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Ah no. Non è che mi sono disinnamorata del mio rifugio da scribacchina. È che sono stramazzata sotto una montagna di panni da lavaresmacchiarestirareriporre.
E se non sono i panni sono le grandi manovre che mia madre si è messa in testa di fare.
Seduta dalla sua sedia semi-rotellata, con bastone a mo’ di scettro del potere, dirige aperture di armadi che non vedevano la luce da anni.
Un vago odore di naftalina, stantio e moda anni ’80 ha invaso tutto il garage e rinvangato ricordi sopiti, quando non volutamente nascosti.
Sono riemerse mini che potrei usare come fascia per i capelli e che mi riportano ai primi viaggi fatti da fidanzati. Una gonna in particolare, a scacchetti bianchi e blu e vita anni ’70, mi catapulta a Nizza, orto botanico, e noi che passeggiavamo fra farfalle e felci. Tante rughe fa.
A malincuore ho messo anni della mia vita nei sacchi destinati alla raccolta indumenti.
Un tailleur rosso di panno che portavo ad un matrimonio. Ho le foto in soffitta. Ero col mio ex e di quel giorno ricordo la fastidiosa sensazione i avere dei capelli troppo da signora, e delle calze/scarpe troppo nere per il rosso sopra.
E poi quella gonna lunga, di tessuto elasticizzato, compagna della mia prima gravidanza. Magari servirà ad una futura giovane mamma. Magari si sentirà un pizzico felice con quell’indumento fatto apposta per contenere le sue forme in evoluzione.
Io dubito di averne di nuovo bisogno.
Tre. Cioè tre sono tre oggi. Mica parli di figlio unico.
Ieri, al supermercato, in una delle mie sparute uscite mondane, fatte di acquisto pannolini e raccatto pranzo/cena, ho sentito la cassiera guardarmi stupefatta mentre focalizzava il terzetto.
Il bebè era sul marsupio e in modalità “pronto signora che sa di latte, mi sente? Io avvertirei un certo languorino. Quindi, o caccia la tetta o qui parto con la sirena”. Il Tato era nella sua miglior interpretazione di “va ora in onda l’ora del capriccio” e ripeteva random…voglio l’ovetto kinder grande, voglio l’ovetto kinder grande, voglio l’ovetto kinder grande, voglio l’ovetto kinder grande, voglio l’ovetto kinder grande…mi aveva quasi ipnotizzata
Sottotitoli per non udenti, non necessari. Anche in quest’occasione, la barriera del suono veniva frantumata dal frigno continuo e martellante.
Miss Paturnie invece usciva da scuola e se non ci trovava saliva sull’autobus e quindi viaggio a vuoto.
Alla mia incitazione al Tato di smetterla di scapricciare e di sbrigarsi che altrimenti Vittoria non ci trovava, cassiera e collega si guardano, mi guardano e dicono…perché ce n’è PURE un’altra!?!?
Ah beh, coraggio signora.
Coraggio.
È la parola che ho sentito di più in questi mesi.
Non auguri, congratulazioni, che bello! Che pazzia, no. Coraggio.
Come se, essere genitori facesse paura e si dovessero invocare Luke Skywalker e la Tata Matilda insieme per un sostegno morale.
Beh, magari funziona pure.
Sto effettivamente passando al lato oscuro della forza. Sguardo sempre più torvo, qualche minaccia di collegio a vita (per Miss Paturnie) o di smaltimento coatto di tutti i lego in sacco nero indifferenziata (per il Tato).
Il massimo è stato il Nano treenne che imitava una mia sfuriata. “Cattiva mamma, cattiva! Non si fa così e colà. Cattiva. Tu mi fai arrabbiare. Sono rabbioso, rabbiato! Butto via tutto! Cattiva mamma”. E aperto lo sportello sotto lavello, ha cestinato le spugne, i sacchetti per l’immondizia e pure la tovaglia della colazione.
La sorella ed io eravamo attonite e ce la ridevamo sotto i baffi.

Cattiva mamma.
Questo però mi è rimasto dentro. E anche se so che era in una fase di totale imitazione mi è dispiaciuto tanto.
Perché quando la forza oscura mi trasforma, mi annulla quell’immaginetta edulcorata di happy family che adoro: noi cinque tutti belli (ed io magra con un jeans che mi calza divinamente), in una casa linda con fiori e profumo di biscotti, che ci abbracciamo e ci coccoliamo.
Senza capricci.
Senza virus intestinali che ci fanno cadere come mosche uno dopo l’altro.
Senza pile di panni che implorano un ferro caldo.
Senza la stratosferiche puzzette che rilascia ad intervalli quasi regolari il newborn. Cioè…rianimano uno svenuto. Da non credersi.

Sono una cattiva mamma. Si. Capita anche a me.
Per questo mi imbarco in titaniche imprese di riordino e pulizia.
Mi immolo alla detergenza, al mocho, al vetro limpido. E sforno ciambelloni e sformati di verdure.
Ho bisogno di sentirmi in qualche modo abile nel ruolo, salda nella posizione, brava nel mio nuovo lavoro.

I sacchi hanno continuato ad ingoiare pezzi di me. Di ciò che ero, della vita che ho fatto. Via i pantaloni e le giacche da ufficio. Via le gonne a tubo, le camicie, gli shorts di jeans che ancora mi chiedo come ho fatto a portare.
Via tanto, via tutto.
Tre abiti resistono. Non ce l’ho fatta proprio a separarmene.

Forse perché mi sentivo così bella quando li portavo.
Forse perché sono del mio periodo più magro e più femminile.
Li ho appesi vicini. Li ho rimirati a lungo. Ho pensato che non li indosserò più ma che comunque è stato davvero bello portarli addosso, sentirsi donna, fosse per i fiori o per il rosso fuoco che ne sottolineava l’essenza.
E poi…ho pensato che è proprio come la pancia del tuo primo figlio, del secondo, e anche del terzo.
Non la vestirò più, si va avanti.
Ne ho appeso il ricordo allora. L’ho messo vicino al cuore. Ho chiuso l’armadio. Ho guardato avanti.

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Sono tentatissima di raccontare la vita del bebè minuto per minuto.
Ma mi annoio già da sola.
E per questa volta vi risparmio.

Eviterò quindi:
– commenti zuccherosi sulle meraviglie dell’essere mamma. Ho già detto, scritto e sottoscritto che niente è paragonabile alla gioia di diventare mamma. Non ne avrei fatti tre altrimenti e nonostante tutto. Quindi, a tal proposito, posso solo aggiungere “andate e moltiplicatevi” ci sarà da divertirsi.

– report sulla classifica delle somiglianze. Uhhhh, sei tutta tu! Caspita, è tutto tuo marito! Ma è proprio te da piccola! E bla bla bla…bla bla bla, bla. Per ora, little baby è ancora tutto accartocciato. Due occhi grandi che fissano i miei, naso camuso che un po’ mi preoccupa, bocca a cuore e un’attaccatura dei capelli simil-Diabolik.

– intime rivelazioni sulle tonalità pantone scelte dallo gnomo per le sue prime espressioni scatologiche. Insomma…se una cosa è intima, è intima.

Sono già abbastanza immersa nell’accudimento del pupino da meritare una libera uscita del pensiero ogni tanto.

Questa settimana mi sono regalata due belle puntate di “The mentalist”, dall’inizio alla fine. Ho fatto pure zapping su Italia uno per beccare Iron man2 durante la pubblicità. Ho avuto amici a cena e siamo usciti per la prima pizza in comitiva.

Tutti in piedi per una bella ola. C’è vita su Marte!

Degni di attenzione oltre alla microcrescita della peluria nera sulla testa dell’infante e alle dissertazioni sulle prestazioni di Mr Grey con il mio pediatra (avrà fregato 50 sfumature di grigio alla moglie?) due episodi di mala-quotidianità.

Il primo.
Tema: disservizi per il cittadino.
Tratto da: Portale INPS.

Svolgimento

Come da espressa richiesta, subito dopo il lieto parto e lo a voi noto rocambolesco rientro a casa, da ligia (e ancora) dipendente di azienda, entro con il mio PIN nel sito INPS, area dedicata al cittadino/utente per aggiornare i dati della domanda di maternità.
Primo buco nero. Il pin.
Da prassi ricevi a casa una scheda con stampigliata una parte del Pin. L’altra arriva via sms.
Manco la carta di credito usa tali mezzi di secretazione dati.
14 cifre che vanno, secondo la lettera allegata, copiate sulla tessera.
Ok. Fatto.
Accedi con questa sottospecie di codice alfanumerico che alle schizofrenie di John Nash gli fa un baffo, e…ta-dà!

COLPO DI SCENA

devi cambiare pin e copiare il numero, nuovo su un posto che dovrai ricordare e non è più quello di prima, sulla riconoscibilissima lettera INPS.

Bene, ora hai un nuovo pin. Più corto ma segnato su un post-it destinato a vagolare per casa finche non cadrà nella fossa dei desaparecidos domestici insieme a migliaia di calzini spaiati, quell’orologio che avevi tolto prima dell’estate e che non ha lasciato tracce della sua fuga, una delle due fruste per montare la panna e a quei due o tre ombrelli che si paleseranno la prossima ondata di anticiclone delle Azzorre.
That’s it.

Ma torniamo alla nostra navigazione sul portale INPS, sezione servizi per i cittadini.
Giri che ti rigiri (e se eri in auto, col caro benzina, cara ti costava sta passeggiata virtuale!) trovi finalmente l’area dalla quale fare l’aggiornamento date e il secondo buco nero.

Nonostante si parli di te e l’inps abbia già tutti i tuoi dati, ti obbliga a riscrivere chi sei, quanti anni hai, dove furono i tuoi natali, dove vivi e quando hai effettivamente partorito.
E via di repetita iuvant.
Scrivi ed eccolo il terzo, incredibile buco nero.
La schermata successiva, obbligatoria per l’invio della domanda aggiornata chiede i dati del bebè: nome e cognome, domicilio, data di nascita e luogo (che…mica saranno gli stessi della madre scritti prima?!?) e soprattutto, codice fiscale.
Codice fiscale?
Ma il codice fiscale non ce l’ho.
Lo aspetto dopo aver fatto l’iscrizione al Comune.
Come da iter.
E quindi me lo calcolo on line.
Ma il sistema non me lo riconosce ed io non posso andare avanti, segnalare l’effettiva data del parto, aggiornare la scheda.
Che riguarda me, madre (ancora) lavoratrice e non mio figlio.
Quindi il codice fiscale, a questo stadio, che senso ha?
Faccio logout.
E vado dal pediatra a dissertare sulle prestazioni di Mr Grey. Nel frattempo lui mi compila una ricetta per la tosse del nanetto, completa di codice fiscale.
Il suo CODICE FISCALE?
Ah.
Cosi, rientrata a casa, pesco il post-it con il pin infeltrito, riloggo, ricerco, ricompilo e…voragine.
Buio. Blackout.
Il codice non risulta in anagrafe.
Ma allora ditelo.
Parliamone.
Cioè…deve andare cosi?
Un po’ di sano buon senso no?
Sgrunt.

Il secondo
Tema: congratulazioni e auguri da…
Tratto da: avevo un lavoro dignitoso proprio la, con tanti colleghi, stipendio fisso e responsabilità…

Dall’infelice episodio della mia cacciata a virtuali pedate dal mio posto di lavoro sono passati quasi due anni. Fiumi di lacrime, montagne di rabbia, progetti nuovi, ferite vecchie.
Fra cassa integrazione, solidarietà, maternità, sono passati tanti di quei mesi che ho rimosso volti e nomi di chi frequentavo ogni giorno per dieci, dodici ore.
E l’epilogo è già in bozza.
Alla fine della maternità, mi chiameranno e mi ri-chiederanno di licenziarmi. Perché…io sola, con la mia uscita, sono in grado di salvare l’azienda dalla crisi.
Mi sento quasi un’eroe. E il sacrificio pesa meno.
Sai…certi equilibri si sono rotti e tu qui non sei più collocabile.
I sindacati non accolgono una tua mobilità (no? Ma dai…).
Licenziati con serenità.
Stabiliremo una cifra e tanti saluti carichi di reciproco astio dopo 16 anni.
Hip hip Hurrà.

Potrei intingere il pennino nel veleno dell’aspide. Sarebbe inutile.
Mulini a vento.
Lotte sociali.
Vertenze.
Inutili.

Inutile come quel mazzo di rose bianche, consegnate in mie proprie mani dal fioraio di fiducia, per la nascita del pupino.
Fiocco azzurro e biglietto.
Congratulazioni e auguri dalla Direzione Generale.
Quella stessa DG che mi ha definita eccedenza. E mi ha fatto telefonare alle 8.30 di un settembre di due anni fa per dirmi che ero fuori dai giochi.

Ma allora ditelo.
Parliamone.
Cioè…deve andare cosi?

Un po’ di sano buon senso no?

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Ma se a  Gesù fosse nato un fratello, magari non in una originale location come la mangiatoia, i Re Magi avrebbero di nuovo pellegrinato dietro la stella cometa? Pecore e pastori si sarebbero assiepati di fronte al sacro uscio? e il pupazzetto con la verga e i tre porcellini avrebbe smesso di amoreggiare con la lavandaia per correre con grazioso dono (un prosciutto crudo, il must) al suo capezzale?

Dubbio amletico e rischio scomunica per la metafora che solo Dr House apprezzerebbe.

Il terzogenito è stato accolto fra applausi, palloncini, sms giubilanti, post su facebook ma fermati qui. Nell’epoca del social network la visita a casa, soprattutto se di replica di figlio, non va per la maggiore. In netto calo come l’invio dei fiori. Ora si mandano le cartoline virtuali e i messaggi d’affetto su whatsapp. Se ti va bene, becchi una telefonata fra una tetta e l’altra o trovi la chiamata al risveglio dal pisolino.

Non è certo colpa del bebè. Lui è straordinariamente nuovo, ma lo stampo è noto e ormai, non è piu una novità. 

Il terzo figlio va aldilà delle tappe prefisse da tutto il parentado. Ti fidanzi e ti chiedono quando ti sposi. Ti sposi e ti chiedono quando farai un figlio (la locuzione tipo è: Novità?…beh, ecco…vogliamo aspettare. Aspettare? anatema! il Signore i figli mica li manda quando volete voi! su…). Fai il primo e non l’hai neanche svezzato che già chiedono il bis. Dopotutto vi vengono bene, cosa volete aspettare?. Quando arrivate allo status di famiglia del Mulino Bianco, papà, mamma, sorella, fratello e magari cane che non spela e pesce rosso che sopravvive, il parendato dice stop alle aspettative. Non chiede e se chiede, l’unica, grande domanda è: “adesso vi fermate, giusto”? Qualche sfacciato ha anche una domanda di riserva, piu rara ma un pelino più invasiva: “ti sei fatta chiudere tutto sotto, vero?”

Dopo aver lasciato le famiglie senza parole, non si può mica pretendere le visite in cocchio reale e tappeto rosso. Ognuno a casa sua e se ci si incontra, bene. Assomiglia al fratello. Bravi.

Della mia prima figlia ricordo invece la casa invasa dai fiori e dagli amici. Anche il secondo, forse per i tanti anni passati fra lui e la sorella, resse bene. Di entrambi ho i biglietti e la lista dei doni ricevuti attaccati sul primo album e con piacere e un pizzico di nostalgia mi soffermo a volte a rileggerli.

Erano comunque altri tempi. Siamo cambiati. Abbiamo per forza di cosa cavalcato il cambiamento. Alcuni amici sono rimasti saldi al nostro fianco. Altri sono sbiaditi, come le firme lasciate in quei vecchi biglietti. Altri sono arrivati a colonizzare i posti vuoti, a regalare nuovi momenti di gioia.

Così doveva essere.

Ma il carta manent frega comunque. Potrei fare la lista degli assenti, tranquillamente. Stilare un elenco delle persone che hanno messo nero su bianco “per te ci sarò” e poi sono sparite nel nulla.  Sono le amicizie di comodo. Ne siamo tutti vittime, a volte anche artefici. Coscienti o anche no. Però capita di frequentare persone che non rientrano propriamente nelle nostre aspettative.
Con queste non è mai scattata la molla dell’amicizia, quell’incollamento amoroso che ci fa supportare e sopportare dal profondo del cuore, a volte senza neanche dover proferire tante parole, altre con conversazioni fiume in grado di prosciugare qualsiasi offerta telefonica con o senza pinguini ballerini e foche fiche.

Con gli “amici di comodo”si sta semplicemente insieme, si condivide magari lo stesso posto di lavoro, la stessa palestra, un periodo di studi o la stessa condizione; appena separato o lasciato con il partner; appena assunto; vecchia guardia, stesso percorso di jogging ogni giorno. 

Cambiato lo status, cambia la frequentazione. Cambiata la frequentazione, cambia l’interesse. Anzi, più che cambiare, scema.

Scema nel senso che sparisce. Scema che è come ti senti tu quando succede e tu te ne accorgi. Finalmente. 

Sono qui immersa nella penombra del sonnellino pomeridiano. C’è un vago odore di pannolino, talco profumato e thè in infusione. Gesu terzo se la dorme placido. A lui certe zie e certi zii non mancano. Il suo presepe potrebbe tranquillamente essere fatto di mattoncini Lego e dinosauri. Nessun trio di oro, incenso e mirra, più che altro, tetta destra, tetta sinistra, pampers e via così, giorno e notte, col sole e con le stelle. Cometa inclusa.

In fondo, non c’è delusione che un buon sonno e una buona mangiata non possano alleviare.

Bebè docet.

 

Una serie di eventi mi ha tenuto lontano da questo angolino di pensieri e parole sparse. C’è stata la fatica del B&B da paese di mare. Tutti ad affogarsi nelle ferie agostane. C’è stato il pre-scuola. Come molte mamme blogger che ho letto in questi giorni, il tempo è volato fra grembiuli da ricamare, zainetti, kit “sefacciolapipiascuolahotutto”, preparazione psicologica del pupo “mamma ti lascia con le maestre Angela e Carla, hai visto come sono carine? Poi però torna e insieme andiamo…facciamo…ci coccoliamo…”.
Anche Miss Paturnie 2013 ha preteso e meritato il suo tempo. Prima media vuol dire niente grembiule e materie nuove. Quindi caccia al corredo da quasi teenager e svuotamento portafoglio di una cifra considerevole fra libri nuovi e non, materiale arte-tecnica-motoria-cancelleria e affini.
E poi il festone per il terzo anno di Lello.
Una stanza piena di palloni da gonfiare, una montagna di sandwich da farcire e una quarantina di invitati fra grandi e piccoli da intrattenere.
Uno spasso.
Specie con la pancia di nove mesi, il mal di schiena dietro l’angolo, il duo acido e pipì stop ogni tre minuti.
A questa sequela di attività già in programma si sono aggiunti una bronchite collettiva e condivisa fra tutta la famiglia. Nel piccolo si è manifestata con una semplice tosse e una leggera febbricola. Io sono stata condannata a 15 giorni di raffreddore e tosse spacca costato, mio padre a 14 punture di Rocefin e mia madre ad un ricovero urgente che con oggi arriva a quasi un mese.
Uno scialo.
Della notte in cui ho partorito ricordo esattamente di aver detto “non ce la faccio. Sono stanca. Tanto stanca. Troppo stanca”.
Ma poi l’ho messo al mondo.
Veloce e intenso come un parto dovrebbe essere.
Stanchezza inclusa.
Di martedì 17 naturalmente. Per chiudere il cerchio di questo tour de force e alla faccia di tutti gli scaramantici della terra.
Perfetto nella sua nudità, nella sua purezza.
Noi ci siamo capiti subito.
Noi ci capivamo anche in pancia.
Un figlio che mi ascolta, ho sempre pensato.
Che ha viaggiato con me nove mesi non facili ma che non ha mai mollato.
Mi ha invitato a guardare il lato più ironico, a credere nella vita, a danzare sotto la pioggia aspettando l’arcobaleno.
Mi hanno chiesto in molti se l’avevamo cercato.
Un dono non si cerca.
Si riceve.
E ad una mamma che giusto una settimana prima mi ha vista nello splendore della mia massima espansione e senza un “ciao come stai” o un “quanto tempo che non ci vediamo” mi ha detto “ma ci stai con la testa?” ho detto, “si, ci sto tutta”.
Che poi forse, non è vero.
Perché un po’ esaurita sono.
Perché piango per un nonnulla e mi sento sconfortata per l’appendice tondeggiante che non c’è più.
Perché sono entrata in sala parto con il Rescue Remedy di Bach che scorreva a fiumi e insistevo per offrirlo a tutti neanche fosse stato un aperitivo.
Non ne faremo altri.
Questo lo so.
Quarant’anni pesano e anche il lavoro perso, gli impegni fra bimbi e anziani, la coppia da lasciar respirare ogni tanto.
Ma mi mancherà la maternità.
Quel senso di “abitato” che ti accompagna, che ti fa parlare dentro, che ti fa prendere cura di te in modo diverso.
Mi mancherà il conto delle settimane e quello scorrere lento e velocissimo dei mesi. Tutto si sposta dentro di te e tu, per forza fai spazio ad una nuova vita.
Il processo è infinito.
Oggi lui è qui e cerca il suo posto fra noi.
Fra una sorella che si è eletta vice mamma. Un fratello che lo crede “il MIO bebè” un padre innamorato ma travolto dagli eventi e una piccola me.
Dicono che il terzo cresce da solo.
Dicono “coraggio” ci vuole per farne tre oggi.
Dicono.

Io mi sento in balia delle onde. Sballottata dagli ormoni e dalla reale mole delle cose da spicciare.
Attacco e scarico lavatrici.
Carico e svuoto lavastoviglie.
Sono subito stata sommersa dal ruolo di “tri-mamma”.
Ti trita.
Ti tritura.
Ti terrorizza.
Ti tramortisce.

Non mi sono mai sentita più viva di così.
Più felice.
Più innamorata.

Benvenuto figlio nostro.
La vita, contro la morte.

P.s. Ricordatemi di raccontarvi l’avventura con la degente cinese. “glasse lisate pel tutti. Galantito”:-)

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Non sono mai stata una talebana dell’allattamento al seno.
Per la “tua prima figlia”, come si firma adesso Miss Paturnie 2013, mi sono armata di biberon e tettarelle e si, diciamolo con serenità, di varie tipologie di ciuccio.
Dopotutto, avere un marito che lavora in ambito prima infanzia e bambini, dovrà pur avere un qualche vantaggio.
Un bel corredino di ammennicoli lattosi, utili per tutta la famiglia in caso di allattamento artificiale, rimasto a dir poco intonso se non per le grandi bevute di camomilla con la quale, ad un certo punto, tentavamo di stimolare un benchè minimo effetto soporifero.
Niente.
Tetta forever.
Tetta in everywhere.
Tetta al vento night&day.
Scrissi già a tal proposito che, non c’è luogo scampato all’abile arte della suzione dei miei figli.
Includo anche la sagrestia nel giorno del battesimo del Lellocuordizucchero, perché, come disse padre Eg, “questo bambino piange perché ha dei bisogni,ed ora la mamma, provvederà”.
E la mamma ha provveduto.
Anche troppo, mi ha fatto notare qualcuno.
La Viko però si è staccata con serenità. Ad un certo punto, prima dei due anni ha detto, “ed ora passatemi i tortellini” ed è rimasta di quell’avviso,
La mole da campionessa di rugby lo conferma.
Mollata la tetta ha abbracciato con entusiasmo forchetta e coltello e si è dedicata con cura alla scoperta di un’alimentazione onnicomprensiva, che dai broccoli passa al baccalà, dalle verze arriva alle sogliole, senza disprezzare nuovi sapori, esotici piatti, cucine di altre culture.
Insomma, se non la arginassimo, lei mangerebbe no- stop per 24 ore. Come del resto ciucciava.
Il secondo invece, pur alla soglia dei tre anni, non molla.
Ha rinunciato alla suzione, ma al contatto non ci pensa proprio.
Le sue manine ravanano sempre li.
Gli sembra di alzare il volume della radio.
Annusa, aspira, agogna, soffre di nostalgia, sogna di essere ancora un bebè e poi si sveglia guarda malinconico la sua amata tetta.
È stato un incallito ciucciatore. Abile da subito. Nemmeno una ragade, una feritina, un ingorgo.
Il suo top lo dava al supermercato, quando collocato sul carrello, arrivava paro paro altezza seno e scandalosamente si accostava per una “toccata e fuga”.
Da quando i nostri amici hanno avuto la terzagenita poi è tutto un revival. Come vede la pupina al lavoro quatta quatta, lui ci rimugina su.
Osserva, guarda, osserva, mi guarda, lancia affermazioni sul generis “io grande, basta tetta” ma poi esige la sua dose di strofinamenti, annusamenti, contemplazioni estatiche, trance da tettomane all’ultimo stadio.
Ieri ha addirittura riesumato l’unico ciuccio che abbiamo provato a dargli – senza nessun vittorioso risultato- e ha passato la serata a girare per casa così.
Il pediatra, interpellato sulla possibilità di un attaccamento “morboso” ha sghignazzato una risposta tipo “questo è un ragazzo che ha capito tutto” e liquidato le mie ansie.
Però, lasciatemi dire che al suono di “tetta MIA, NO DI BEBÈ” ho immaginato il prossimo allattamento come un campo di battaglia.

Ahimè, ne vedremo delle belle.

Una buona domenica a tutte e ricordate, la tetta è sua e non di BEBÈ_

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