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Eccomi reduce dalla settimana di festeggiamenti in onore dei miei ANTA.
Il passaggio dai favolosi trenta ai nuovi 40 è iniziato lunedì 18, giorno in cui ho chiamato a raccolta gli amici, ho cucinato come una forsennata, ho montato ben 3 litri di panna e ho soffiato in un solo colpo tutte e quaranta le candeline. Senza ripensamenti.
Di quella serata ricordo il tremendo mal di piedi dovuto dall’estenuante maratona culinaria e organizzativa della serata iniziata all’alba del giorno prima.
Sarebbe filato tutto liscio se, uno gnomo di dueanniepocopiù non avesse attentato a quanto accadeva intorno a lui.
Senza remore.
Diabolico.
Con studiata tattica per ridurre un’anzianetta come me all’esasperazione.
Partiamo dal classico dei problemi: la nonna, Santa donna esperta nel marcare a uomo, placcare il vandalo e distrarlo con canzoncine e filastrocche (PeppaPig rules) era a letto febbricitante e delirante.
Il nonno era facilmente corruttibile nonché semplice da aggirare con sorrisini azzeccati e mossette da truffatore nato.
Il resto della famiglia era impegnato fra ufficio e scuola e non cooptabile per il babysitteraggio.
Indi per cui, la famosa cena venne preparata fra le incursioni distruttrici del mezz’uomo.
Solo per rispondere ad una telefonata di auguri mi sono giocata due litri di panna montata, volata in tutto il suo candore aldilà del tavolo dove una trepidante base al cioccolato non aspettava altro che d’essere farcita.
Magno gaudio per il cane che, devastato da tanta grazia sparsa su tutto il pavimento, ha speso la successiva mezz’ora in una sorta di estasi glicemica, leccando e guaendo di inaspettata felicita.
Rimonto la panna, butto la ciotola spaccata in due e mi metto a pulire le fragole.
Ma non c’è requiem.
La seconda vittima è un bicchiere di vetro, che lasciato incustodito sul lavandino ben si è prestato alle acrobazie volanti con tanto di atterraggio coreografico in mille frantumi.
Ora, fra un impiattaggio dell’arista e una sfornata di quiche, prendere paletta, scopa per raccogliere i cocci, passare lo straccio dov’è atterrata la panna, preparare il pranzo e il brodino caldo per la malatina, arginare fiumi di cocacola che scendono a cascata dalle scale mentre una lattina birichina rotola incustodita, vi assicuro è deleterio.
La sindrome di Cenerentola è dietro l’angolo e fra una pentola e l’altra viene spontaneo chiedersi chi te lo ha fatto fare.
Cucina, pulisci, apparecchia (manda avanti la lavatrice), prepara l’aperitivo, passa lo straccio (cambia il pannolino bombaH) sciogli la cioccolata per la ganache, frulla la crema di carciofi per la carne, fatti la doccia, fagli la doccia, (sfogati mezz’ora al telefono con la migliore delle tue migliori amiche) riemergi dalla baraonda delle baraonde truccata, vestita, e con un radioso sorriso da padrona di casa.
Arriva il marito.
Arrivano gli amici.
La casa profuma di festa e le candele sono schierate.
Tutti a tavola.
E vi prego, non fate caso alle mie ciabatte 🙂
Me le merito tutte e due.

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Che bello il mestiere di mamma. Il più importante, il più delicato e, ammettiamolo, il più bistrattato della storia dell’umanità.

Comunque, stamattina, aldilà dell’immenso amore che nutro per la mia progenie sono nella fase Brontolo.

E lo sapete perchè?

Sono ARCISTUFA, stanca, stressata, impotente, abbandonata, sommersa del disordine, davanti al disordine, nel disordine, dal disordine.

E…grrrrr! Non lo sopporto.
Io ripongo gli abiti in ordine cromatico, i libri per autore, anno di pubblicazione e generi, le mutande per altezza della vita.

Il caos che alberga sovrano nelle stanze, in tutte le stanze di casa, mi deprime.

Mi trovo sempre a schiena china a tirar su pezzi di lego, pezzi di cracker, calzini spaiati, fogli strappaticci e stropicciati.
Cosa ho fatto di male per meritare ciò? Per vedere il mio Minotti bianco contaminato da quelle manine unticce?

Le porte, eredità stilistica di mia madre, con tutti quei vetri all’inglese, si sono trasformate nella raccolta migliore di impronte digitali e palmari che la storia ricordi.
Una collezione di mani spalmate su tutte le superfici vetrate sotto il metro di altezza.

E i detersivi riposti nell’apposito armadietto, vagolano per i corridoi, fanno tuffi acrobatici nella vasca, si divertono a giocare a nascondino sotto il letto.

Ecco, proprio a proposito di sotto il letto, tra una passata di aspirapolvere e l’altra, (due giorni, massimo tre!) sono riuscita a recuperare: un cordless, due macchinine, i miei occhiali da vista, un pacchetto di biscotti smangiucchiato, due libri, un fazzoletto soffiato.

Blaif, doppio Blaif, Blaif con il fiocco!

Ma insomma, per chi mi avete preso per la gemella sfigata di Cenerentola?

Il top è quando, armata di vetril e di straccetto apposito, ti appresti rimuovere la sacra sindone di tuo figlio ricreata sullo sportello del frigo in acciaio mentre tua figlia ti guarda e commenta che, con pinza, tuta e straccio, sembri proprio la colf e che forse è il caso di versarmi i contributi.

Fa anche sarcasmo quella produttrice di sporco in gonnella, quell’accumulatrice di oggetti senza chiaro significato accatastati sulla mia preziosa scrivania.

E quindi proclamo la giornata nazionale della mamma scansafatiche. Piedi in aria e ramazza riposta con cura. Mi arrendo alla confusione, al cesto dei giocattoli che erutta teste e gambe di barbie e peluche.

Oggi mi riprometto di non raccogliere nulla dal pavimento. Ci daremo alla gimcana, salteremo i pezzi dei puzzle giganti, scavalcheremo Guido conta e canta, non bucheremo palloncini sgonfi residui bellici di una festa di fine estate, e porteremo in tavola un misto frigo.
Di accendere fornelli, forni, ferro da stiro non si parla nemmeno.
Consentito solo l’epilatore elettrico.