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Sono tentatissima di raccontare la vita del bebè minuto per minuto.
Ma mi annoio già da sola.
E per questa volta vi risparmio.

Eviterò quindi:
– commenti zuccherosi sulle meraviglie dell’essere mamma. Ho già detto, scritto e sottoscritto che niente è paragonabile alla gioia di diventare mamma. Non ne avrei fatti tre altrimenti e nonostante tutto. Quindi, a tal proposito, posso solo aggiungere “andate e moltiplicatevi” ci sarà da divertirsi.

– report sulla classifica delle somiglianze. Uhhhh, sei tutta tu! Caspita, è tutto tuo marito! Ma è proprio te da piccola! E bla bla bla…bla bla bla, bla. Per ora, little baby è ancora tutto accartocciato. Due occhi grandi che fissano i miei, naso camuso che un po’ mi preoccupa, bocca a cuore e un’attaccatura dei capelli simil-Diabolik.

– intime rivelazioni sulle tonalità pantone scelte dallo gnomo per le sue prime espressioni scatologiche. Insomma…se una cosa è intima, è intima.

Sono già abbastanza immersa nell’accudimento del pupino da meritare una libera uscita del pensiero ogni tanto.

Questa settimana mi sono regalata due belle puntate di “The mentalist”, dall’inizio alla fine. Ho fatto pure zapping su Italia uno per beccare Iron man2 durante la pubblicità. Ho avuto amici a cena e siamo usciti per la prima pizza in comitiva.

Tutti in piedi per una bella ola. C’è vita su Marte!

Degni di attenzione oltre alla microcrescita della peluria nera sulla testa dell’infante e alle dissertazioni sulle prestazioni di Mr Grey con il mio pediatra (avrà fregato 50 sfumature di grigio alla moglie?) due episodi di mala-quotidianità.

Il primo.
Tema: disservizi per il cittadino.
Tratto da: Portale INPS.

Svolgimento

Come da espressa richiesta, subito dopo il lieto parto e lo a voi noto rocambolesco rientro a casa, da ligia (e ancora) dipendente di azienda, entro con il mio PIN nel sito INPS, area dedicata al cittadino/utente per aggiornare i dati della domanda di maternità.
Primo buco nero. Il pin.
Da prassi ricevi a casa una scheda con stampigliata una parte del Pin. L’altra arriva via sms.
Manco la carta di credito usa tali mezzi di secretazione dati.
14 cifre che vanno, secondo la lettera allegata, copiate sulla tessera.
Ok. Fatto.
Accedi con questa sottospecie di codice alfanumerico che alle schizofrenie di John Nash gli fa un baffo, e…ta-dà!

COLPO DI SCENA

devi cambiare pin e copiare il numero, nuovo su un posto che dovrai ricordare e non è più quello di prima, sulla riconoscibilissima lettera INPS.

Bene, ora hai un nuovo pin. Più corto ma segnato su un post-it destinato a vagolare per casa finche non cadrà nella fossa dei desaparecidos domestici insieme a migliaia di calzini spaiati, quell’orologio che avevi tolto prima dell’estate e che non ha lasciato tracce della sua fuga, una delle due fruste per montare la panna e a quei due o tre ombrelli che si paleseranno la prossima ondata di anticiclone delle Azzorre.
That’s it.

Ma torniamo alla nostra navigazione sul portale INPS, sezione servizi per i cittadini.
Giri che ti rigiri (e se eri in auto, col caro benzina, cara ti costava sta passeggiata virtuale!) trovi finalmente l’area dalla quale fare l’aggiornamento date e il secondo buco nero.

Nonostante si parli di te e l’inps abbia già tutti i tuoi dati, ti obbliga a riscrivere chi sei, quanti anni hai, dove furono i tuoi natali, dove vivi e quando hai effettivamente partorito.
E via di repetita iuvant.
Scrivi ed eccolo il terzo, incredibile buco nero.
La schermata successiva, obbligatoria per l’invio della domanda aggiornata chiede i dati del bebè: nome e cognome, domicilio, data di nascita e luogo (che…mica saranno gli stessi della madre scritti prima?!?) e soprattutto, codice fiscale.
Codice fiscale?
Ma il codice fiscale non ce l’ho.
Lo aspetto dopo aver fatto l’iscrizione al Comune.
Come da iter.
E quindi me lo calcolo on line.
Ma il sistema non me lo riconosce ed io non posso andare avanti, segnalare l’effettiva data del parto, aggiornare la scheda.
Che riguarda me, madre (ancora) lavoratrice e non mio figlio.
Quindi il codice fiscale, a questo stadio, che senso ha?
Faccio logout.
E vado dal pediatra a dissertare sulle prestazioni di Mr Grey. Nel frattempo lui mi compila una ricetta per la tosse del nanetto, completa di codice fiscale.
Il suo CODICE FISCALE?
Ah.
Cosi, rientrata a casa, pesco il post-it con il pin infeltrito, riloggo, ricerco, ricompilo e…voragine.
Buio. Blackout.
Il codice non risulta in anagrafe.
Ma allora ditelo.
Parliamone.
Cioè…deve andare cosi?
Un po’ di sano buon senso no?
Sgrunt.

Il secondo
Tema: congratulazioni e auguri da…
Tratto da: avevo un lavoro dignitoso proprio la, con tanti colleghi, stipendio fisso e responsabilità…

Dall’infelice episodio della mia cacciata a virtuali pedate dal mio posto di lavoro sono passati quasi due anni. Fiumi di lacrime, montagne di rabbia, progetti nuovi, ferite vecchie.
Fra cassa integrazione, solidarietà, maternità, sono passati tanti di quei mesi che ho rimosso volti e nomi di chi frequentavo ogni giorno per dieci, dodici ore.
E l’epilogo è già in bozza.
Alla fine della maternità, mi chiameranno e mi ri-chiederanno di licenziarmi. Perché…io sola, con la mia uscita, sono in grado di salvare l’azienda dalla crisi.
Mi sento quasi un’eroe. E il sacrificio pesa meno.
Sai…certi equilibri si sono rotti e tu qui non sei più collocabile.
I sindacati non accolgono una tua mobilità (no? Ma dai…).
Licenziati con serenità.
Stabiliremo una cifra e tanti saluti carichi di reciproco astio dopo 16 anni.
Hip hip Hurrà.

Potrei intingere il pennino nel veleno dell’aspide. Sarebbe inutile.
Mulini a vento.
Lotte sociali.
Vertenze.
Inutili.

Inutile come quel mazzo di rose bianche, consegnate in mie proprie mani dal fioraio di fiducia, per la nascita del pupino.
Fiocco azzurro e biglietto.
Congratulazioni e auguri dalla Direzione Generale.
Quella stessa DG che mi ha definita eccedenza. E mi ha fatto telefonare alle 8.30 di un settembre di due anni fa per dirmi che ero fuori dai giochi.

Ma allora ditelo.
Parliamone.
Cioè…deve andare cosi?

Un po’ di sano buon senso no?

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Che sia work in progress qui, é evidente. Una casa del pensiero che sono venuta ad occupare ancor prima che luce ed acqua fossero allacciate. Ho aperto questo spazio per conciliare le mie due passioni: i miei figli e il mio scrivere, che sarebbe poi il mio lavoro.

Qualcuno saggio mi disse una volta che per entrambi vale una regola: Amarli troppo é dannoso. Perché si da e si da continuamente, creandosi aspettative magari troppo alte, difficili per l’altra parte da ricambiare.

Nel caso dei figli, il troppo amore é quello che castra, che soffoca, che ignora quello che c’è da guardare e vede quello che non c’è. Il lavoro invece é un altro paio di maniche. Quanto dai e come lo dai dipende dalla scala di priorità che segui. O meglio, da quel famoso ultimo gradino che Muslow ha riservato alla realizzazione personale.

 Ci sono mamme nate per fare le mamme, esclusivamente le mamme, felicemente le mamme. E a me, come a loro va bene così.

Poi ci sono le acrobate, per rubare la definizione prima ad un libro e poi ad un portale ( http://www.mammeacrobate.com/) di care “amiche” aperto a quelle donne che quotidianamente si barcamenano (e con stile) fra figli e lavoro.

cover libro Elena Rosci

Ci sono anche le non mamme, donne che hanno fatto o hanno dovuto \voluto fare altre scelte.

L’approccio e il ruolo delle tre tipologie al mondo del lavoro é completamente diverso l’uno dall’altro. Le prime si dedicano ai figli e alla casa. Per me hanno l’aureola nascosta nel cassetto dei mestoli vista la dose costante di pazienza rischiesta nonché la fatica del gestire la prima vera impresa di famiglia.

Le terze sono quelle che senza figli, libere di gestire la propria relazione con il compagno e il lavoro in totale autonomia. Possono spostarsi, trasferirsi, portare il gatto dalla vicina, chiudere il gas e garantire una presenza in fiera senza rimorsi.

Le acrobate invece sono un pianeta a parte. In primis perché sono moderne, tecnologicamente avanzate, fan di tutti quegli aggeggi che in qualche modo possono semplificare la gestione di qualcosa o snellire i tempi: Lavatrici, asciugatrici, lavastoviglie, microonde, blackberry, ipad etc etc Poi perché nonostante casa-marito-prole e animale domestico preferiscono lavorare.

Hanno scelto di coltivare una carriera e vogliono lavorare. E infine perché credono fermamente di potercela fare. Barcollano a volte, sbilanciate fra il peso delle buste con i viveri per una settimana, l’iPhone in mano, un figlio al fianco_in braccio_sulla fascia_ pronto ad accampare diritti sul cuore di mamma, e gli impegni professionali che intervengono a gamba tesa. Spiegati i macromodelli torniamo alla questione del cosa e quanto diamo alla nostra professione. Mi sono sempre sentita una mamma acrobata e questo ruolo mi è sempre calzato a pennello. Mi piace la nostra casa, sfornare dolci, ricamare gli asciugamani per l’asilo dei bimbi, ricevere gli amici e provare nuove ricette con loro. Mi piace fare la mamma, collezionare i disegni dei miei figli, dormire con loro per annusarli mentre sognano. Ma il mio lavoro é qualcosa che mi placa dentro, mi consuma e mi appaga allo stesso modo.

Quando accolgo un’idea mi emoziono, mi commuovo, e mando a briglia sciolta le sinapsi. Le cellule si rianimano e riprendono colore: basta pannolini! Basta discorsi sulle diverse tonalità di marron delle emissioni corporali del pargolo di turno, basta cerata da mare anti schizzate di pappa! È tempo di mangiare cultura, fagocitare nuovi concetti, produrre, proporre. Ecco in questa dimensione acrobatica io ci sono stata sempre meravigliosamente bene. Io. Ma… Anzi, mettiamolo tutto maiuscolo questo MA… MA Quanto ho dato? O meglio, quanto ho creduto di dare? Secondo i miei parametri direi “tantissimo”: in ufficio fino a tardi, sul letto a smaltire le email, in fiera a sentire nostalgia, in bagno a piangere di frustrazione. Disponibilità ampia fuori e dentro l’azienda.

Dopo tutto questo dare una mamma acrobata cosa si aspetta? Comprensione? Solidarietà? Apprezzamento? Forse.

Quando le mamme fanno acrobazie non deludono. Alla professionalità aggiungono quel pizzico di cuore che rende ogni progetto – anche quello assemblato in fretta e furia – unico.

Perché qualcosa le ha modellate dentro e le ha convinte che è più giusto così. Perché non temono il giudizio dei colleghi o dei capi ma del modo in cui i propri figli guarderanno a quella cosa. E se quella cosa sarà buona, il merito é della mamma. Mia figlia adorava sentirmi parlare di lavoro.

 Fin da piccola le leggevo le cose che scrivevo, le portavo i giornali dove uscivano e il papà le diceva ” guarda, l’ha scritto mamma!”.

Lavorare mamma, rende felici? ” mi chiedeva, ed io le spiegavo che il lavoro non é un hobby come pattinare o dipingere ma può regalarti grandi soddisfazioni. Da tre giorni mia figlia si avvicina, mi abbraccia e mi chiede “cos’hai, mamma, sei triste?”. Lei mi ha sentito piangere col suo papà, e sa che non é colpa sua, né di suo fratello. Sa che ci vogliamo bene e la mamma ama ciò che fa. Perché piange? É difficile spiegare ad un figlio cos’è l’umiliazione. Cos’è la mortificazione. Sono sentimenti troppo intensi e duri da trasferire. Come dirle che la mamma perderà il lavoro perché ha avuto un bambino e qualcuno é convinto che insieme alla placenta abbia espulso anche le competenze? Come spiegarle che esiste un soffitto di cristallo tempestato di pannolini e più su di lì non si va? Come insegnarle il valore e il rispetto per ogni individuo quando il proprio valore è stato preso, fatto a pezzi e trasformato in uno zerbino d’arredo dal proprio capo? A volte le mamme acrobate camminano sul filo di lana e quando guardano giù vedono un nero senza fine. Dove sono, si chiedono? Posso farcela? Poi una vocina spezza il buio e quella parola “mamma” alleggerisce il passo.

Certo che posso farcela. Una piroetta e quattro saltelli, e sono da te. Avremo tempo insieme per imparare nuove acrobazie e chissà che il cacciatore non arrivi presto a far fuori il lupo per la gioia di Cappuccetto Rosso, della sua mamma funambola e della nonna più donna che c’è.