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ho un blog da quando esistono i blog. e prima del blog ho avuto decine di diari segreti che  tenevo semplicemente nel cassetto del comodino. non mi sono mai posta il problema del “se lo legge mia madre”. la mia vita era piatta anche per una saggia donna come lei e la lettura dei miei più reconditi pensieri forse non l’ha mai turbata al punto da palesarne l’atto. da dover prendere provvedimenti. da preoccuparsi per le mie sacrosante virtù.

i miei diari sono tutti impilati dentro uno scatolone in soffitta insieme a una marea di biglietti del cinema, del treno, scontrini, lettere più o meno d’amore, cartoline all around the world e la mia collezione di pacchetti di sigarette.

una vita fa insomma.

ho un blog e prima del blog avevo un diario in cui riversavo parte di me. non tutto naturalmente. perché ho sempre pensato che mia madre lo leggesse, come so che mia figlia legge questo. e quindi ho sempre scritto di me. ma non tutto di me.

per conoscere la vita degli altri si paga un pegno. fra blogger è lo scambio continuo. il flusso di emozioni, azioni, pensieri o ricordi. c’è un dare avere che pareggia tutti i conti. c’è l’ironia, la poesia, il racconto orgiastico delle cene dai parenti o delle parole volate davanti al divorzista, i pensieri che affollano in fila ai colloqui o il fiume di parole che scorrono rapide sulla tastiera a fine giornata. una giornata qualsiasi.

il motivo per cui non dico mai ai miei amici che ho un blog è proprio il pegno di cui sopra. il blog è parte di me senza la facciata. un pezzo del mio cuore steso al sole con due mollette. ciò che mi passa per la testa. la sensazione di un momento. una canzone che mi rimbomba. un bacio rimasto attaccato sulle labbra.

venire qui. leggere di me. giorno dopo giorno senza dare mai indietro niente è triste. anzi, no. non è triste. è infelice. infelice come opposto di felicità.

io qui mi nascondo. a volte mi perdo. e poi mi ritrovo. spazio fra le emozioni che mi porto addosso, ai dubbi sui quali mi cullo, ai sogni che ho difficoltà a lasciare andare ogni mattina quando apro gli occhi. quando tolgo il pigiama, mi scrollo me stessa di dosso e porto in giro la persona che mia madre amava trovare in quei diari.

non c’è tutto di me ma c’è molto di più di quello che si ritiene utile mostrare agli altri. c’è troppo cuore. troppo utero. troppo tutto. e non va bene quando, giorno dopo giorno, c’è chi arriva, legge e non lascia niente, ne qui, ne altrove. arriva, porta via qualcosa e non paga pegno. non è lo zoo dei sentimenti. e io non sono l’attrazione della settimana. e portare via pezzi di me per cercare di ricomporli di notte quando il resto del mondo tace non ha senso.

l’amore ha senso. quello sì. per una persona. un cane. un figlio. un amico. l’amore che dura cent’anni o un giorno solo. l’amore che si dice e soprattutto si fa.

mia figlia è tornata da Roma supergasata per aver incontrato Beppe Grillo. Indagare se girassero sostanze illegali in corriera;

mi figlio oggi è stato messo in punizione dalla sua insegnante di religione, una santa donna timorata di Dio che dev’essersi giocata tutta la pazienza ad un tavolo di blackjack col parroco;

il mio gatto continua a non usare la lettiera e a seguire mio marito in bagno come le papere di Lorenz. Deve aver avuto un imprinting con lui e hanno ritmi scatologici affini. Imbarazzante.

è arrivata la lapide di mia madre e la parola “tombale” ritorna in auge questa settimana. Dolorosamente.

mi sto creando aspettative che so rimarranno deluse. saltando cene. sparpagliando sorrisi e parole di circostanza.

so benissimo cosa voglio e anche come ottenerlo ma leggerlo nero su bianco non piacerebbe a mia madre. potrei non scriverlo. sono brava in questo. oppure non farlo.

non ho ancora deciso.

ci penserò domani.

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ho una vita semplice. marito. figli. casa. cane. gatto e tartaruga.

ho scremato gli amici. ho tolto la superficie come la pellicina che fa il latte quando è troppo caldo e sotto è rimasto il meglio.

ho una serie di fan. dentro al blog. fuori dal blog. che bello. ogni tanto ricevo qualche messaggio davvero emozionante. e più che scandalizzarmi, formalizzarmi, genuflettermi e fustigarmi, vivo come piccole gioie il fatto di piacere ancora a qualcuno. come persona intendo. nella mia interezza. da donna a donna. o anche da qualche uomo che non ha paura di passeggiare per le stanze del cuore, in comode ciabatte.

l’intimità ai nostri tempi è un dono raro. per me poi più che mai. perché vengo da una famiglia di quelle all’antica, sono estremamente pudica e sempre eccessivamente controllata. neanche l’alcool giova. io non è che allento la presa. io improvvisamente dormo come un angioletto.

come mi ha fatto notare qualcuno un po’ di tempo fa, a me serve il metodo “muro” per ogni cosa. per dire, fare, baciare. mi serve un muro. e qualcuno più forte di me che mi ci spinga.

sono diventata pigra. più pigra che mai. e me ne sbatto di dire, fare, baciare. ho altro da sognare. altro intorno al quale far girare il mio tempo.

palliativi. mi sono data ai palliativi. alle cose neutre. poche viscere. tanti sorrisi. conversazioni da ascensore. le ultime persone con le quali ho scambiato qualche commento fuori dagli schemi mi hanno guardato come fossi l’unico bicchiere d’acqua nel deserto o, al contrario, hanno pensato che fossi ubriaca d’amore.

e dire che io non bevo quasi mai. non mi espongo quasi più. mi diverto a guardare con quanta facilità le persone si lasciano o stanno insieme solo per i figli. si ritrovano innamorati ma non lo dicono. si sposano pur avendo l’amante da un anno. si tatuano il viso della moglie sul braccio e poi lo coprono con il disegno di una natura morta.

la mia è una vita semplice. pochi vizi. qualche virtù. e ieri, primo di maggio, mentre aspettavo 15 amici per pranzo, qualcuno mi ha portato un biglietto non rimborsabile per il futuro e io non l’ho preso. ho lasciato partire il treno senza di me.

perché, come ha detto la mia saggia figlia, io non ho bisogno di rimpiangere i treni che passano. il treno sono io. io decido dove andare. e per chi spalmarmi di pritt l’adiposo stomaco e ricoprirlo di pelo.

ho rotto il telefono. come da prassi. e con la scusa della campagna elettorale le persone mi chiamano alle otto della mattina senza scomporsi minimamente se rispondo con la voce di una che è stata fino alle tre di notte a farcire panini per la figlia che va in gita. senza curarsi minimamente del tono da pavarotti con la faringite e della difficoltà di mettere in fila per sei col resto di due le parole necessarie ad una normale conversazione.

ieri ho ricevuto persone in pigiama. proposte in pigiama. treni che passano in pigiama. e sono rimasta nervosa tutto il giorno. e ho sbranato il marito di una mia amica, predicatore solitario della sana alimentazione macrobiotica. fatto a brandelli. sminuzzato al punto che ho temuto che i gas prodotti da tutti i macrobioticisti del mondo si riversassero per vendetta su di me e mi lasciassero senza fiato per sempre.

qui giace per aver difeso strenuamente e fino alla fine sua maestà la bistecca.

non sono stata una buona padrona di casa. anche se avevo ragione (del resto, ho sempre ragione 😉 avrei dovuto glissare sulla presa di posizione e scivolare via come di consueto.

a volte dimentico di avere una vita semplice. da brava mammina. moglie amorevole che controlla se le carotine che i bimbi mangiano a scuola hanno conservanti o meno.

a volte sento la brughiera portare le voci e sento il cuore nella tormenta e Heathcliff. Heathcliff, dove sei?

 

 

 

 

 

 

 

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Se fossimo in un film, questo primo momento si aprirebbe con un grande SPATAPAM. Porta che si apre rumorosamente. Entrata in scena con i fiocchi. TESOROOOOOO sono a caaaaaaaasa.
Eccomi, sono qui.
Con tanto di giustificazione per le assenze prolungate.
Ohibò…c’è stato tanto da lavorare. E non solo.
Quanto appreso sulla natura umana in questi ultimi mesi mi sarà utile per molti anni a venire.

Com’è vero che non si finisce mai di imparare.
Nel mio carnet di cose da fare, una campagna di comunicazione per le amministrative mi mancava. E perchè mai vivere senza?

E così mi sono imbarcata in questa avventura che ha portato buoni frutti alla coalizione, attuale nuova Giunta, al candidato Sindaco, attuale Primo Cittadino, e anche alla cittadinanza che aveva davvero bisogno di credere in qualcosa di nuovo. Se la scelta sia stata positiva o meno, solo il tempo ce lo potrà dire. Dal mio canto posso dire che le premesse sono buone. La confusione tanta. Ma la voglia di fare supera gli ostacoli.
Vedremo.
La fatica più grande, almeno per me, non è stata la produzione del materiale di comunicazione. Quella, anzi, è stata forse la parte più divertente.
Il vero peso è stato invece quanto ruotava intorno alle elezioni. Le persone, i personaggi, quello dice questo, quello risponde quell’altro.
Quale imbarazzante situazione.
Blog e giornalisti locali ci davano fitto di penne avvelenate. Stoccate da tutte le parti.
E i social media, in questo caso, non hanno aiutato.
Siamo arrivati alle sceneggiate alla Mario Merola con tanto di raccontino di giovane mamma ridotta allo stremo dalla crisi e mai accolta in Comune dalla neo sindaca insensibile. Ecco, io che i retroscena di questo episodio li conoscevo tutti, un po’ schifita, alla fine lo sono davvero stata.
Questa è l’informazione che viviamo noi cittadini. A me sconvolge sul piano locale. Figuriamoci a livello nazionale. Dove si nasconde davvero la verità di un qualsiasi episodio sentiamo raccontato in tv o nei media? Quell’elenco di notizione che ci passano davanti agli occhi la mattina, davanti al nostro frettoloso caffè pre-lavoro quanto hanno di vero addosso?
FLAT FLAT. Ciglia che sbattono. Occhi sbarrati. Sono allibita.
Ho letto post di persone con una cultura fuori dalla media scendere a livelli così bassi da far rabbrividire chiunque dotato di buon senso e buoni sentimenti. Alti nei contenuti ma scurrili, fuori luogo, pretestuosi e presuntuosi.
Ecco, delle elezioni 2014 io ricorderò questa generale perdita di controllo in nome di ideali che dovrebbero abbracciare valori come libertà, fratellanza, integrazione, attenzione al cittadino, trasparenza, collaborazione, eccetera eccetera.
In nome di queste grandi cose, penne dispettose hanno cavalcato il cavillo, il sofismo, il più insignificante degli episodi per poter fare la pelliccetta al pidocchio. Che tristezza.
Tutti contro tutti.
Che squallore.
Non è mia intenzione scendere nel dettaglio delle promesse da campagna elettorale, nè in quello del telefono senza fili che sembrava quasi possibile toccare mentre parlavi con qualcuno di qualcosa e già lo sapevano tutti quasi fosse la scoperta del Santo Graal.
Voglio invece lasciare impresso qui, in questo mio spazio la gioia di aver contribuito ad un progetto vincente. Mi è costato sacrificio ma mi ha dato soddisfazione. Ricorderò per sempre il ringraziamento fatto dalla non ancora sindaco a me, difronte a tutti, una sera a cena. Senza te, non saremo qui. Che bello. Che belle parole. Non le posso scolpire nella pietra. Ma che bello. Che belle parole. Peccato nessuno le voglia scolpire nella pietra.
Ricorderò per sempre mio figlio che passa e vede i manifesti fatti affissi e dice…”Mamma, quelli li hai fatti tu! li abbiamo fatti noi!”. Ricorderò per sempre il manifesto del 2 giugno con lo stemma del Comune. Lì, appeso sul muro di quello che nel cuore è e sarà sempre il mio Paese, 17 anni dopo aver sognato di fare proprio quello.
Di questo grande tourbillon di persone, facce, idee, opinioni, verità e bugie che ho vissuto negli ultimi due mesi voglio conservare le cose più belle e buttar via il resto. Per una volta non voglio cedere alle lusinghe dell’amarezza e lasciar spazio alle aspettative disilluse, ai soldi persi, alle notti in bianco, ai commenti feroci.
Mi sento appagata da quanto ho fatto. Da sola. Supportata solo da quel santuomochehosposatogiurosoloperamore.

Passata l’euforia delle elezioni, ognuno si è tuffato nella propria vita. Le telefonate sono passate da 20 al giorno, a 10, poi a 4 e poi al silenzio.
Le mail anche.
Ma era tutto scritto e va bene così.
O meglio.
Poteva andare diversamente ma ormai che senso ha?
Come ho scritto ad un giornalista di quelli con la testa sulle spalle, io non bisogno di tranquillità, io ho bisogno di chiarezza.
Una chiarezza che forse non è prioritaria adesso. Non percepita come valore aggiunto. Non compresa.
Va bene così.

Torno nelle mie scarpe comode di trimamma e in quelle alate di figlia di genitori anziani. La vita mi ha dato questo progetto. Non l’ho scelto del tutto io ma con questo devo fare i conti che mi piaccia o no.
A qualcuno fa comodo pensare che questa sia la mia priorità.
Va bene così.
Dico solo che, prima di appiccicarmi una scelta di vita si poteva anche sentire cosa ne pensavo io.
Magari un compromesso comodo a tutti si trovava.

Ma va ancora bene così.

Nel frattempo, mio figlio ha messo 4 denti, vuole solo cose da mordere e dice MAMMMMAMMMAMMA.
Mia figlia sembra più mia madre e borbotta costantemente come una pentola di fagioli in ebollizione. E’ grassa, pesante e pedante. Non si sopporta. Il TATO non ne ha voluto sapere di tornare alla materna dopo le vacanze in montagna. Canta sempre e mi dice che profumo di fiori.
Rispetto al marito, al tempo inesistente di cui possiamo godere posso solo dire che lo amo ogni giorno di più. Lui e tutti i suoi inesistenti difetti.

Va bene così.
SPATAPAM.