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pensieri sparsi e acchiappati al volo col retino delle farfalle. molti punti. nessuna maiuscola. nel pieno del mio stile da piccola ape furibonda. martedì 17 e poche ore di sonno. molti baci (il lastOne promette benissimo come cavamutande). una lite prima di dormire. una prima di mangiare. assertività ai massimi livelli, pronta a inserire la chiave e a pigiare il tasto rosso. livello di allerta massimo. esplosione in corso. salvatemi. fra pochissimi minuti 18 maggio. mamma che non c’è. nessun pigiama, o pantofola, o pianta, o foulard da regalare. c’era il sole e ho comprato delle margherite gialle. avrei voluto sprofondare in un cappuccino e invece ho preso un tè. ho comprato un’auto. non ho ritrovato la borsa. ho capito che quando due persone si piacciono tanto tanto e non riescono a dirselo poi arrivano a detestarsi. ed è un peccato per la fonte di energia amorosa di cui il mio osteopata parla con tanta veemenza. se mia madre fosse qui saprebbe aggiustarmi. lei aggiustava tutto. sedeva paziente e a capo chino. rattoppava. cuciva. rimediava. se mia madre fosse qui la inonderei di parole. quelle che non dico più. ho scoperto che dopo i 40 si parla sempre di sesso e gli uomini hanno la tendenza ad uscire dal seminato per misurare la potenza del loro fucile. poiché la faccia da quaglia non ce l’ho, io mi mimetizzo fra una battuta e l’altra e alla domanda “non mi merito un bacio” io rispondo che non bacio nessuno. tutt’al più mi faccio baciare. i mariti delle amiche sono off limits. è il dodicesimo comandamento. i mariti delle amiche non ti dovrebbero whatsappare, o mandare emoticon bacianti. i mariti delle amiche dovrebbero ricordare i voti scambiati davanti a questo cristo che si immola. ho capito che detesto i cascamorti, i piacioni, quelli che trasudano corna da ogni poro. pensieri sparsi e attaccati al foglio come un collage. coccoina spalmata col pennello. pezzi di vita ritagliati così come viene. non sempre otteniamo ciò che vogliamo. due giorni che vedo “io che amo solo te”. me lo sono gustato domenica sera in una delle mie sessioni di “stiring” come le chiama la mia bestfriend. e lunedì. e anche oggi perché mia figlia voleva vederlo. e poi rivederlo. perché alla sua età si cerca ancora di capire l’amore. io ho capito che due persone che si piacciono tanto se sono sposate non si possono piacciare. questo cristo che si immola scenderebbe dalla croce e siederebbe fra loro per ricordargli che l’amore è uno e unico e nei secoli dei secoli amen. ma l’amore ai tempi di mia figlia è un’onda che va e viene e lascia e porta via. e lei mi contamina e mi contagia e io sogno sempre i miei vent’anni. anzi, per la precisione ventuno. la notte è lunga e ho tanto da fare. raccatto i pensieri e li butto in fondo ad un cassetto dove brilla ancora il ditale di mia madre, la sua scatola di fili colorati e la ciotola del mascarpone piena di vecchi bottoni. se lei fosse qui lei mi avrebbe chiuso lo strappo al cuore con la cucitura a punto fitto che le aveva insegnato suor maria pia. mi avrebbe accarezzato il viso. mi avrebbe fatto sentire importante come nessun altro al mondo sa fare. nessun uomo, marito, compagno, marito di amica, trentaduenne, o piacione di turno che sia. mezzanotte e venti. buon compleanno mamma. pensieri sparsi solo per te.

Perché è sconsigliabile di perdere la testa?

Perché allora si è sinceri.

Ho trovato questa frase di Cesare Pavese mentre cercavo notizie sul ddl Cirinnà. Molti amici staranno festeggiando la legittimazione del loro legame e va bene così. L’amore andrebbe sempre accolto anche quando non è come lo vogliamo noi. L’amore muove il mondo. Le stelle. Le persone da un continente all’altro. E va guardato con rispetto perché non c’è niente di più pericoloso al mondo dell’amore. E’ indubbiamente la forza che tutto può.

Sto andando a pieno regime e anche un po’ di più. Vuol dire che ho il telefono bollente. Le chat multiple. Dormo ad orari assurdi. Mi godo la notte.

Mia figlia è sempre più votata alla chirurgia generale ed è in totale crisi mistica da matematica. Aveva deciso di imboccare la via del bosco saltellando col cestino sottobraccio. Studiare q.b. uscire e divertirsi. Lasciarsi vivere. Non aveva fatto i conti con il “sogno”, quello che ti trovi in tasca e che diventa la bussola di ogni tuo passo.

 

Quel “voglio” che improvvisamente governa ogni nostra azione.

Essendo lei figlia di tanta madre, dubito che mollerà l’osso facilmente. Ci girerà intorno per giorni e giorni e poi si butterà a testa bassa seguendo l’istinto, passando sopra ai problemi con i cingoli, spianando una strada tutta sua. Anche questo, va bene così.

“tu mi piaci tutta”. Ecco. Con questo non avevo fatto i conti. Sì la battuta, sì l’abbraccio però…il nero su bianco spiazza. E sono arrossita. E ho ingurgitato una fetta di torta al cioccolato talmente burrosa che le parole mi scivolavano da tutte le parti.

Santi numi.

“tu mi piaci tutta”. Lui mi ha detto questo. E tu? tu niente. Come sempre.

La mia migliore amica mi conosce tanto quanto il suo riflesso nello specchio.

Io niente. Io, mai.

Tu sei la donna delle parole. Glielo hai detto?

No.

Non gliel’ho detto. Ho pensato fosse difficile da spiegare. E anche un po’ umiliante da sentirsi dire.

Scusa caro. Non è che non mi piaci. Cioè mi piaci pure. Ma vedi, io non sono interessata all’articolo. Cioè, il set di pentole a casa già ce l’ho. E neanche le uso. E lo so che rido, scherzo, abbraccio, e sembro sempre così diretta, così viva, ma questa sono io e non noi. Non esiste noi.

La donna delle parole è difficile da accontentare. Una personcina frustrante che si nutre di sentimenti e poesia e sussurri fra i capelli. Qualsiasi cosa di fisico passa attraverso il setaccio della coscienza (non si fa!), della fiducia (spogliarmi? chi, io?), della passione (Oh, sì!) che c’è o non c’è. E da me, non c’è mai.

Quando le mie compagne di università saltavano da un letto all’altro, io ero soprannominata Iceberg. Loro si divertivano così. Io mi divertivo ad ascoltare le loro storie. Io volevo la mia. Intera. Totalizzante. A tutto tondo.

Sono troppo perbene per un “tu mi piaci tutta”. Troppo esigente. Anche troppo vecchia, in questo caso. E mi dispiace. Perché mi farebbe bene un po’ d’amore. Mi servirebbe proprio.

Quando mio figlio mi bacia mi sento invasa dalla tenerezza e penso a quanto già odio quella che lo avvolgerà nella sua vita e lo porterà via. Mi resterà il ricordo delle sue manine sui miei fianchi, del suo baciarmi ancora e ancora ogni volta che glielo chiedo, del suo spalmarmisi addosso come fosse marmellata sul toast.

 

un tu mi piaci tutta detto così fra un magnum classic e una torta al cioccolato non è facile da digerire. Ci vuole un mega bicchiere di citrosodina per buttar giù i pensieri impuri, un no comment politico che sa tanto di picche e una valigia in soffitta dove nascondere qualche rimpianto di troppo. Apri, butti dentro, chiudi. Non è successo niente.

eventi meritevoli di nota:

lo spartano è andato a vedere la sua futura classe. Non ha incendiato nulla. Ha capito che dovrà star seduto. Alla domanda com’erano le maestre? la risposta è stata “tutte strane”. Ok. Passiamo oltre.

ho comprato un paio di scarpe rosse perché non possono mancare un paio di scarpe rosse nell’armadio di una donna delle parole. Fanno tanto Mago di Oz.

ho superato 1000 like su instagram con una foto che si porta dentro tutta l’intensità di quel “tu mi piaci tutta”. la fotografia cattura i sentimenti. Non ci piove.

detesto le persone che mi detestano. Tipo la mammacagacazzodellaclassedimiofigliolassistentedelmiodentistaeunpaiodipersoncinequaelasparpagliatefralaboriaelapuzzasottoilnaso.

Domani all’alba sarò in spiaggia a fare foto. A respirare il mare. A pensare a un mi piaci di troppo che scioglie la neve come fosse sale.

 

 

 

ho un blog da quando esistono i blog. e prima del blog ho avuto decine di diari segreti che  tenevo semplicemente nel cassetto del comodino. non mi sono mai posta il problema del “se lo legge mia madre”. la mia vita era piatta anche per una saggia donna come lei e la lettura dei miei più reconditi pensieri forse non l’ha mai turbata al punto da palesarne l’atto. da dover prendere provvedimenti. da preoccuparsi per le mie sacrosante virtù.

i miei diari sono tutti impilati dentro uno scatolone in soffitta insieme a una marea di biglietti del cinema, del treno, scontrini, lettere più o meno d’amore, cartoline all around the world e la mia collezione di pacchetti di sigarette.

una vita fa insomma.

ho un blog e prima del blog avevo un diario in cui riversavo parte di me. non tutto naturalmente. perché ho sempre pensato che mia madre lo leggesse, come so che mia figlia legge questo. e quindi ho sempre scritto di me. ma non tutto di me.

per conoscere la vita degli altri si paga un pegno. fra blogger è lo scambio continuo. il flusso di emozioni, azioni, pensieri o ricordi. c’è un dare avere che pareggia tutti i conti. c’è l’ironia, la poesia, il racconto orgiastico delle cene dai parenti o delle parole volate davanti al divorzista, i pensieri che affollano in fila ai colloqui o il fiume di parole che scorrono rapide sulla tastiera a fine giornata. una giornata qualsiasi.

il motivo per cui non dico mai ai miei amici che ho un blog è proprio il pegno di cui sopra. il blog è parte di me senza la facciata. un pezzo del mio cuore steso al sole con due mollette. ciò che mi passa per la testa. la sensazione di un momento. una canzone che mi rimbomba. un bacio rimasto attaccato sulle labbra.

venire qui. leggere di me. giorno dopo giorno senza dare mai indietro niente è triste. anzi, no. non è triste. è infelice. infelice come opposto di felicità.

io qui mi nascondo. a volte mi perdo. e poi mi ritrovo. spazio fra le emozioni che mi porto addosso, ai dubbi sui quali mi cullo, ai sogni che ho difficoltà a lasciare andare ogni mattina quando apro gli occhi. quando tolgo il pigiama, mi scrollo me stessa di dosso e porto in giro la persona che mia madre amava trovare in quei diari.

non c’è tutto di me ma c’è molto di più di quello che si ritiene utile mostrare agli altri. c’è troppo cuore. troppo utero. troppo tutto. e non va bene quando, giorno dopo giorno, c’è chi arriva, legge e non lascia niente, ne qui, ne altrove. arriva, porta via qualcosa e non paga pegno. non è lo zoo dei sentimenti. e io non sono l’attrazione della settimana. e portare via pezzi di me per cercare di ricomporli di notte quando il resto del mondo tace non ha senso.

l’amore ha senso. quello sì. per una persona. un cane. un figlio. un amico. l’amore che dura cent’anni o un giorno solo. l’amore che si dice e soprattutto si fa.

mia figlia è tornata da Roma supergasata per aver incontrato Beppe Grillo. Indagare se girassero sostanze illegali in corriera;

mi figlio oggi è stato messo in punizione dalla sua insegnante di religione, una santa donna timorata di Dio che dev’essersi giocata tutta la pazienza ad un tavolo di blackjack col parroco;

il mio gatto continua a non usare la lettiera e a seguire mio marito in bagno come le papere di Lorenz. Deve aver avuto un imprinting con lui e hanno ritmi scatologici affini. Imbarazzante.

è arrivata la lapide di mia madre e la parola “tombale” ritorna in auge questa settimana. Dolorosamente.

mi sto creando aspettative che so rimarranno deluse. saltando cene. sparpagliando sorrisi e parole di circostanza.

so benissimo cosa voglio e anche come ottenerlo ma leggerlo nero su bianco non piacerebbe a mia madre. potrei non scriverlo. sono brava in questo. oppure non farlo.

non ho ancora deciso.

ci penserò domani.

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Oggi così.
Con pioggia. Quella che basta a coprire l’odore della primavera.
E mille cose da fare. Zero voglia.
Figlia e amica di figlia brancolanti con video youtube sulla mani.
Figli urlanti a mo’ di discesa degli unni.
Marito pervenuto con vassoio di brioche. Redento.
Accendo la mela. Morricone invade lo studio. Pensieri affollano. Spingono. Sembra la linea rossa della metro sotto Salone.

Quando provate invidia per me sappiate che ho pagato tutto. Tanto. E con gli interessi. Non mi hanno mai regalato nulla. O fatto sconti. Qualsiasi cosa ho, piccola o grande che sia, animata o immobile, viva o andata via, mi ha segnata, cambiata, privata di qualcosa.
Io getto ponti ma poi mi assumo anche il rischio di camminarci sopra e di precipitare nel vuoto pur non sapendo volare. Sono incosciente e consapevole della mia incoscienza. Una tortura psicologica logorante.

Quando vostra moglie è gelosa di me ditele che all’Uci proiettano film ogni giorno ma non quello della nostra storia. Ditele che non valgo poi molto. Sono solo apparenza. Un mucchio di parole ben impilate come mattoncini lego. Ditele che mai avreste voluto una come me. Una donna ad altissima manutenzione. Che preferisce un libro alla vita. Fredda. Dura. Ma totalmente spezzata dentro. Troppo impegnativa anche per l’amore.

Quando provate rabbia nei miei confronti, picchiate. Urlate. Tirate fuori il veleno. Non state li a covare. A macerare. A marcire. Non merito di rovinare le vostre giornate. Ne voi le mie.
Io sono un’esperta nell’ignorare. Il dolore. Il tradimento. Le mie stesse voglie. Li guardo scomparire sotto la linea del mare. Non c’è più nulla. Neanche il rimpianto.

Oggi così.
Con un libro al posto di una vita intera.

_Eravamo amici, insomma quasi amici, avevamo studiato insieme a Rimini, lei faceva le magistrali, non proprio insieme, io facevo l’Istituto e poi a Bologna all’università, su e giù in treno, c’incontravamo spesso, chiacchieravamo, ci prestavamo i libri, m’ha prestato un giallo che aveva un titolo strano, Con te, ma bello, il più bel giallo che ho letto, poi parlavamo di film, a lei era piaciuto Kramer contro Kramer, anche a me, ma a me era piaciuto molto Il grande freddo, «Vallo a vedere», e dopo mi ha detto «Bello, avevi ragione», «E beh, gli americani sono bravi, hai visto Blade Runner? quello davvero è un capolavoro», ecco, dei discorsi così, e quella sera tornavamo da Bologna, eravamo partiti alle otto, era già notte, avevamo trovato uno scompartimento vuoto, proprio al centro, «Domenica a Ravenna c’è Vasco Rossi, lo conosci? uno un po’ matto», «Lo vai a sentire?» «E tu?» e in quel momento, tac, è mancata la luce, non si vedeva più niente, le ho chiesto «Hai paura?», e lei: «E tu?» abbiamo riso piano, siamo stati zitti un po’, poi non so neanch’io com’è successo, è stato anche il suo profumo, sottile, ma mi entrava dentro, l’ho cercata con una mano, un braccio, la spalla, piano, senza stringere, i capelli, quanti capelli, poi intorno al collo, poi l’ho baciata, e lei m’ha baciato anche lei, e stavamo lì, non sapevamo cosa dire, poi le ho baciato gli occhi, teneri, quasi dolci, sempre senza dir niente, poi un altro bacio, lungo, stavamo zitti, secondo me, anche dalla meraviglia, non ce l’aspettavamo d’innamorarci di colpo quel mercoledì sera, al buio, in treno, un po’ prima di Forlimpopoli_

[Raffaello Baldini, in Treno]

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Il tramonto era così bello ieri che invece di andare a fare la spesa sono andata in spiaggia.
Il vento portava il profumo del mare e nonostante l’aria, era indiscutibilmente una tiepida serata di primavera.
Ho scattato qualche foto. Ho riempito le scarpe di sabbia. Ho guardato con una leggera nostalgia le coppie che passavano tenendosi per mano.
I colori del cielo sembravano innaturali e un anziano armato di bastone bussava tutte le porte dei casotti alla ricerca del bagno. Mi ha ricordato papà. Ho buttato il pensiero fra le onde. Sono andata via.

È stata una settimana a incastro. Mille cose da fare. Persone da vedere. Problemi. Ho un ginocchio che se potesse parlare griderebbe pietà ma stamattina sono andata a zumba. Avevo ancora i colloqui di ieri da buttar fuori. Ho sudato. Ho smaltito la rabbia di non poter dire davvero quello che penso. Della scuola. E di mia figlia in quella scuola.
Ciò non toglie che mi farei volentieri di voltaren. Che mi fanno male anche gli addominali e che anche per quest’estate punterò tutto sulla simpatia.
Anche se, inizio a dubitare anche di lei.
Mia figlia dice che sono stronza.
E io non mi sento di darle torto.
Non sento (più) il bisogno di piacere a tutti.
Anzi.
Ho quasi il rigetto degli altri.
E mi rifiuto di assecondare la sequela di ego espansi che attraggo come calamite.
A volte, semplicemente, scivolo via.
Non mi concedo.
Non creo occasioni.

Non che sia motivo di orgoglio. Ma non reggo più certe relazioni. Certe schermaglie.
Ho solo bisogno di affetto.
Di risate.
Di tramonti che ti riempiono gli occhi e di parole buone.
Sto bene come sto. Senza più l’ansia del posto al sole. Del chilo di troppo. Dell’improvviso cambio di programma.

Mi resta addosso il famoso “una come te” che mi obbliga uno standard di intelligenza che a volte vorrei non avere.
Una come te capisce.
Una come te ha la soluzione.
Una come te si rialza.

La maestra di mio figlio butta là fra una maglietta per la recita e la chiusura per far posto ai seggi che forse soffriamo di SDA. E vede nel forte attaccamento dello spartano a me un suo possibile e futuro deficit di apprendimento.
Non sarà niente.
Incasso. Porto a casa.

Mio marito, dopo aver detto che l’amore non esiste 21 anni dopo di noi, è stato sequestrato ad una riunione agenti per tre giorni, contagiato da una malattia esantematica tipica dell’età pediatrica, e poi si è perso dentro al suo iphone nuovo.

Il pediatra dei miei figli mi chiede fra un’ascultata e l’altra _a sesso come andiamo_ e suggerisce che io faccia incetta di tanga di pizzo.

Siamo di nuovo in campagna elettorale. Sono di nuovo dentro. Le aspettative sono alte. I tempi stretti. Le sfumature ben oltre cinquanta.

Suggerisco a certi lettori anonimi di chiamarmi personalmente se hanno voglia di vedermi. Noi donne vicino alla menopausa soffriamo della sindrome _nessuno mette Baby in un angolo_ e siamo per la platealità di certi sentimenti. Non c’è niente dentro questo blog che dia risposte più esaustive di me. Basta chiedere.

Mia figlia mi chiede come sai quando sei innamorata.
Entro in cabina.
Metto le cuffie.
Rispondo.
Sei innamorato quando vedi l’altra persona in tutto. La riconosci nelle canzoni. La ritrovi nelle frasi di un libro. E il suo pensiero ti suona dentro come una musica che non vuoi mai smettere di sentire. E annulla tutto il resto sovrapponendosi a ciò che fino a quel momento eri.
Improvvisamente anche il tuo cuore cambia ritmo. E accelera se si prospetta l’occasione di un bacio.

La risposta è piaciuta.
Aspettiamo il bacio.

E tu mi vieni a cercare.

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L’oroscopo di Pesatori dondola fra rabbia e amore. La canzone di Fabi mi parla addosso. L’amore alla mia età mi deprime. L’amore all’età di mia figlia è più un miraggio che un sentimento. Due amiche hanno deciso di mollare tutto e fuggire via. Ricominciare altrove. Io ho ancora un piede nell’aereo. Non credo scenderò presto. Il prossimo che mi fissa negli occhi e mi dice che sono tutto e molto di più gli sputo. Così, in scioltezza. E poi magari gli passo un kleenex pulito per sentirmi meno cafona.
Il prossimo che osa mettermi su un altarino lo stronco al primo accenno di idolatria molesta. Lasciatemi vivere la mia diversità emotiva in pace.
Ecco. Facciamo finta che non ti piaccio.
Che non trovi nulla in me. Che io sia un libro già letto e uno stornello già suonato.
Voglio solo scomparire.
Diventare una persona banale.
Una di quelle donnette votate al ragù della domenica e alle recite delle bambine di fine anno.
Sedere al sole.
Dondolare altalene.
Non regalare sorrisi. Ne rapimenti del cuore.

Non aspettare più niente e nessuno.

_Facciamo finta che io sono un Re
che questa è una spada e tu sei un soldato.
Facciamo finta che io mi addormento
E quando mi sveglio è tutto passato.
Facciamo finta che io mi nascondo
e tu mi vieni a cercare
e anche se non mi trovi tu non ti arrendi
perché magari è soltanto
che mi hai cercato nel posto sbagliato

Facciamo finta che io non mi spavento
quando arriva la fine, prima o poi capita.
Facciamo finta che chi fa successo…
se lo merita.

Facciamo finta che sono un eroe
e che posso volare e sconfiggere il male.
Facciamo finta che tu sei diverso
e che malgrado questo io non ti voglio ammazzare.
 
Facciamo finta che posso schioccare le dita
e in un istante scomparire
quando quello che ho davanti non mi piace non è giusto o semplicemente mi fa star male.
Facciamo finta che io torno a casa la sera
e tu ci sei ancora sul nostro divano blu.
Facciamo finta che poi ci abbracciamo
e non ci lasciamo… mai_

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Cose chiare.

Mi piaci. Si. No.
Ti piaccio. Si. No.
Cosa sei tu per me.
Cosa sono io per te.
Allora chiamami.
Allora ti chiamo.
Mi manchi. Tanto.
Mi sei mancato. Da morire.
Vorrei ma non posso.
Potrei ma non voglio.
Si. Fortissimamente sì. Nonostante tutto sì.
No. Proprio no.

A me le persone piacciono chiare.
Le relazioni piacciono chiare.
Le storie. Le amicizie. Tutto quanto mi circonda, in questo momento più che mai lo voglio chiaro.
Ho bisogno di cose vere. Abbracci stretti. Presenze.
Ho bisogno di sentimenti.
Di ridere fino alle lacrime.
Di piangere per ritrovare il sorriso.

E non di silenzi. Di scene mute. Di assenze.

Sono sempre alla ricerca di una dipendenza.
Ma non so ancora scegliere quale.
Per ora mi accontento del caffè.

Sono tornata a scrivere. In posti diversi. Sono tornata a progettare. A dare un luogo ai colori.
Ma mi sento ancora giudicata da mia madre e ho paura perfino di sognare cose che abbiano odore di peccato. Penso che lei le veda e si mortifichi per me.
E allora arrossisco. Faccio un passo indietro. Torno sui miei binari. Mai fuori luogo. Mai fuori posto.

In compenso sono circondata da un club di innamorati disadattati e cuori nel vento.
E mi trastullo nei peccati altrui.
A volte ho già il primo capitolo del mio libro tutto scritto in testa.
Ed è un toccasana per la mia immaginazione.

Capitolo1
Ma la notte

Era la vigilia di Natale e lui dopo aver fatto gli auguri di rito e consegnato i regali ai nipotini e alla moglie intenta a far bollire il cappone, la raggiungeva nel suo appartamento e le si spalmava sopra come la Nutella sul Pandoro.

Ecco.
La mia vita dovrebbe essere così.
Non dico perfetta.
Tanto meno precisa.
Ma divertente.
Si. Divertente. E leggera.

Una vita dove posso chiamarti e chiederti come stai e dirti come sto.
Senza arrossire.
O dovermi genuflettere per il senso di colpa.
O dovermi pentire di ogni parola detta.

Divertente. Sì. E leggera.
Una nuvola di fumo.
Un pulviscolo nel sole.
Un bacio prima di dormire.

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