno, accompagnato da gentile biglietto prestampato. Condividiamo insieme certi traguardi.
Sei arrivata a 40 anni.
Brinda.
E no, non pensare che non ti vogliamo più bene. Che sei solo un esubero, un sassolino nelle scarpe, un riccio nelle mutande. Ti abbiamo ferita, umiliata, lasciata senza lavoro, chiesto di licenziarti. Ma quello non è personale.
È la crisi.
Lo sai.
E quindi bevi. Bevi che ti passa. Bevi che dimentichi. Bevi che affoghi i dispiaceri.
E luminosi auguri per questo traguardo.

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Ieri è stata una di quelle giornate storte. Non storte “storte”, da improperi e guai, ma una di quelle maratone di piccole noie che arrivi a fine serata e sei svuotato e malconcio.
Stamattina ho subito rimediato aprendo il barattolo della Nutella.
L’ho spalmata con tenerezza sul ciambellone e ho lasciato pure che strabordasse.
Potrei scrivere del brutto sogno a tema “lavoravo in un’azienda brutta e cattiva e non lo sapevo” ; oppure del forum che credevo oasi di felicità prima di vedere le lunghe zanne feroci; magari potrei postare la foto dell’ennesima lettera mediocre che mi hanno mandato per informarmi del mio status di esubero oppure della montagna di panni che ho scalato armata solo di ferro rovente e tanta acqua distillata.
Ne avrei di temi, di strali, di frecce.
Ma il potere catartico della Nutella mi spinge a guardare verso l’azzurro del mare.
Mi affaccio e vedo il sole, e il blu, e due orecchie pelosette far cucù dalla finestra in cerca del quotidiano biscotto mattutino.
Vale la pena incazzarsi?
Vale la pena mettersi in un angolo muto di dispiacere e apatia?
No.
Ogni giorno lasciato in balia del pessimismo cosmico è peccato mortale per una mamma.
Mio figlio ieri ha detto finalmente il suo nome.
Abbiamo preso acqua e farina e lui con sua sorella si sono divertiti a modellare pupazzi e mostri vari con la pasta di pane.
Mio marito mi ha lasciato l’ultima fetta del mio dolce preferito. L’ha risparmiata per me.
Ho preso il nuovo runner a pois rosso e bianco, l’ho steso sul tavolo del soggiorno e c’ho piazzato sopra quel vaso colmo mimose che mi hanno regalato gli amici del cuore domenica sera.

Ieri è stata una giornata storta.
Ma voglio guardare alle piccole cose belle che si sono intervallate alle nuvole grigie.
Ode all’ottimismo.
E buongiorno ai sognatori.

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