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Latito.
Sarà forse per le troppe cose da raccontare. O forse per la noia di questi giorni.
Sarà l’attesa. Della primavera. Del sole. Di telefonate che non arriveranno. Dei miei 40 anni.
Sto preparando una cena molto informale per lunedì.
Pochi amici. Molti bambini. Tanti pois bianchi su fondo rosso. La mia passione.
Mi sono chiesta quale sarebbe stato il modo migliore per inaugurare questo nuovo decennio e sentivo forte il richiamo di Parigi. Ma poi ho ripiegato sui tulipani, su un giorno ai fornelli, sulle coccole domestiche.
Con la pancia work-in-progress meglio così dopotutto.
Così stamattina armata di portaborse ottuagenario (porta tuo padre con te che le buste pesano) e di bancomat rovente sono andata al centro commerciale.
Solo i 4 pacchi d’acqua mi hanno tolto la vita.
Pesa metterli nel carrello, pesa metterli nel nastro, pesa rimetterli nel carrello e poi nel portabagagli fra il passeggino e le borse varie. E poi, come ti abitui all’idea del riposo arrivi a casa e ti aspettano due rampe di scale.
Con l’immancabile maniglia di plastica rotta.
Smaltita l’operazione spesa per venti, sono passata a quella “salviamo il salvabile” e d’accordo con la parrucchiera (mai trovata una che non andasse imbrodo di giuggiole alla parola tagliamo) ho dato una sistemata agli indomabili capelli.
Saranno gli ormoni, sarà il tempo, sarà il passaggio di Venere in Pesci, insomma, non stavano in piega per più di due ore.
Poi risalivano su se stessi, si accartocciavano, e sembravo uscita dalla penna di Quino. Mancava solo il fiocco rosso.
Tagliati, colorati e messi in riga dall’esperta sembrano quasi dei buoni capelli, lisci, ordinati. Ma lo specchio davanti alle mie mossette profilo destro profilo sinistro, mento su, mento giu, mi ha lanciato uno sguardo beffardo. Sappiamo entrambi che sarà un risultato di breve durata.
Basteranno le poche ore di sonno stanotte per farmi ritrovare arruffata e molto lontana dal concetto di “piega liscia”.
Non ho ancora idea del dress code. Spero solo che mi ritornino indietro le due paia di jeans pre-maman che ho prestato perché inizio a stare strettina in quelli normali, specialmente la sera.
Del menu invece ho tutto chiarissimo. Molto easy: qualche quiche, qualche bruschetta, un maccheroncino al fumé, un’arista ai carciofi, insalata, patate al forno, torta cioccolato e fragole.
Dulcis in fundo, aprirò un Veuve Clicquot. Un gentile omaggio che l’azienda mi ha fatto portare da un corriere, in preziosa cassettina di legno, accompagnato da gentile biglietto prestampato. Condividiamo insieme certi traguardi.
Sei arrivata a 40 anni.
Brinda.
E no, non pensare che non ti vogliamo più bene. Che sei solo un esubero, un sassolino nelle scarpe, un riccio nelle mutande. Ti abbiamo ferita, umiliata, lasciata senza lavoro, chiesto di licenziarti. Ma quello non è personale.
È la crisi.
Lo sai.
E quindi bevi. Bevi che ti passa. Bevi che dimentichi. Bevi che affoghi i dispiaceri.
E luminosi auguri per questo traguardo.

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Stasera si cena dai suoceri. Finalmente. Dopo la lunga invernata e infornata di bacilli, salvo forfait last minute, riusciremo a riunirci tutti. I cognati grandi con Giulio e Alice, i cognati piccoli con i terrible_twins, qualche nonna single e noi.
Leggenda narra che come portata principale ci sarà del cinghiale.
Da dove sia razzolato fino alla nostra tavola non mi è dato di saperlo ma posso sopportare il peso di questo dogma e iniziare ad annodarmi il tovagliolo alla Totò.
Sono sicura che la cognata grande farà una bella teglia di verdure, molte dell’orto di sua madre, e questo mi da una grande gioia.
Mia suocera arrotolerà l’arrotolabile, siano esse fette di prosciutto intorno al formaggio, foglie di cavolo verza intorno al cotto, indivia belga sul Philadelphia.
Mio suocero avrà già lucidato il pentolone da pozione, quello che per bollire ci mette un’ora e più lo guardi e più ti snobba. Due chili di pasta ci sguazzano con serenità.
La pasta sarà: troppo cotta (mio marito), troppo salata (mia suocera), troppa (mia cognata piccola), con troppa roba (mio nipote Giulio), poco condita (di nuovo mia suocera).
Io mangerò.
Seduta.
Con calma.
Mentre mio figlio viene domato dalla nonna, sollazzato dalle zie, intrattenuto dai cugini.
Ci sarà un gran passamano di piatti: mi passi il parmigiano? Scusa, posso avere il vino? Che c’è un tovagliolo in più? La riprendi? E la confusione manderebbe in estasi Dioniso.
Arriverà lui, Mr. Cinghiale e tutti scenderemo nel muto silenzio dei mangiatori. Bocca piena, primo bottone slacciato, leggero senso di rossore sul viso.
Applaudiremo il cuoco, mio cognato piccolo, che da settimane studia ricette e prepara le giuste spezie per insaporire il selvatico zannuto.
Poi sarà il turno dei dolci.
E anche il mio.
Che son qui ancora a leccare fruste e cucchiai e a rimirare il Profiterole alla cioccolata bianca preparato per l’occasione.

In alto i cucchiai, miei Prodi e via, tuffarsi nel ripieno…

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Lo guardate, e sembra un putto serafico. Un angelo caduto dal cielo e planato direttamente fra le vostre braccia per rendervi la mamma più orgogliosa della terra.
Questo vorreste mentre osservate una della quarantadue foto scattate da vostro marito prima di immortalarvi entrambi ad occhi aperti, abbastanza fermi da non sembrare nel ricordino della vostra ultima visita al circuito di Maranello, e con un incarnato flashato al punto da entrare di diritto fra i componenti della famiglia Cullen.

Rinchiuso fra i 4 lati dell’immagine, incastrato fra i pixel e colorato in RGB, il vostro meraviglioso pargolo vi rende una mamma fortunata: sano, bello, con gli occhioni dolci e furbetti.

Ah…quanti morsetti dietro quel collo! Ah…quanti buffetti su quelle morbide gote!

Fuori però da quella rappresentazione idilliaca, fuori da quel recinto fotografico in cui abbiamo coltivato un’immagine edulcorata del nostro gnomo, la vita è molto diversa.

Il putto tanto serafico non è, e la demolizione di tutto quello che lo circonda è il suo pane quotidiano.
È la curiosità, dice la nonna Uno, quella che viene una volta la settimana, controlla che indossi le pantofoline calde, che abbia le manine pulite, i capelli in ordine e il pannolino fresco di cambio.
È l’istinto, dice la nonna Due, quella che un paio d’ore al giorno lascia la mamma libera di farsi una doccia, uscire per commissioni veloci, aggiornare la rete di contatti linkedin.

Fatto sta che il Piccolo tiranno smonta la casa a piè sospinto. Lascia tracce di se ovunque e in ogni dove, marca il territorio peggio del gatto da 9 chili del vicino.

Apri la lavastoviglie e ci trovi lo scopetto per il bagno. Il telefono squilla ma dal bidone della raccolta differenziata. L’olio che ti ha portato tua cognata dalla vacanza nelle Puglie ha fatto un’improvvisa fuitina con l’Amuchina e ha iniziato una nuova vita sotto il lavello. E passare lo straccio è diventato un’impresa per Mission Impossible: l’unico modo è farlo tenendo il secchio su qualche mobile alto almeno quanto lo gnomo, il braccio dello gnomo e quel palmo di mano con il quale potrebbe, se non prenderlo rovesciarselo comunque addosso.

Il gioco che va per la maggiore è il “dov’è amore mio”, ovvero: “amore, di mamma, dove hai messo le fruste del frullatore?”, “tesoro mio piccoletto, dove hai messo l’altra ciabatta di mamma?”, “Chicco adorato, dove sono finite le forbici di nonna?” … E via dicendo fino allo strazio e allo sfinimento.

È così che quell’angelo caduto dal cielo direttamente fra le vostre braccia si diletta ogni santo dì. E voi con lui.
Il top del top è l’invito a cena a casa di amici, meglio se amici pupù-free, quelli che, per capirci, non hanno ancora maturato il concetto di evoluzione della specie, che vivono fra divani candidi e cristallini Swarovski distribuiti con gusto per le varie stanze.
Al primo segnale di pannolino riempito ad arte ti chiedono:
“Vuoi usare il bagno?”
“Oh, si, grazie!”
“Ti accompagno”
“ehm…ehm…ha, ehm…sempre questo odore? ehm…eh eh… Piccolo è, ma che ehm…da grandi!”, “vuoi un sacchetto così la porti a casa?”, “no, pensavo di lasciarvela come ricordo di questa bella serata”
(!!!)
E poi, ammettiamolo, parte la recita del solito rosario di: “Posa, metti giù, non toccare, si rompe, lascia stare la lampada, non pulirti le mani sulle tende di lino ricamate a mano, no con le scarpe sul divano no!, no che se lo rompi quel cavalluccio di cristallo è da collezione e non lo possiamo ricomprare se non rinunciando alle vacanze in montagna dei prossimi due anni, su, non lanciare gli spaghetti, non sputare la minestra, non correre che inciampi, lascia stare le chiavi della macchina che poi non possiamo andare a casa, non mordere il cane, non rotolarti, tirati su, siediti, stai fermo, …” etc, etc.

Ecco, una cena a casa di amici è più o meno su questo tono.
E non che lo gnomo sia particolarmente maleducato.
Anzi.
Ma tre ore in una casa nuova sono un dono per un bambino curioso che ha l’istinto di scoprire e capire come funzionano il mondo, gli oggetti, le persone.
Così come tre ore sono un’infinita di tempo per due genitori che cercano di mangiare, bere, e fare amabile conversazione, mentre placcano il bambino che tenta la fuga con l’ultimo pezzo da collezione Thun in mano, tengono i cassetti chiusi usando il proprio corpo come fermo, pregano fitto fitto che non osi ripetere quel numero di arrampicata acrobatica che prevede l’uso dello sportello della lavastoviglie come gradino intermedio per salire sul lavandino e poi sul piano della cucina da trionfatore.

No. Il putto è angelico solo in foto. Quando al ventesimo tentativo hai catturato quell’espressione dolcissima che ha da appena sveglio o due minuti prima di addormentarsi. Quando ti corre incontro e ti spalma quelle sue manine perennemente unticce sui pantaloni reclamando il suo abbraccio e le sue coccole. Quando dorme e sogna di aver conquistato il piano della cucina e il sorriso della vetta raggiunta gli illumina il viso.