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Photo credit @incontrasto (instagram)

Miss Paturnie oggi, dopo un’interpretazione drammatica di grande pathos, vince l’oscar come migliore attrice protagonista di “lasciatemi vivere la mia gioventù”.
Consegna il premio, il padre totalmente destabilizzato difronte all’emozionante scena degli ormoni ballerini.
Le porte sbattono.
I gatti fuggono.
I piatti volano.
Dal fronte testosterone in miniatura, arrivano notizie poco confortanti.
Tafferugli continui e lanci di lego molotov.
Scariche scatologiche e prolassi verbali.
A.A.A.
Cercasi urgentemente eremo.
Far far away.
Anche bilocale va bene.
Si accettano candidature per compagni di viaggio.
Non ho grandi pretese.
Del resto mi paragono sempre ad una pianta grassa.
Autosufficiente se non per quel filo di sole che mi fa continuare a crescere.
Pregasi astenersi:
Indecisi (detesto)
Immaturi (detesto)
Incoerenti (basto io).
Quelli che ti dicono “passa” come se non meritassi nemmeno il tempo di una decisione.
Quelli che si fanno governare dalle forze dell’ordine supremo e che hanno lasciato una mamma per sposarne un’altra.
Quelli che non sanno cosa fare delle loro emozioni e allora lasciano che sia tu a fare i conti per tutti.
Quelli che devono sempre e assolutamente usare qualcuno per far incazzare un altro.
Che vorrebbero ma non possono.
Che dicono di volere ma non è vero.
Che pensano di conoscerti perché ti leggono lo sguardo ma sono ancora fermi all’immagine di copertina.
Quelli che ti dicono mi manchi. Ma poi non ti chiamano mai. E ti pensano una frazione di secondo al giorno se hanno tempo di farlo e poi si aspettano che tu passi.

Le relazioni umane sono come una mappa. Si sviluppano tutt’intorno a dei confini.
Per alcune persone vale la pena svalicare monti e guadare fiumi.
Per altre ci si acconta di guardare il paesaggio da dietro rotoloni di filo spinato.
Non si scavalca la rete.
Non si saltano fossati e coccodrilli.
Non si compra una testa di ariete su Amazon per sfondare il portone.

Come dissi mesi fa, noi definiamo i confini.
Noi stabiliamo l’intimità.
Se c’è, non ti chiamo. Passo.
Se non c’è, passo oltre.

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Ah no. Non è che mi sono disinnamorata del mio rifugio da scribacchina. È che sono stramazzata sotto una montagna di panni da lavaresmacchiarestirareriporre.
E se non sono i panni sono le grandi manovre che mia madre si è messa in testa di fare.
Seduta dalla sua sedia semi-rotellata, con bastone a mo’ di scettro del potere, dirige aperture di armadi che non vedevano la luce da anni.
Un vago odore di naftalina, stantio e moda anni ’80 ha invaso tutto il garage e rinvangato ricordi sopiti, quando non volutamente nascosti.
Sono riemerse mini che potrei usare come fascia per i capelli e che mi riportano ai primi viaggi fatti da fidanzati. Una gonna in particolare, a scacchetti bianchi e blu e vita anni ’70, mi catapulta a Nizza, orto botanico, e noi che passeggiavamo fra farfalle e felci. Tante rughe fa.
A malincuore ho messo anni della mia vita nei sacchi destinati alla raccolta indumenti.
Un tailleur rosso di panno che portavo ad un matrimonio. Ho le foto in soffitta. Ero col mio ex e di quel giorno ricordo la fastidiosa sensazione i avere dei capelli troppo da signora, e delle calze/scarpe troppo nere per il rosso sopra.
E poi quella gonna lunga, di tessuto elasticizzato, compagna della mia prima gravidanza. Magari servirà ad una futura giovane mamma. Magari si sentirà un pizzico felice con quell’indumento fatto apposta per contenere le sue forme in evoluzione.
Io dubito di averne di nuovo bisogno.
Tre. Cioè tre sono tre oggi. Mica parli di figlio unico.
Ieri, al supermercato, in una delle mie sparute uscite mondane, fatte di acquisto pannolini e raccatto pranzo/cena, ho sentito la cassiera guardarmi stupefatta mentre focalizzava il terzetto.
Il bebè era sul marsupio e in modalità “pronto signora che sa di latte, mi sente? Io avvertirei un certo languorino. Quindi, o caccia la tetta o qui parto con la sirena”. Il Tato era nella sua miglior interpretazione di “va ora in onda l’ora del capriccio” e ripeteva random…voglio l’ovetto kinder grande, voglio l’ovetto kinder grande, voglio l’ovetto kinder grande, voglio l’ovetto kinder grande, voglio l’ovetto kinder grande…mi aveva quasi ipnotizzata
Sottotitoli per non udenti, non necessari. Anche in quest’occasione, la barriera del suono veniva frantumata dal frigno continuo e martellante.
Miss Paturnie invece usciva da scuola e se non ci trovava saliva sull’autobus e quindi viaggio a vuoto.
Alla mia incitazione al Tato di smetterla di scapricciare e di sbrigarsi che altrimenti Vittoria non ci trovava, cassiera e collega si guardano, mi guardano e dicono…perché ce n’è PURE un’altra!?!?
Ah beh, coraggio signora.
Coraggio.
È la parola che ho sentito di più in questi mesi.
Non auguri, congratulazioni, che bello! Che pazzia, no. Coraggio.
Come se, essere genitori facesse paura e si dovessero invocare Luke Skywalker e la Tata Matilda insieme per un sostegno morale.
Beh, magari funziona pure.
Sto effettivamente passando al lato oscuro della forza. Sguardo sempre più torvo, qualche minaccia di collegio a vita (per Miss Paturnie) o di smaltimento coatto di tutti i lego in sacco nero indifferenziata (per il Tato).
Il massimo è stato il Nano treenne che imitava una mia sfuriata. “Cattiva mamma, cattiva! Non si fa così e colà. Cattiva. Tu mi fai arrabbiare. Sono rabbioso, rabbiato! Butto via tutto! Cattiva mamma”. E aperto lo sportello sotto lavello, ha cestinato le spugne, i sacchetti per l’immondizia e pure la tovaglia della colazione.
La sorella ed io eravamo attonite e ce la ridevamo sotto i baffi.

Cattiva mamma.
Questo però mi è rimasto dentro. E anche se so che era in una fase di totale imitazione mi è dispiaciuto tanto.
Perché quando la forza oscura mi trasforma, mi annulla quell’immaginetta edulcorata di happy family che adoro: noi cinque tutti belli (ed io magra con un jeans che mi calza divinamente), in una casa linda con fiori e profumo di biscotti, che ci abbracciamo e ci coccoliamo.
Senza capricci.
Senza virus intestinali che ci fanno cadere come mosche uno dopo l’altro.
Senza pile di panni che implorano un ferro caldo.
Senza la stratosferiche puzzette che rilascia ad intervalli quasi regolari il newborn. Cioè…rianimano uno svenuto. Da non credersi.

Sono una cattiva mamma. Si. Capita anche a me.
Per questo mi imbarco in titaniche imprese di riordino e pulizia.
Mi immolo alla detergenza, al mocho, al vetro limpido. E sforno ciambelloni e sformati di verdure.
Ho bisogno di sentirmi in qualche modo abile nel ruolo, salda nella posizione, brava nel mio nuovo lavoro.

I sacchi hanno continuato ad ingoiare pezzi di me. Di ciò che ero, della vita che ho fatto. Via i pantaloni e le giacche da ufficio. Via le gonne a tubo, le camicie, gli shorts di jeans che ancora mi chiedo come ho fatto a portare.
Via tanto, via tutto.
Tre abiti resistono. Non ce l’ho fatta proprio a separarmene.

Forse perché mi sentivo così bella quando li portavo.
Forse perché sono del mio periodo più magro e più femminile.
Li ho appesi vicini. Li ho rimirati a lungo. Ho pensato che non li indosserò più ma che comunque è stato davvero bello portarli addosso, sentirsi donna, fosse per i fiori o per il rosso fuoco che ne sottolineava l’essenza.
E poi…ho pensato che è proprio come la pancia del tuo primo figlio, del secondo, e anche del terzo.
Non la vestirò più, si va avanti.
Ne ho appeso il ricordo allora. L’ho messo vicino al cuore. Ho chiuso l’armadio. Ho guardato avanti.

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Trimamma da una settimana.
Pieno puerperio secondo tradizione.
Modalità panzer già da subito.
Sbaraccata dalla mia deliziosa cameretta del reparto ostetricia e ginecologia di Civitanova Marche (che consiglio di cuore a tutte le future mamme) e salutata a gesti la cinese ancora moribonda dopo 4 giorni dal cesareo, me ne sono tornata a casa in fretta e furia con borsa, borsone, borsette dei regali, fiori e pupo.
Prima tappa: bar con doveroso sandwich al prosciutto crudo. Meritatissimo dopo 8 mesi di insulso prosciutto cotto e surrogati no toxoplasmosi.
Seconda tappa: scuola materna. Recupero del secondogenito sconvolto e ipereccitato per la sequela di eventi e cambiamenti in corso.
Terza tappa: casa.
Mollata dal marito con le borse da sfasciare, il pupo affamato e desideroso di tetta-mamma-contatto night&day, figlia uno e figlio due già pronti in tavola per un pranzo che non c’era e che avrei dovuto fare.
Misericordia divina.
Mentre l’acqua per gli spaghetti bolle, apro la “valigia per il parto” e differenzio: lavare, lavare a 60 gradi, buttare, camera mia, camera del bebè, bagno.
La prima lavatrice è già in moto quando recupero una confezione di pesto dal frigo e porto in tavola la pasta.
Loro mangiano ed io, stravolta, sconvolta, fisicamente provata, raccatto giocattoli, scarpe, panni di indubbia pulizia in giro per casa. La tavernetta dove mangiamo sembra essere uscita da uno scenario apocalittico.
Zaini, giubbetti, tennis con 5 ore di Eau de pied incluso, pane raffermo, pesche troppo mature.
Cielo, sono mancata solo tre giorni e qui bisognerebbe chiamare Cenerentola e le due sorellastre armate di scopettone e straccio. Se anche la matrigna si abbassasse alle faccende domestiche, ci sarebbe l’asse da stiro libero per lei.
Lo chiamano puerperio.
Una volta, narrano le leggende materne, si stava 40 giorni senza toccare l’acqua.
Io ci avrei affogato buona parte della famiglia visto il comitato di benvenuto.
Abbandonata e arresa all’evidenza, digiuna se non per il paradisiaco sandwich al sapor di San Daniele consumato tre ore prima, spadello della banale carne macinata alla prole, carico la lavastoviglie, raccatto il neonato e salgo in camera.
So che una nonna arriverà a vegliare sugli altri cosi, cambio le lenzuola e gli asciugamani, organizzo la seconda lavatrice, mi infilo una di quelle cose comode che non hanno niente a che vedere con i sexy baby-doll dei film e sprofondo nel sonno tettoso.
Io sonnecchio, lui, attaccato a me, sonnecchia e si allena a diventare un esperto ciucciatore.
Siamo solo alle prime armi e aspettiamo il latte.
Apro gli occhi e trovo i suoi. Profondi e curiosi.
Dal piano di sotto arrivano i consueti schiamazzi.
Il Tato pizzica, Miss Paturnie urla, la nonna fa da arbitro, ma null’altro.
Le condizioni domestiche sono identiche.
La scopa, senza l’intervento dell’apprendista stregone, non ha mosso una setola e il ciarpame è sparso in modo artistico per tutta la stanza.
Per il protettore di tutti i mammalucchi della terra.
Il pupo pisola e lo adagio nella carrozzina.
Il fratello parte subito all’attacco. Con la scusa di baciarlo e accarezzarlo gli assesta un paio di sganassoni e qualche graffio.
La sorella interviene ad un decibel di suono che sovrasta il rombo delle frecce tricolore.
La nonna (di quella paterna, parliamo) impassibile osserva.
Sogno di essere ancora in quella cameretta azzurra, con quegli armadi color carta da zucchero, il chiacchiericcio delle ostetriche, l’odore di sangue, disinfettante e neonati, il rosa e il celeste dei fiocchi nascita. Vorrei tendere l’orecchio e sentire il passo gommoso dell’Oss che porta il vitto o anche solo quella bella tazza di thè al limone caldo.
Affogo.
Ricordo ancora il rientro con Vittoria.
Sotto la direzione di una battagliera mamma, la signora che saltuariamente l’aiutava nelle faccende domestiche aveva lustrato ogni cosa.
Mia madre, in un momento di romanticismo, aveva addirittura comprato uno zerbino con tre orsetti abbracciati.
Fiori in ogni dove.
Profumo di brodo caldo e pulizia.
Vorrei tutto questo.
Vorrei mia madre pronta ad accoglierci e nessuna virgola fuori posto.
Ma mamma è in ospedale e tocca a me dare una sistemata alla punteggiatura.
Cosi, lavoro di coltello, pulisco le verdure e dopo una decina di minuti il brodo è su.
Miss Paturnie controlla il bebè e gli canta canzoncine che parlano di pesci e muffins.
La lavatrice erutta panni. Zampillano calzini, grembiuli, camicie da notte e federe.
Il Tato è distratto da una maratona di Peppa pig ed io preparo mozzarella e bresaola per tutti.
In fondo è ancora estate.
Sono scorata.
Sconfortata.
Scioccata e mi dopo ancora di Fiori di Bach.
Stilo un elenco della spesa che fa invidia ai rotoloni di carta igienica e faccio una doccia fulminea.
Ad intervalli regolari qualcuno piange: mia figlia perché il fratello (quello con i denti) l’ha morsa. Il Tato perché vuole kinder fetta al latte o perché sono finiti i Puffi, o perché io non sono più solo sua e c’è un altro Mr Pisello attaccato alle “sue” amatissime tette. Io, perché mi sento sovrastare dal tutto, iun po’ incazzata per l’assenza di attenzioni nei miei confronti, un po’ in colpa per l’assenza di attenzioni nei confronti del pupino.
Il cane non piange ma la fa per due volte in casa in segno di protesta, presumo, per una carenza ANCHE LUI!!!, di attenzioni.
Resiste solo lui, mio marito che però, a guardarlo con gli infrarossi, emette fumo dalle orecchie.

È passata una settimana.
Il pupo ha spento ieri la sua prima candelina.
Non è più rosso e ha perso il moncone ombelicale. Al controllo dal pediatra, ha già recuperato il suo peso. Dorme e ciuccia e piange e poi dorme, poi ciuccia, poi piange.
A lavatrici sono finalmente in paro. E anche a stiratura.
Il frigo è più o meno rimpinguato.
Mamma è uscita dall’ospedale e nonostante non senta nulla (da approfondire perché) è già scesa in estasi da trinonna.
Il Tato piange alla materna. Ma lo avevamo messo in conto.
Miss Paturnie piange per un quasi 6 in matematica che non è uno dei suoi soliti 9 da scuola elementare.
Visite poche ma buone.
Ho guadagnato anche due sughi di pesce da ristorante 4 stelle e un ciambellone bicolore.
Sono questi i veri amici e le vere attenzioni.
Persone che capiscono il momento, arrivano con un piccolo prezioso aiuto, se ne vanno lasciandoti con il sorriso.
Ieri ho fatto delle polpette che qui, si sono leccati pure il piatto.
L’azienda che mi ha immolato sull’altare della crisi ha avuto la decenza di non mandare il mazzo di fiori post parto destinato alle dipendenti neo-mamme. Evviva.

Abbiamo scavallato i primi sette giorni.
C’è ancora un magnifico sole e noi due adesso ce ne usciamo.

Ha ragione mio padre.
Sono tutti bravi a navigare col mare in bona.
Quello che ti misura veramente è la tempesta.
Ormonale, sentimentale, con cavalloni carichi di guai più o meno seri.

Se la nave regge, e i nervi pure, modalità crociera e via…vento alle vele.

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Diciamo che dopo un po’ ti abitui.
Ci fai caso ma sorvoli.
Mica puoi sempre provare imbarazzo.
Santo cielo è pur sempre, solo, un bambino.
Solo.
Eppure urla come se avesse ingoiato una tribù di indiani sul piede di guerra, Toro seduto incluso.
E a nulla servono le frenate, le accelerate, i derapage con il carrello.
Lui urla e l’urlo è talmente alto ed insistente che supera la voce della cassiera sull’altoparlante. È in apertura la cassa cinque, ma onestamente, se riaprissero la neuro, quasi che un saltino non ci starebbe male.
È talmente disperato che gli altri iniziano a guardarvi con sguardo torvo e a googlare i contatti del telefono azzurro.
Giuro, è mio figlio. Cioè, quando fa così sarebbe più figlio del padre, ma, insomma, questo non è un rapimento, io sono la madre.
La MADRE.
Avete presente la responsabilità della parola madre?
Una madre che non dorme dall’alba dei tempi, dagli anni in cui andavano di moda le zeppe e il verde acido.
Non guardatemi così, come se i vostri figli fossero ogni giorno colazionati e sorridenti, con lo zaino in spalla e il grembiulino stirato.
Non ci credo. Non più.
Perché non sarebbe giusto che voi dormiste otto ore filate (e c’è chi lo giura sulla testa del pargolo) e noi ad intervalli di due quando va grassa; che i vostri bambini attraversassero immacolati, intonsi, puliti come un fischietto da allenatore, lo svezzamento mentre noi si sembra sempre usciti da un’esplosione della pentola a pressione; che vi si veda in giro vestiti monocromatici, sorridenti, mano nella mano mentre noi si corre battendo il record di Bolt senza neanche bere una Red Bull.

Il vostro sguardo mi scivolerà. Sono anestetizzata. Non provo più nulla. Ho superato l’imbarazzo di essere perennemente con le tette al vento, di cambiare un pannolino a due metri da una sposa, di ripetere pipipupupipi per ore, ad alta voce, in ogni contesto, andando magari ad annusare il lato B produttore nel bel mezzo di una cena.
No. Non ci cado.
Mi sono fatta le ossa io.
E sono orgogliosa del mio status materno.
Ho fatto elenchi di tutte le persone e le cose che fanno la nanna schierandomi dalla parte di un afflitto Morfeo.
Ho evacuato bidoni di pampers che solo annodando il sacchetto c’era il rischio di una fuga batteriologica.
Ho assaggiato pappe insapore, inodore, ma in grado di diventare un tutt’uno con i miei pantaloni blu preferiti.
Si, sono io la madre. E lui urla. Urla, ma voi non fateci caso.
Urla perché desidera, agogna, pretende, vuole.
E io lo capisco.
A volte ho la stessa tentazione.
Urlare a perdifiato fino a diventare blu. Emettere tutta l’aria fino ad avere la pancia (quasi) piatta. Comunicare un disagio, una frustrazione, un momento d’ansia con tutta l’intensità di cui i miei polmoni possono.

HAIVISTOQUELBAULETTOBURBERRYinSALDOOOOOOOO?
OhmioDio!setifreghiilmiopostoinfilatimettosottocolcarrellopienoooooo!
Maquantodiavolocimettiafareretromarciatu?

Mammavogliolacentotrentesimahotwheeeeeels!
Questa è sua.
O meglio, questa è la traduzione per gli amorevoli_impiccioni_fateviifiglivostriepoivedremo!_che sono accorsi al richiamo del MiniMunch in carne e ossa.

No.
Non te la compro.
No.
Non c’è niente da fare. Ce n’hai tante a casa.
No.
Non frignare.
Su.
Non ti serve,
No.
E non mordere.
Dai.
Ho detto no.

Risoluta. Tranquilla. Madre educatrice che impara ai propri figli il valore di certi no.
Tze
Tze
A noi i capricci, ci fanno una cippalippa.
O no?

“Guarda, papà…una Chevrolet del 1956. Bella è? La compriamo vero così stasera ci giochiamo”

Vrooooooooom, vrooom, vrooooooom.

ECCO
IO
QUAND’ÈCOSÌ
VORREISOLO
URLAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAARE_

E poi sarebbero i cocchi di mamma?
Leggende metropolitane.

Caro superpapà, che ne dici di trovare il tempo di leggere?

– Figli o Tiranni
– I no che aiutano a crescere
– Bambini capricciosi

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