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C’è così tanto cuore.
Quello che serve in periodi così.
Quello che salva ciò che conta.

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Con cosa posso trattenerti?

Ti offro strade difficili, tramonti
disperati, la luna di squallide
periferie.
Ti offro le amarezze di un uomo
che ha guardato a lungo la triste luna.
Ti offro i miei antenati, i miei morti,
i fantasmi a cui i viventi hanno reso
onore col marmo: il padre di mio
padre ucciso sulla frontiera di
Buenos Aires, due pallottole attraverso
i suoi polmoni, barbuto e morto,
avvolto dai soldati nella pelle di
una mucca; il nonno di mia madre –
appena ventiquattrenne – a capo di
un cambio di trecento uomini in Perù,
ora fantasmi su cavalli svaniti.
Ti offro qualsiasi intuizione sia
nei miei libri, qualsiasi virilità
o vita umana.
Ti offro la lealtà di un uomo
che non è mai stato leale.
Ti offro quel nocciolo di me stesso
che ho conservato, in qualche
modo – il centro del cuore che
non tratta con le parole, nè coi
sogni e non è toccato dal tempo,
dalla gioia, dalle avversità.
Ti offro il ricordo di una
rosa gialla al tramonto,
anni prima che tu nascessi.
Ti offro spiegazioni di te stessa,
teorie su di te, autentiche e
sorprendenti notizie di te.
Ti posso dare la mia tristezza,
la mia oscurità, la fame del
mio cuore; cerco di corromperti con l’incertezza,
il pericolo, la sconfitta.

Jorge Luis Borges

Tempo.

Benedetto tempo.

Tempo bello. Piove. Poi c’è il sole. Magari un accenno di primavera. Tuona. E si alza il vento e il ricordo di un un bacio rubato tanti anni fa.

Manca il tempo, quello manca sempre. Ma il sentimento invece no. Provato magari,ma c’èancora tutto.

Ascolto “stand by me” cantata da John Lennon e i ricordi e il futuro si accavallano uno sopra un altro come panni stirati e impilati con cura.

Succedono le cose. Improvvise arrivano e portano novità. Vento di novità allora. O magari è la solita vecchia storia.

Prendi una piccola idea, e la metti in circolo perché in fondo è quello che ti viene meglio. Pensare qualcosa. Volevi o no diventare un’art director tanti troppi anni fa?

E l’idea cresce e arriva a coinvolgere milleseicento persone. Troppe. O forse ancora troppo poche. Non so. Non mi serve neanche saperlo. Per me i numeri sono solo segni grafici. Belli da vedere. Da sentire.

Voglio dire, non è bellissimo quando pronunciate “nove”? Nove, sì, proprio lui. Nove.

Nove è un maschio. Indubbiamente. E non sa di No. Di negazione. Sa più di qualcosa di nuovo. E c’è quella bellissima lettera V e le due sole sillabe. NO VE. Tac. Parola detta.

Amo il Nove anche se mi sono sposata in un caldo otto otto novantotto (inutile cercare di aprire la mia valigia, non è questa la combinazione). Una ridondante data totalmente in balia del simbolo dell’infinito.

Per dirla tutta non disdegno neanche il sette. Sette nani, sette mari, sette giorni della settimana, sette spose per sette fratelli, e il suo multiplo: ventuno.

Stoppo la divagazione numerica dicendo che, nonostante quest’affezione al carattere dei singoli numeri della loro nostalgica presenza sui quadernini della mia infanzia sotto forma di tavola pitagorica, io li detesto.

Cordialmente. Li odio, e non li capisco. Non ci lego. Non ci prendiamo. Non ci vado proprio d’accordo.

Se sono a dieta odio i numeri della bilancia. Se guardo l’estratto conto i numeri spesso mi fanno piangere, e poi… diciamocelo, i voti, espressi in numero sono un incubo che ti perseguita anche in anni non sospetti.

Per me le feste riuscite non sono quelle con folle osannanti il tuo nome. I siti migliori, come pure i blog, non sempre hanno i follower più numerosi, e le aziende dove è più bello lavorare non sempre sono le più grandi.

Eppure, per una straordinaria coincidenza, lungo la mia strada trovo sempre persone che invece sembrano vivere per loro. Due mie care amiche sono insegnanti di matematica. La mia best friend lavora nell’ufficio tributi, e non c’è raro essere a tavola circondati da bancari.

BRIVIDO.

Loro i maledetti numeri li devono vedere. Li sommano. Li analizzano. Li abbinano a nomi e volti.

No. Non fate per me. Io sono una donna ALFA. Amo tutte le lettere dell’alfabeto. Dalla A alla Z passando a quelle accentate, alle famose XYW così inusuali nella nostra lingua vera. E le font poi. Belle, calligrafiche. Che lasciano le maiuscole svolazzare o le minuscole diventare così dignitose, spiritose, cicciotte o molto, molto narrow.

Oggi vado elucubrando e voi mi perdonerete perché era tanto che non scrivevo e le cose che vorrei dire sono ammonticchiate come quelle due o tre lavatrici che ti sogghignano dal cesto dei panni.

Allora vado con le ultime notizie dalla famiglia, come scrisse un giorno il mio amato Pennac.

Il bebè cresce e riconosce ormai tutta la famiglia. Regala sorrisi in formato poster ed è caduto vittima di una dermatite atopica che mi costringe ad ungerlo con creme e oli al punto da renderlo quasi scivoloso. Rischia sempre di sgusciarmi dalle mani così lo agguanto in prese che neanche un lottatore di catch oserebbe.

Il fratello a volte lo sopporta e lo bacia e lo accarezza a volte lo detesta con tutto il cuore. Le sue sono trappole mortali. Mamma guarda, è nato. Sì tesoro. Lo so. Mamma, gli faccio le coccole. Guarda mamma. E zac. Fulmineo gli pizzica una guancia o gli graffia la testa.

Non c’è scampo. Si muove lesto e silenzioso. Infido. Studiato. Micidiale.

La sorella è sempre più immensa. Larga. Lunga. Con dei piedi di almeno due misure più di me. E occupa spazi da quasi adulta con serenità. A scuola ingombra. Parla troppo. Interviene con davvero tanta enfasi. Esuberante. Pesante.

Però è di una tenerezza incredibile. Una tenerezza paragonabile solo alla sua incapacità di introspezione. Mi domando. Ero anch’io così?

Una mamma si fa sempre delle domande di questo tipo. Sarà come me. Avrà preso da me? Sarà grassa come lo sono stata io? La mortificheranno come hanno fatto con me. La spianeranno. Le uccideranno l’autostima. E quei ragazzi. Un giorno si innamorerà e capirà che il cuore si rompe. I sogni si spezzano. Le amicizie vere sono rare e che la vera unica felicità nasce dentro di te. Non la trovi da nessun’altra parte.

Introspezione. Guardarsi dentro. Lasciar galleggiare i sentimenti, saper gestire le pulsioni, organizzare i sogni.

Oh mio Dio. Non ce la faremo mai. Non ho messo al mondo una figlia ma un caterpillar.

Ha più grinta di me. La vende a sacchi. La presta alle compagne. Contagia.

Prestami un cerotto per il cuore figlia mia. Tu che hai il sole dentro. Lasciami il tempo di digerire certe sconfitte, ricordami di guardare il lato più bello di questa nostra vita.

Sai, hai ragione. Sei grassa, ma sei davvero “figa” come dici tu. E mia è la colpa di volerti diversa. Di legarti ad uno stupido numero, ad un parametro, un dato. È colpa mia che scordo quanto si possa essere felici un pomeriggio chiuse in camera fra smalti e pensieri spensierati.

Ecco. Sono le otto. Ora di cena.

Mamma scendi?

Mamma, mi senti?

Mamma.

Mamma scende. Mamma ti sente. Mamma ti porta nel cuore Sei grande e grossa. Più grande di me. Migliore di me. Ma nel mio cuore ci stiamo ancora comode comode.

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Chi di noi non ha impresso, marchiato a fuoco, inciso indelebilmente, un particolare momento?
Non dico tanto.
A volte è solo un attimo.
Un fugace sorriso.
Una memoria che, archiviata li, fra mente e cuore, ci regala un pizzico di gioia nostalgica e inossidabile.

La felicità è, a mio avviso, fatta di questi specialissimi momenti.

Li viviamo e neanche siamo consapevoli di quanto ci faranno compagnia negli anni a venire. Quando li richiameremo per confortarci, per strapparci un sorriso, per ricordarci che non tutto di quella relazione, amicizia, lavoro, era sbagliato.
Che abbiamo salvato qualcosa di bello, magari guadagnato un amico inaspettato, o un bacio improvviso.

La mia è una collezione vasta, ma oggi, parlando con mia figlia sul perché la vita vale la pena viverla sempre e comunque, ne ho ricordati dieci tutti d’un fiato.
Li condivido con voi e spero davvero di leggere i vostri.
Amplifichiamo l’amore_

E quindi, ecco dieci istanti preziosi sui quali spesso mi cullo il cuore:

Nonno Nannì ed io, vicini alla finestra della nostra vecchia casa. Lui mi tiene sulle ginocchia e mi insegna a contare le dita delle mani, i giorni della settimana, i mesi del calendario. Con noi un canarino giallo che non aspetta altro che qualcuno apra la sua gabbia per volare via.

Terza o forse quarta elementare, mia madre mi accompagna in classe e al mio arrivo, Bernardo mi dice che sono bella come un fiore di primavera.

Maggio, sole e temperatura estiva. Mio cugino ed io, vestiti da scuola facciamo il bagno al mare. Un rimprovero a non finire. Ma che spasso.

Agosto, notte di San Lorenzo. Ascolto rapita e con occhi innamorati tutto il funzionamento del tubo catodico.

Mia madre che mi prende i piedi fra le sue mani e me li strofina dolcemente per scaldarli. Tante, tante volte.

Un carnevale alcolico e libertino. Io vestita da Biancaneve,lui da dalmata della carica dei 101. Più di due anni a sospirare per quella sequela baci. Sono tornata a case a macchie ma ne valeva la pena.

Sulla clio bianca, io vestita di un abito lungo di lino, bianco, lui al volante. Entrambi consapevoli delle promesse che ci saremmo fatti di li a un po’. Destinazione ristorante cinese. E quel vuoi sposarmi che ancora mi fa annodare lo stomaco.

Gennaio. Vento e profumo di mare d’inverno. Noi due che ci annusiamo, ci troviamo,nonci lasciamo più.

Un pomeriggio d’aprile al telefono con l’amica del cuore per capire il senso di quei valori hcg. Prima lei del futuro papà. Perché certe complicità hanno il loro grande valore.

Due mattine intense. Due mattine con la stessa identica intensità. Lo stesso dolore. La stessa felicita. La mia mano su quella pelle. Calda, intonsa, appena venuta al mondo. E la mano di mio marito con noi.

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Avevo sempre pensato che sarebbe stato un bellissimo titolo per un romanzo di letteratura femminile contemporaneo. Un libro fresco ma profondo, che rendesse onore alle tante donne che, un giorno dopo l’altro, prestano cerotti per il cuore.
Li posano con dolcezza in quelli infranti delle figlie, deluse dalla fine di un primo, di un secondo, di un qualunque grande amore. Li premono con fermezza in quelli dei mariti, leggere ma veloci, così che il loro intervento passi quasi inosservato e la dignità dei loro uomini resti intatta. Li scelgono allegri per quelli delle amiche, quando al capolinea di un’altra storia, è meglio bersi una cioccolata e programmarsi una giornata di shopping, lasciando al tempo il ruolo di lenire i dolori più profondi.
Con mani attente li staccano dalle ferite che l’esistere ha inflitto ai propri genitori. Maestri loro per primi dell’arte del supportare, proteggere, curare, ma non per questo esenti da certe fratture.
I cerotti per il cuore si accompagnano al tè caldo e ai biscotti che profumano di cannella. A tazze di camomilla e kleenex stropicciati e imbrattati di mascara. Resistono alle lacrime e ai tuffi nei vasetti della nutella. A volte sono così grandi che ne senti l’ingombro, non ne apprezzi l’azione. Ma poi, ripensandoci, ne benedici l’efficacia.
Tamponano dispiaceri che tolgono il sonno. Arginano rabbie che accecano lo sguardo. Trattengono sentimenti che meritano ancora di maturare.
Ognuna di noi è in grado di prestare un cerotto per il cuore e ognuna di noi, all’occorrenza, lo potrà riavere indietro.
La modalità di soccorso sarà forse diversa ma non l’obiettivo, la ragione, la volontà per cui, quella piccola toppa adesiva viene amorevolmente posizionata nell’organo che per noi accoglie tutti i sentimenti.
Chi presta un cerotto per il cuore è consapevole del valore del suo contenuto. Ha camminato con noi quel tempo necessario per sapere cosa ci lenirà il dolore, quali parole ci conforteranno, dentro quali abbracci ritorneremo a respirare.
Ho avuto anch’io la mia dose di garze e cerotti. Ho sentito mani gentili posarsi e riconosciuto gli effetti terapeutici.
Ode quindi ai cerotti per il cuore.
Quelli prestati, quelli ricevuti, quelli ripiegati nel portafogli e pronti per ogni emergenza.
Quelli che chiudono strappi, storie e bocche.
Che proteggono e lasciano rimarginare.

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